I ponti storici di Isfahan; capolavori di ingegneria e arte + FOTO
https://parstoday.ir/it/news/iran-i362212-i_ponti_storici_di_isfahan_capolavori_di_ingegneria_e_arte_foto
Pars Today – I ponti simbolici di Isfahan, costruiti sul fiume Zayandeh Rud, come il Sio-o-se Pol (ponte dei 33 archi), il Khaju, lo Shahrestan, il Joui e il Marnan, sono esempi straordinari dell’ingegneria dell’epoca safavide.
(last modified 2026-03-04T10:41:58+00:00 )
Set 24, 2025 02:58 Europe/Rome
  • I ponti storici di Isfahan; capolavori di ingegneria e arte
    I ponti storici di Isfahan; capolavori di ingegneria e arte

Pars Today – I ponti simbolici di Isfahan, costruiti sul fiume Zayandeh Rud, come il Sio-o-se Pol (ponte dei 33 archi), il Khaju, lo Shahrestan, il Joui e il Marnan, sono esempi straordinari dell’ingegneria dell’epoca safavide.

Questi ponti iconici di Isfahan sono una combinazione perfetta di creatività strutturale e bellezza artistica; servivano allo stesso tempo come vie di transito vitali sul fiume e come simboli duraturi del patrimonio culturale dell’Iran. Secondo Pars Today, citando Press TV, durante l’epoca safavide, in particolare sotto il regno di Shah Abbas I (1587–1629), Isfahan, conosciuta come «la metà del mondo», divenne una capitale fiorente con un piano urbanistico accurato e un’architettura brillante. I ponti sullo Zayandeh Rud, in quel periodo, andavano ben oltre il ruolo di infrastrutture funzionali; erano centri sociali, mercati locali e scenari per l’arte e la cultura.

Rispetto ai progetti dei periodi timuride, ilkhanide e selgiuchide, i ponti safavidi rappresentano un enorme progresso. Le delicate decorazioni in piastrelle, le strutture ad archi multipli e l’adattamento intelligente al flusso del fiume dimostrano l’elevata maestria ingegneristica e la conoscenza idraulica di quell’epoca.

Ponte Shahrestan

Il più antico ponte conosciuto di Isfahan è il ponte Shahrestan, noto anche come Ponte Jei o Jesr Hossein. Oggi si trova nella parte orientale della città, sul vecchio letto del fiume.

Secondo storici e archeologi, le fondamenta del ponte Shahrestan risalgono all’epoca sasanide (terzo–settimo secolo). Nei periodi dei Al Buie e dei Selgiuchidi (decimo–dodicesimo secolo) questo era l’unico ponte importante dello Zayandeh Rud nell’area urbana; in quelle epoche sembra sia stato riparato e ampliato.

Il ponte, costruito in mattoni e fango con fondamenta in pietra, serviva come via militare e commerciale. È lungo 112,5 metri, largo 4,8 metri e ha 11 arcate, con una struttura più semplice rispetto ai ponti successivi.

In epoca safavide, il ponte raggiunse la sua forma definitiva e sul lato nord fu costruita una porta per il pagamento delle tasse. Oggi è utilizzato solo per il passaggio pedonale.

Ponte Shahrestan

Ponte Marnan

Il ponte Marnan si trova nella parte occidentale di Isfahan, circa otto chilometri dopo il ponte Shahrestan. Nelle fonti storiche è menzionato anche con i nomi Marbanan, Marbin, Sarfaraz e Abbasabad.

Secondo gli studiosi, la sua costruzione originaria risale al regno di Shah Tahmasp I (1524–1576). Successivamente, sotto Shah Soleiman (1666–1694), gli armeni del quartiere di Jolfa lo restaurarono.

Il ponte è lungo 180 metri, orientato nord sud, con 17 arcate di larghezza variabile da 4,7 a 6,6 metri. In epoca Ghajaride, accanto al ponte si trovava una porta cittadina oggi scomparsa.

Dal punto di vista architettonico, il ponte Marnan è simile al ponte Shahrestan; entrambi hanno fondamenta in pietra, archi in mattoni, in forma appuntita e aperture sopra i pilastri, seguendo uno stile semplice e funzionale.

Negli anni 70 del 20esimo secolo fu restaurato, poiché sei arcate meridionali erano crollate a causa di un’inondazione.

