Intelligence economica
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Gli articoli scritti sino ad oggi hanno visto il tema dell'internazionalizzazione 4.0, anche in prospettiva post pandemia, porsi in modo centrale e prioritario:
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Dic 09, 2020 07:43 Europe/Rome
  • Intelligence economica

Gli articoli scritti sino ad oggi hanno visto il tema dell'internazionalizzazione 4.0, anche in prospettiva post pandemia, porsi in modo centrale e prioritario:

il ragionamento che si è tentato di sviluppare tende verso l'affermazione  della internazionalizzazione 4.0 come questione di interesse nazionale per tutti quei Paesi che aspirino a divenire o confermarsi quali attori fondamentali, anche e soprattutto in una prospettiva di riedificazione del capitalismo a seguito della pandemia Covid-19.

In questo contesto assume un ruolo decisivo quello dell’intelligence economica o competitive intelligence, atteso che un processo di internazionalizzazione 4.0 non può svilupparsi e propagarsi se non nell'ambito di una strategia programmata in base ad informazioni certe e costanti, e nell'ambito di un sostegno deciso da parte dell'autorità statale.

Infatti, se da un lato, l’intelligence economica è uno strumento di quella guerra economica oramai in atto nello scenario mondiale da diversi anni, dall'altro analizzare l’intelligence economica separandola dalla guerra economica costituisce un errore metodologico inammissibile, tanto quanto pensare di porre in essere un dispositivo efficace di intelligence economica senza prima avere conseguito una adeguata sovranità economica e militare.

Ad esempio gli Stati Uniti, dopo la caduta del Muro di Berlino hanno riconvertito la C.I.A. proprio su questo fronte, sulla considerazione che una migliore conoscenza dell’ambiente in cui ci si trova a operare e dei concorrenti da battere è indispensabile per potersi assicurare commesse importanti all’estero e meglio posizionarsi nei mercati.

L'intelligence economica viene ad assumere, quindi, una particolare centralità come strumento difensivo e insieme offensivo volto a consolidare – o a conseguire – la sovranità economica.

In questo contesto assume rilievo la tutela dell’interesse nazionale a cui l'intelligence economica deve perseguire nella realizzazione della internazionalizzazione 4.0.

In questo gli Stati Uniti possono rappresentare un esempio, ove si pensi che questi ultimi non hanno mai rinunciato al carattere nazionale della loro economia, favorendo lo sviluppo delle proprie imprese tramite la costruzione di un ambiente giuridico, fiscale e infrastrutturale adeguato in patria, e di una rete di appoggio all’estero.

Riscoprire gli interessi nazionali significa difenderli dagli attacchi esterni, dunque spolverare l’idea di guerra convenzionale abbandonata da decenni per applicarne le logiche all’economia.

Ma perchè si deve ritenere che un processo che, solo apparentemente, può emergere come naturale abbia necessità di una “intelligence” che si adoperi per la tutela dell'interesse nazionale? Perchè la rete non è neutra, in quanto non è difficile rendersi conto che il World Wide Web non è universale, ma intimamente statunitense.

Il Web è un modo potentissimo per veicolare nel mondo la lingua e la cultura anglosassoni; gli informatici sono sottoposti a un vero e proprio social learning, che fa considerare loro naturale il fatto che il settore dove lavorano sia monopolizzato da colossi privati americani.

I più geniali tra loro, poi, potranno lavorare negli Stati Uniti; l’immigrazione di lusso, considerata dal politically correct segno di accoglienza e di democraticità, è in verità un sistema per rafforzare la propria “economia della cononoscenza” e indebolire quella degli altri paesi.

La quasi totalità dell’informatica popolare è monopolizzata dagli Stati Uniti: l’hardware è prodotto in Asia, ma il software è rigorosamente statunitense.

Le attuali norme internazionali nel campo delle comunicazioni e dell’elettronica sono americane o perfettamente modellate sulla base delle esigenze delle imprese americane, che hanno imposto la propria governance e le proprie regole in quasi tutti i settori delle scienze informatiche.

In questo ambito, il fatto che tutti i principali motori di ricerca, Google in testa, e tutti i grandi social network, come Twitter e Facebook, siano americani dà agli Stati Uniti un potere globale enorme.

