Esperto italiano a Pars Today: «L'Iran si trasforma in una tenace potenza regionale»
https://parstoday.ir/it/news/world-i366314-esperto_italiano_a_pars_today_l'iran_si_trasforma_in_una_tenace_potenza_regionale
Pars Today - Un analista geopolitico italiano afferma: «Teheran sta cercando di aumentare la pressione su Washington e i suoi alleati, preservando al contempo la sicurezza regionale».
(last modified 2026-05-28T08:07:32+00:00 )
May 27, 2026 08:01 Europe/Rome
  • Giuliano Bifolchi, analista geopolitico italiano
    Giuliano Bifolchi, analista geopolitico italiano

Pars Today - Un analista geopolitico italiano afferma: «Teheran sta cercando di aumentare la pressione su Washington e i suoi alleati, preservando al contempo la sicurezza regionale».

In un'intervista esclusiva a Pars Today, l'analista geopolitico italiano Giuliano Bifolchi esamina le dimensioni strategiche, politiche e geopolitiche delle recenti tensioni nel Golfo Persico e del più ampio scontro tra Iran, Stati Uniti e Israele.

Bifolchi, direttore di ricerca presso SpecialEurasia ed esperto di Russia, Asia centrale, Caucaso e spazio post-sovietico, ritiene che l'attuale crisi vada oltre il mero scontro militare e rifletta una più ampia competizione per l'influenza regionale, la sicurezza energetica e la costruzione di narrazioni internazionali. In questa intervista affronta la strategia di deterrenza in evoluzione dell'Iran, l'importanza strategica dello Stretto di Hormuz, le fratture politiche a Washington e Tel Aviv, il crescente ruolo diplomatico della Cina nel Golfo Persico e l'importanza delle emergenti cooperazioni energetiche nella regione.

Di seguito il testo integrale del colloquio:

 

1. Alla luce dei recenti sviluppi nello Stretto di Hormuz, in che modo l'Iran ha cercato di preservare la sicurezza regionale fornendo al contempo una risposta decisa alle pressioni esterne? Quali segnali indicano che la politica di Teheran ha superato la mera deterrenza per giungere a un uso attivo delle capacità strategiche?

L'Iran ha cercato di mantenere la sicurezza regionale attraverso una strategia basata su una combinazione di deterrenza e pressione militare calcolata. Inizialmente, l'approccio di Teheran si fondava principalmente sulla deterrenza e si concentrava sullo sviluppo di infrastrutture militari, sistemi missilistici e capacità strategiche; capacità progettate per contrastare potenziali minacce provenienti da Stati Uniti e Israele. L'obiettivo di questo approccio era creare una sorta di equilibrio difensivo per evitare uno scontro diretto.

Tuttavia, i recenti sviluppi dimostrano che la politica iraniana è andata oltre la mera deterrenza. Teheran non solo ha messo in mostra il possesso di asset e capacità strategico-militari, ma ha anche dimostrato la propria prontezza e capacità operativa di impiegarli. Questo aspetto ha incluso l'invio di messaggi sulla disponibilità a colpire non solo le installazioni militari americane e israeliane, ma anche le basi militari dei Paesi arabi del Golfo Persico alleati di Washington. Attraverso questa via, l'Iran ha cercato di esercitare pressione sugli Stati Uniti, sia direttamente sia indirettamente tramite i partner regionali americani.

Queste azioni segnano l'ingresso dell'Iran in una nuova fase della sua strategia militare e del suo posizionamento geopolitico. Invece di affidarsi esclusivamente alla deterrenza difensiva, l'Iran mostra oggi la capacità di proiettare potenza e di utilizzare le capacità missilistiche come strumento di pressione regionale. Questo cambiamento riflette una dottrina più decisa, mirata a ridefinire i calcoli strategici nel Golfo Persico e a dimostrare che qualsiasi escalation nella regione potrebbe estendersi ben oltre lo scontro diretto tra Iran e Stati Uniti o tra Iran e Israele.