Ponte Marnan

Sio-o-se pol; la spina dorsale di Isfahan

La vera ingegneria dei ponti safavidi inizia con la costruzione del Sio-o-se pol, il ponte delle 33 arcate, noto anche come Ponte Allahverdi Khan, Ponte Abbas, Ponte Chaharbagh, Ponte Jolfa o semplicemente Ponte Grande.

Con il trasferimento della capitale da Qazvin a Isfahan, alla fine del 16esimo secolo, Shah Abbas Primo avviò un ampio piano di espansione urbana verso sud, lungo lo Zayandeh Rud.

La colonna vertebrale del piano era il viale 4 giardini di Chaharbagh, lungo 1,65 km, orientato nord-sud, al cui estremo meridionale si trovava il Sio-o-se pol.

L’importanza del collegamento tra i due lati del fiume derivava dalla presenza, a sud, dei giardini reali e, dall’altra parte, anche del nuovo quartiere di Nuova Jolfa, costruito per ospitare gli armeni migrati a causa degli attacchi ottomani.

Questo collegamento era fondamentale sia per i giardini reali a sud sia per il nuovo quartiere armeno di Nuova Jolfa, creato per accogliere i migranti fuggiti dalle invasioni ottomane.

Il ponte al contrario degli altri ponti non fu costruito nel punto più stretto del fiume, ma nel più largo; con i suoi circa 300 metri di lunghezza, divenne un’opera architettonica unica per l’epoca.

Sio-o-se pol, la colonna vertebrale urbana di Isfahan

Sio-o-se pol; la manifestazione delle ambizioni imperiali

Il ponte fu costruito sotto la supervisione di Allahverdi Khan, generale di origine georgiana, divenuto famoso per la vittoria sui colonialisti portoghesi e promotore di numerose altre opere architettoniche.

Allahverdi Khan ebbe un ruolo anche nella costruzione di numerosi altri edifici, tra cui la Scuola di Khan a Shiraz, che fu il luogo di studio di Molla Sadra, illustre filosofo le cui idee esercitarono una profonda influenza sulla formazione della teologia, delle scienze e della politica dell’Iran moderno.

Talvolta, la costruzione di questo ponte viene erroneamente attribuita a un altro Allahverdi Khan, un comandante di origine armena con lo stesso nome che, come il principale sovrintendente del ponte, aveva percorso il cammino dall’essere schiavo fino a divenire comandante.

Nei resoconti di viaggio europei dei secoli passati, la costruzione di edifici grandiosi come il Sio-o-se pol è stata attribuita a una competizione tra i nobili iraniani; tuttavia, gli studiosi contemporanei considerano questa ipotesi poco plausibile.

Gli studiosi di oggi ritengono che queste grandi costruzioni non fossero frutto di rivalità aristocratiche, come riportato da alcuni viaggiatori europei, ma parte delle ambizioni politiche di Shah Abbas Primo, volte a rafforzare l’immagine di Isfahan in confronto a Istanbul ottomano e Delhi Gurkani.

All’epoca, la città aveva una popolazione stimata tra 600.000 e 1,1 milioni di abitanti, rendendola una delle più grandi metropoli mondiali, paragonabile a Pechino, Parigi e Londra.

Oltre alla sua funzione principale di essere un ponte, il Sio-o-se pol funzionava anche come sbarramento idrico, permettendo di far raggiungere alle case e ai giardini attraverso i canali tradizionali (Madi).

Poiché le estati di Isfahan sono aride e povere d’acqua, e il fiume Zayandeh Rud in questa stagione spesso si prosciuga completamente, Shah Abbas Primo e, prima di lui, Shah Tahmasp Primo cercarono di convogliare parte del corso del fiume Karun verso lo Zayandeh Rud mediante la costruzione di un canale. Questo progetto fu il preludio al canale di Kuh rang, inaugurato negli anni Cinquanta del Novecento.

Tuttavia, dopo alcuni anni, il progetto di trasferimento dell’acqua venne interrotto a causa delle difficoltà di scavo nelle rocce dure della catena montuosa dei Zagros, del freddo intenso e dei costi elevati.

Sio-o-se pol; la manifestazione delle ambizioni imperiali

Sio-o-se pol; simbolo di convivenza culturale e religiosa

Il Sio-o-se pol è un simbolo della diversità etnica e religiosa di Isfahan, poiché collegava il quartiere musulmano a nord con il quartiere cristiano di Nuova Julfa a sud. Il supervisore alla costruzione del ponte, Allahverdi Khan, apparteneva al popolo georgiano ed era originariamente cristiano, per poi convertirsi all’Islam in gioventù.