È noto, poi, che queste aziende collaborano con l’N.S.A. e gli altri servizi d’informazione americani, pertanto non è un caso che Russia e Cina stiano cercando di sostituire Windows con sistemi operativi nazionali basati sul sistema open-source Linux, e che soprattutto la Cina utilizzi social network autoctoni.

Inoltre, si parla molto di cyberwarfare, e a ragione se si pensa che  nel 2010 fu identificato Stuxnet, un malware “militare” avente lo scopo di danneggiare le centrifughe iraniane per l’arricchimento dell’uranio, di provenienza Siemens.

L’obiettivo di una intelligence economica è, quindi, quello di far sì che un Paese sappia come adottare gli strumenti necessari per proteggere le imprese dalle tecniche di accerchiamento del mercato usate dalla concorrenza; anche restituire alla propria lingua il rango di lingua economica internazionale e rendere l’area linguistica di appartenenza una comunità di affari rafforzata; e, più in generale, dotarsi di una dottrina che fornisca gli strumenti necessari per creare un’economia che permetta di difendere gli interessi della nazione.

Ma, l’intelligence economica non considera il mondo secondo gli schemi classici degli Stati “amici o nemici”: in un mondo dove la concorrenza tra i mercati si fa sempre più aspra, più dura, portata spesso avanti senza esclusione di colpi, il risultato della competizione economica, se non della guerra economica, può significare la sopravvivenza o meno di imprese e di interi settori industriali, con tutte le conseguenze che ciò comporta per un paese in termini di occupazione, di produzione e di reddito.

E non parlo evidentemente di spionaggio economico, che è tutt’altra cosa e si pratica con mezzi illegali per acquisire subdolamente segreti industriali ed economici del concorrente.

L’intelligence economica, invece, si serve di strumenti del tutto legali, studiando ed elaborando informazioni a tutti accessibili, accedendo alle cosiddette “fonti aperte”, per offrire alle imprese, alle industrie, agli attori economici, una “strategia” di sviluppo e di protezione, nella prospettiva di poter adeguatamente far fronte alla spietata concorrenza internazionale.

Le politiche di intelligence economica cercano di rispondere ai rischi e alle minacce che hanno origine dai principali cambiamenti avvenuti nel mondo come la competizione globalizzata e il crescente ruolo dell’informazione negli affari economici.

È difatti proprio l’informazione una forza trainante tanto vitale quanto qualsiasi fonte fisica di energia; la condivisione di informazioni e il facile accesso a esse offrono grandi opportunità ma generano anche nuove minacce in tutti settori, da quello scientifico, tecnologico a quello finanziario.

Tuttavia, le politiche di intelligence economica non possono prescindere dal tendere verso quello che può essere definito come un deciso “patriottismo economico”.

La crisi della globalizzazione, prima, e sanitaria, oggi, impongono l’adeguamento della politica economica – quindi dell’intelligence economica – di tutti gli Stati, verso la protezione dei propri interessi nazionali, non solo con misure difensive, ma anche con azioni offensive, che vanno verso la conquista di nuovi spazi economici e contesti di mercato.

In tale contesto si deve verificare una riscoperta dello Stato, il cui ritorno in veste di protagonista si basa sull’interazione di due fattori: l’aumento delle criticità causate crisi pandemica e sanitaria con conseguente aumento delle necessarie capacità di governo e la presa di coscienza da parte dei membri della comunità internazionale che gli Stati Uniti non hanno mai rinunciato al proprio interesse nazionale.

In questo scenario la geoconomia, con la sua dimensione “glocale”, prende il posto della geopolitica e si occupa non di conquistare i territori ma di massimizzare le figure altamente qualificate all’interno delle imprese e delle professioni con l’obiettivo di conquistare o di preservare una posizione ambita all’interno dell’economia mondiale.

Ecco perchè l'obiettivo di creare un vero e proprio “brand” definito “Persian Style” (di cui ho parlato nell'articolo precedente) per la conquista di nuovi mercati, non può prescindere da una azione di intelligence economica, nell'ambito di una valutazione di interesse nazionale e supportata dall'autorità statuale.

Avv. Fabio Loscerbo

 

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