 

2. In che modo le fratture politiche negli Stati Uniti e l'avvicinarsi delle elezioni influenzano i processi decisionali a Washington e Tel Aviv in merito alle tensioni regionali? Questa situazione può creare maggiore spazio di manovra per l'Iran, consentendogli di portare avanti con fermezza le proprie posizioni pur evitando una guerra su larga scala?

Le fratture politiche interne agli Stati Uniti, congiuntamente all'avvicinarsi delle elezioni di metà mandato, hanno esercitato un impatto significativo sui processi decisionali a Washington e Tel Aviv. Per Donald Trump, le elezioni del 2026 rivestono un'elevata importanza strategica, poiché determineranno in gran parte il futuro equilibrio di potere al Congresso e il livello di forza politica della sua amministrazione. L'attuale clima politico americano evidenzia un aumento delle pressioni interne, una polarizzazione della società e una forte incertezza sulle scelte di politica estera del governo.

Sotto questo profilo, il dossier mediorientale è strettamente legato ai calcoli politici interni. Sebbene l'amministrazione Trump abbia cercato di proiettare un'immagine di forza sulla scena internazionale, finora gli sviluppi regionali non si sono tradotti in un chiaro successo strategico per Washington. In diversi casi, funzionari americani e membri dell'amministrazione hanno fornito narrazioni contraddittorie sugli obiettivi dei conflitti in Medio Oriente, generando incertezza sul reale scopo e sulla prospettiva finale della guerra.

Nel frattempo, anche il gabinetto israeliano è alle prese con forti pressioni interne. Benjamin Netanyahu continua a fronteggiare sfide politiche e legali, tentando al tempo stesso di preservare la propria posizione in vista delle prossime elezioni. Di conseguenza, sia Washington sia Tel Aviv sono sotto pressione per produrre risultati tangibili che possano essere spesi a livello interno come vittorie politiche o strategiche.

Questa situazione delinea due possibili scenari. Il primo vede gli Stati Uniti tentare di gestire le tensioni regionali attraverso quadri diplomatici ed economici, presentando la riduzione della tensione come un successo politico alla vigilia del voto. La seconda ipotesi è che, con il crescere delle pressioni elettorali, Washington e i suoi alleati regionali, in particolare Israele, cerchino un traguardo militare più netto per rafforzare la propria posizione politica interna. In tali circostanze, potrebbe aumentare il sostegno a un maggiore intervento militare o a un'escalation più ampia delle tensioni regionali.

Al contempo, queste dinamiche possono offrire all'Iran un maggiore spazio di manovra per consolidare e rafforzare la propria posizione regionale, pur evitando una guerra totale. È probabile che i calcoli di Teheran si basino sul fatto che sia gli Stati Uniti sia Israele devono affrontare seri limiti, dettati da considerazioni politiche interne e dai rischi legati all'ingresso in un nuovo conflitto prolungato nella regione senza alcuna garanzia di successi strategici.

 

3. In un momento in cui le narrazioni dei media occidentali divergono dalle realtà sul campo, in che misura l'Iran è riuscito a presentarsi all'opinione pubblica globale come un Paese potente ma al tempo stesso sotto pressione e vittima di ingiustizie?

Occorre fare un'importante distinzione tra le narrazioni tradizionali dei media occidentali e l'ecosistema informativo sviluppatosi sulle piattaforme indipendenti e sui social network. Mentre gran parte dei media mainstream occidentali continua a dipingere l'Iran prevalentemente come un attore destabilizzante e una minaccia regionale, gli spazi mediatici alternativi e le piattaforme digitali hanno permesso a Teheran di trasmettere la propria narrazione in modo più diretto al pubblico internazionale.

In questo contesto, i recenti sviluppi in Medio Oriente hanno generato importanti vantaggi strategici per l'Iran sul fronte della comunicazione e dell'opinione pubblica. Teheran ha condotto quella che può essere definita una campagna di comunicazione strategica piuttosto efficace attraverso dichiarazioni ufficiali, messaggi mediatici e la diffusione di video e immagini militari. Di conseguenza, superando i confini dei media tradizionali occidentali, l'Iran è riuscito a raggiungere segmenti più ampi dell'opinione pubblica mondiale.