Questa convivenza culturale si riflette anche nel disegno stesso del ponte. Il ponte rappresenta 33 arcate principali che, secondo la visione degli armeni cristiani, simboleggiano gli anni di vita di Gesù Cristo.

Nel livello superiore del ponte, sopra ciascuna delle arcate principali, si trovano due arcate minori, mentre sopra le scale ne compare un’ulteriore. La somma complessiva è di 99 arcate, numero che richiama i nomi di Dio nell’Islam.

Alcune ipotesi errate sostengono che il ponte avesse inizialmente 40 arcate, ma questa tesi non trova riscontro nelle fonti storiche; viaggiatori come Garcia de Silva Figueroa, Pietro della Valle e Thomas Herbert registrarono infatti lo stesso numero di arcate o la stessa lunghezza che si osserva oggi.

In alcuni resoconti di viaggio, tra cui quelli di Herbert e William Ouseley, le arcate sono indicate come 34; sembra però che questo conteggio includa anche una piccola arcata sotto la rampa meridionale, normalmente esclusa dal calcolo principale.

Sio-o-se pol; simbolo di convivenza culturale e religiosa

Maestria tecnica nella costruzione del Sio-o-se pol

La lunghezza della struttura del ponte è di circa 295 metri, che con le rampe di accesso raggiunge i 368 metri. Le basi in pietra hanno una larghezza di 3,5 metri e sono distanziate di 5,57 metri l’una dall’altra.

Gli ingegneri edificarono il ponte su fondamenta di pietra, che nel XX secolo vennero rinforzate con il calcestruzzo per motivi di conservazione. I costruttori originali impiegarono materiali tradizionali uniti alla malta di sāruj, in grado di resistere all’umidità.

La facciata principale del ponte presenta un disegno a due piani di arcate in mattoni a quattro focali in rilievo, uno stile diffuso nell’architettura iraniana dal decimo secolo. Come nel viale Chahar Bagh, anche qui si osserva un perfetto equilibrio tra estetica e funzionalità.

La larghezza del ponte è di 13,75 metri, dei quali 9 destinati ricoperti da pietre, affiancato da alte mura laterali. All’esterno di queste si trovano gallerie e arcate minori che, in totale, raggiungono ancora una volta il numero 99.

Questi spazi laterali creano due percorsi aggiuntivi, accessibili tramite otto ingressi sui muri laterali; tuttavia, la loro ridotta larghezza (76 cm) e altezza inferiore alla statura media suggeriscono che non fossero concepiti per il passaggio, bensì come ambienti intimi e raccolti, destinati a sedersi e godere del panorama sul fiume, i giardini, gli edifici e gli altri ponti.

Le dimensioni limitate di questi spazi, invece, dimostrano l’intento dell’architetto di creare un ambiente intimo e rilassante; uno spazio dove sedersi e godere del panorama del fiume, dei giardini, degli edifici e degli altri ponti circostanti.

Il sistema a due piani favorisce anche la ventilazione naturale, le arcate inferiori convogliano la brezza del fiume, mentre quelle superiori la rafforzano.

Oltre alle gallerie principali e laterali, il ponte dispone di due percorsi pedonali sopra le mura e di un percorso inferiore, accessibile tramite scale situate nelle torri angolari. Quest’ultimo, coperto da arcate fatte di mattoni a forma appuntita e piatta, corre appena sopra il letto lastricato del fiume.

Il passaggio inferiore, situato sotto la struttura del ponte, è coperto da arcate appuntite e piatte, e il suo piano si trova alcuni decimetri sopra il livello del fondo ricoperte di pietre del fiume.

Le piattaforme tra i piloni offrivano anche spazi privati per il riposo e lo svago, collegati tra loro da cubi di pietra dentellati sullo stesso livello, che fungevano anche da regolatore d’acqua.

Il genio idraulico del ponte si manifesta nel piano inclinato del fondo e nelle paratoie di regolazione del flusso, che consentivano al ponte di funzionare contemporaneamente come diga.

I costruttori safavidi tennero conto anche di principi acustici nel progettare le gallerie voltate; i bisbigli si udivano chiaramente lungo il corridoio centrale del ponte. La maggior parte dei piloni aveva una struttura compatta; due fungevano da scale, mentre dieci erano concepiti come stanze, talvolta dotate di finestre affacciate sulla facciata esterna del ponte.

Nella parte alta delle basi vennero realizzati contrafforti semiconici per spezzare la corrente, e quattro contrafforti semicilindrici si innalzavano fino all’altezza completa del ponte, ripetuti simmetricamente sul lato opposto.

La lastra di fondazione in pietra, messa sul letto del fiume, aveva una larghezza doppia rispetto al ponte, circa 30 metri, e si estendeva per metà verso il basso per impedire la formazione di cavità dovute alla corrente.

Completato nel 1602, il Sio-o-se pol divenne uno dei più grandi ponti in pietra funzionali dell’Iran, paragonabile per dimensioni solo a ponti più antichi come la diga ponte di Qeisar a Shushtar, il ponte vecchio di Dezful, il ponte Sarcheshmeh presso Maragheh, il Ponte Rotto di Khorramabad, il Pole Dokhtar e il Pole Kashkan nel Lorestan.

Un coronamento decorativo sul prospetto orientale e un portale per ricevere le tasse sul lato nord furono aggiunte di epoca Qajar, poi demolite durante l’epoca Pahlavi. Dalla fine del 20esimo secolo il ponte è riservato esclusivamente ai pedoni.

Maestria tecnica nella costruzione del Sio-o-se pol

L’impatto del Sio-o-se pol sullo sguardo mondiale

Per secoli il Sio-o-se pol ha esercitato un profondo fascino sui visitatori e sui cronisti europei. Questo influsso ebbe inizio già al tempo del soggiorno a Isfahan dei fratelli Anthony e Robert Sherley, contemporaneo alla costruzione del ponte.

Nel maggio 1618, García de Silva Figueroa visitò Isfahan e descrisse il ponte come una struttura magnifica e «uno dei monumenti più celebri dell’intero impero», paragonandone la grandiosità al bazar di Qeisarieh a Lar.

Un anno dopo, nel luglio 1619, Pietro della Valle definì il Sio-o-se pol un ponte straordinario, confrontabile per funzione e scala con il viale Chaharbagh. Raccontò anche della festa di Tirgan, un antico rito iraniano legato all’acqua, celebrato con entusiasmo dagli abitanti di Isfahan.

Durante questa festa la gente si divertiva ridendo, saltando, gridando e persino gettandosi vestita nel fiume; lo stesso Shah Abbas Primo vi prendeva parte. Al termine dei giochi acquatici, lo shah e i suoi compagni tornavano sul ponte per riposarsi con ambasciatori e ospiti tra bevande e conversazioni.

Nel gennaio 1620, Della Valle assistette alla festa dell’«Epifania» celebrata dagli armeni cristiani, che commemoravano il battesimo di Cristo benedicendo l’acqua con una croce posta nello Zayandeh Rud. Alla cerimonia presero parte lo shah, i nobili e una grande folla, per non disturbare i riti, il ponte veniva chiuso.

Nell’aprile 1628, Thomas Herbert ricordò l’ingresso ufficiale in città di una delegazione proveniente da sud attraverso il viale Chaharbagh e il ponte. La missione inglese fu accolta festosamente con tamburi, flauti e tamburelli da funzionari persiani e armeni, oltre che dal popolo.

Herbert rimase colpito dalla bellezza del ponte e dei giardini di Chaharbagh e Hezarjarib, allineati lungo lo stesso asse, definendoli un «paradiso» senza eguali in Asia.

Jean Baptiste Tavernier descrisse il Sio-o-se pol come «davvero un’opera di grande raffinatezza architettonica, forse la più raffinata dell’intero paese», paragonandolo al Pont Neuf di Parigi, costruito cinque anni dopo il ponte persiano.

Nel 17esimo secolo altri viaggiatori lo elogiarono, tra cui Adam Olearius, André Daulier Deslandes, Jean Thevenot, Jean Chardin, Jan Janszoon Struys, John Fryer, Francois Sanson ed Engelbert Kaempfer.

Tra le testimonianze più tarde spiccano le note di William Ouseley (agosto 1811). Lui scrisse che il fiume era in parte prosciugato, ma le vasche profonde del ponte servivano agli armeni locali come area di deposizione delle carpe.

Ouseley affermò anche che Shah Abbas Secondo, a metà del 17esimo secolo, avesse murato gli ingressi delle stanze nelle basi, scontento delle pitture sconvenienti al loro interno.

Intorno al 1840, Pascal Coste sottolineò il ruolo ricreativo del ponte, raccontando che la sera la gente vi si radunava per rinfrescarsi, bere tè e ammirare la vista delle cupole e dei minareti della città.