Allo stesso tempo, resta evidente che una fetta consistente dell'opinione pubblica, in particolare negli Stati Uniti e in alcune zone d'Europa, continua a sostenere Washington e Tel Aviv, percependo l'Iran come una minaccia alla sicurezza. Tuttavia, gli eventi degli ultimi mesi sembrano aver consentito a Teheran di guadagnare nuovi sostenitori e simpatizzanti, rafforzando una narrazione alternativa che mostra l'Iran come un Paese sotto pressione, bersaglio dell'ostilità esterna e vittima di ingiustizie politiche e strategiche.

Inoltre, le capacità militari dimostrate dall'Iran sul campo hanno consolidato questa percezione a livello internazionale. In particolare, le operazioni che hanno preso di mira le installazioni militari americane nei Paesi alleati del Golfo Persico, insieme alle azioni contro gli interessi israeliani, hanno plasmato l'immagine di un Iran capace di imporre costi significativi agli Stati Uniti e ai loro alleati regionali, nonostante le sanzioni, l'isolamento diplomatico e la pressione militare. Tutto ciò ha rafforzato in una parte dell'opinione pubblica globale la convinzione che Teheran non solo resista alle pressioni esterne, ma sia anche una potenza regionale influente e resiliente.

 

4. In che misura la Cina, accrescendo il proprio ruolo diplomatico nel Golfo Persico, può agire come forza equilibratrice e ridurre le tensioni? Perché preservare la stabilità e rispettare il ruolo regionale dell'Iran riveste un'importanza strategica per Pechino?

Il crescente ruolo diplomatico della Cina nel Golfo Persico riflette sia necessità strategiche sia le ambizioni geopolitiche di Pechino. La Cina ha un disperato bisogno di stabilità nell'area del Golfo Persico, poiché la sua sicurezza economica ed energetica dipende dal flusso ininterrotto di petrolio e gas dal Medio Oriente, Iran compreso. Una dipendenza che ha assunto ancora più rilevanza in una fase di acuta competizione geopolitica e crescente instabilità regionale.

Nella visione di Pechino, l'Iran non è solo un cruciale fornitore di energia, ma anche un partner geopolitico chiave nel più ampio quadro degli sforzi cinesi volti a rafforzare la propria influenza nel sistema internazionale. Di conseguenza, per la Cina è essenziale che Teheran non si allinei in alcun modo verso l'Occidente, poiché un simile spostamento indebolirebbe la posizione di Pechino in Medio Oriente, limitando il suo accesso a uno dei partner regionali più importanti.

Al contempo, la Cina cerca di accreditarsi come attore responsabile e mediatore diplomatico, svolgendo un ruolo di de-escalation attraverso la promozione del dialogo, la riduzione delle tensioni e il mantenimento di rotte di navigazione aperte. Tuttavia, il raggio d'azione pratico di Pechino resta limitato, poiché la Cina è riluttante ad assumersi i costi politici e militari di un intervento diretto.

Su queste basi, la Cina funge più da promotore della diplomazia e stabilizzatore indiretto che da potenza interventista: un aspetto che evidenzia i limiti della sua influenza, nonostante la crescente presenza economica e politica nella regione.

 

5. Come deve essere interpretata l'assenza di una posizione unanime da parte dei BRICS sulla sicurezza marittima e sullo Stretto di Hormuz? Questo elemento riflette forse la dipendenza di alcuni membri dalle politiche di sicurezza statunitensi, mentre l'Iran continua a insistere sull'indipendenza e sulla sicurezza regionale?

La mancanza di una posizione compatta nei BRICS in merito alla sicurezza marittima e allo Stretto di Hormuz riflette i limiti strutturali e le contraddizioni interne che ancora definiscono questa organizzazione. I BRICS, al pari di molte istituzioni internazionali, nonostante la crescente importanza geopolitica mancano tuttora di una visione strategica coerente e di un approccio unitario di fronte alle grandi crisi globali.