Il Sio-o-se pol impressionò profondamente anche George Nathaniel Curzon, politico britannico e il vice ré d’India, che nel 1889 lo definì «il ponte più maestoso del mondo».

Qualche anno dopo Percy Sykes scrisse che «anche in stato di degrado, deve essere annoverato tra i più grandi ponti del mondo».

La sua struttura multipiano e la funzione duplice di passaggio e luogo di ritrovo, arricchita da splendidi panorami, ispirarono anche ponti moderni iraniani, come il ponte Tabiat a Teheran.

L’impatto del Sio-o-se pol sullo sguardo mondiale

Il ponte Khaju

Il ponte Khaju si trova circa due chilometri a valle del Sio-o-se pol sullo Zayandeh Rud. Per bellezza e funzioni ricorda il primo, ma la sua lunghezza è meno della metà.

Fu costruito lungo un asse urbano che collegava la piazza Naqshe Jahan a nord al cimitero di Takhte Foulad a sud, probabilmente in sostituzione di un ponte del 15esimo secolo che collegava Isfahan all’antica strada per Shiraz.

Realizzato nel 1650 sotto Shah Abbas secondo, quando lo sviluppo urbano si estendeva a est, prese il nome dal quartiere Khaju o dal giardino Chaharbagh situato a nord.

Il ponte è noto anche come ponte Hasanabad (dal quartiere settentrionale), ponte Baba Rukn al Din (dal vicino mausoleo meridionale) e ponte Shah (per l’associazione con la famiglia reale).

Lungo 132 metri e largo 12, il Khaju, come il Sio-o-se pol, svolgeva più funzioni urbane. Aveva la funzione di attraversamento, diga e luogo di svago.

Presenta due file di arcate e richiama il modello del Sio-o-se pol, ma con tre differenze principali:

1. Tra le arcate inferiori vi sono solo due arcate superiori (non tre come nel Sio-o-se pol). 2. Le arcate non sono tutte uguali: quattro delle 18 inferiori (escluse le logge) sono più corte, e così anche le rispettive arcate superiori. 3. Sono presenti padiglioni alle due estremità e al centro, usati da Shah Abbas II per ammirare il panorama. La larghezza del ponte è quasi uguale a Sio-o-se pol.

Il padiglione centrale, di forma ottagonale, presenta in ogni piano un arco su ciascun lato. In passato era decorato, insieme al corridoio centrale, con piastrelle del 18esimo secolo riconoscibili per i loro motivi a righe gialle.

Sebbene gran parte delle pitture murali sia scomparsa, viaggiatori come Jean Chardin riportarono iscrizioni, tra cui una che recitava: «Il mondo non è che un ponte, attraversalo e valuta ciò che incontri sul cammino. Ovunque il male circonda il bene, ma lo supera.»

Chiudendo i porticini del Khaju e del Sio-o-se pol, i sovrani safavidi trasformavano il fiume in un lago presso Saadatabad, usato come residenza reale estiva. Qui si tenevano feste grandiose, con fuochi d’artificio e gare di barche.

Fonti storiche come Vali Qoli Shamlu ricordano celebrazioni di Nowruz in cui il ponte veniva addobbato con luci e fiori, e Shah Abbas Secondo vi partecipava con la corte. Il poeta Saeb Tabrizi immortalò questi eventi nei suoi versi.

Ponte Khaju

Il ponte Joui

Il ponte Joui, il cui nome significa «ponte del canale», fu costruito sotto il regno di Shah Abbas Secondo nel 1665, tra il Sio-o-se pol e il Khaju.

È noto anche come ponte Saadatabad (dal giardino vicino), ponte Haft dast (da un palazzo nello stesso giardino) e ponte Daryacheh (per l’associazione con il bacino del Khaju).

Diversamente dagli altri ponti pubblici di Isfahan, il Joui era riservato all’uso reale e collegava i palazzi e i giardini situati sui due lati del fiume.

Era una struttura semplice a un solo livello, con 21 arcate, oltre al passaggio, serviva da canale per convogliare l’acqua ai giardini Saadatabad a sud e Karan a nord.

Come gli altri ponti safavidi, fu costruito con basi e fondazioni in pietra e arcate in mattoni. Alcuni sostengono che il nome derivi da «chub» (legno), ipotizzando la sostituzione di un più antico ponte di legno chiamato «Chubi».

Lungo 147 metri e largo 4, a distanze regolari, ogni sette arcate, avevano due padiglioni ottagonali di sosta e svago, ciascuno con cinque finestre per lato.