Una delle cause principali di questa frammentazione risiede nella divergenza di interessi tra i membri. Alcuni Paesi dei BRICS intrattengono relazioni politiche, economiche e di sicurezza rilevanti con gli Stati Uniti e, in determinati casi, con Israele. L'India, ad esempio, vanta stretti legami strategici con Washington, pur cercando di portare avanti in parallelo proprie politiche regionali ed economiche indipendenti. Questa dinamica limita fisiologicamente la possibilità di assumere una posizione comune e conflittuale sulla sicurezza del Golfo Persico o sulle politiche riguardanti l'Iran.

Al contempo, alcuni membri potrebbero trarre un vantaggio indiretto dall'instabilità nello Stretto di Hormuz. La Russia, per esempio, può ottenere benefici economici dalle turbolenze sui mercati globali dell'energia, in particolare attraverso l'aumento dei prezzi di petrolio e gas, che rimpingua i suoi introiti energetici e ne rafforza la leva geopolitica. Di conseguenza, gli interessi dei membri dei BRICS in ambiti come la sicurezza energetica, le crisi regionali e le relazioni con l'Occidente non sono sempre allineati.

Tali divergenze dimostrano che i BRICS rappresentano ancora più una piattaforma di coordinamento tra potenze emergenti che un blocco geopolitico pienamente integrato, in grado di rispondere collettivamente alle principali crisi internazionali. Di conseguenza, l'organizzazione incontra serie difficoltà nell'elaborare una posizione unanime su questioni sensibili come la sicurezza marittima nel Golfo Persico.

 

6. Quale messaggio lanciano i recenti accordi di cooperazione energetica tra Iran, Iraq e Pakistan sul futuro delle collaborazioni regionali? Questa tendenza può indicare un ruolo crescente dell'Iran nella gestione dell'energia e delle reti di transito della regione?

I recenti accordi di cooperazione energetica tra Iran, Iraq e Pakistan inviano un messaggio strategico chiaro: questi Paesi stanno lavorando per approfondire le collaborazioni regionali dirette, creando gradualmente una rete energetica che sia, almeno in parte, indipendente dall'ingerenza esterna, in particolare da quella degli Stati Uniti e dalle architetture strategiche a guida occidentale.

Ciò che è emerso durante le recenti tensioni in Medio Oriente è il delinearsi di una tendenza visibile, soprattutto in Iraq, verso un maggiore distanziamento strategico da Washington, dopo anni di interazioni militari, politiche e diplomatiche. In questo quadro, l'espansione della cooperazione tra Teheran, Baghdad e Islamabad potrebbe segnalare l'emergere di una nuova architettura energetica regionale, all'interno della quale l'Iraq svolge un ruolo di primo piano come hub dell'energia; uno snodo capace di interconnettere il Golfo Persico, l'Asia meridionale e le più ampie rotte di transito della regione.

Parallelamente, questa dinamica affronta significativi limiti strutturali. Per l'Iran, la sfida principale resta rappresentata dalle pressioni degli Stati Uniti, di Israele e dalla possibilità di un inasprimento delle tensioni regionali. Oltre a ciò, tutti e tre i Paesi devono fare i conti con minacce alla sicurezza interne e transfrontaliere, in particolare il terrorismo e le attività insurrezionali, in grado di colpire direttamente le infrastrutture energetiche e interrompere le reti di transito.

Inoltre, la formazione di un simile blocco energetico rischia di diventare bersaglio di pressioni esterne durante le fasi di massima tensione. Più questi corridoi si integrano, maggiore diventa la loro vulnerabilità in caso di crisi regionali.

L'instabilità politica rimane un ulteriore fattore determinante: l'Iraq soffre di una forte fragilità interna, il Pakistan è alle prese con le tensioni legate all'Afghanistan, e la vicinanza stessa dell'Afghanistan all'Iran incide sulla continuità dell'instabilità regionale.

Nonostante queste sfide, le opportunità restano notevoli. Se gestiti correttamente, questi accordi possono gettare le basi per un quadro più solido di cooperazione energetica e di transito nella regione, nel quale l'Iran assumerebbe un ruolo sempre più centrale. Oltre al loro valore economico, queste intese inviano anche un messaggio inequivocabile agli attori internazionali: Teheran, Baghdad e Islamabad si stanno muovendo per definire un'agenda regionale indipendente e assumere un ruolo più attivo nel plasmare il futuro delle cooperazioni energetiche.