Donare la vita per Dio o per la patria? 2a P.
Patria o Dio? Ora mettete a confronto questi due valori: la terra per la quale sacrifichiamo la vita, di per sé, quanto valore ha?
E quando questa terra rimarrà, a chi gioverà? Quando io divento martire affinché questa terra possa rimanere nelle nostre mani e non in quelle del nemico, cosa succede? Chi ne trae vantaggio? Io sono morto, finito, ed essa passa ai miei figli o alle generazioni successive. Quanto vale questa terra? Confrontiamo poi il suo valore con quello di Dio e dei valori divini. Ci rendiamo allora conto del divario esistente tra la cultura islamica e la cultura umana. Osservate dunque la funzione trasformativa dell’Islam: esso dona all’essere umano ali tali da elevarlo a cosiffatte altezze.
Prima di tutto la patria non è un valore esclusivo degli esseri umani. Anche gli animali per proteggere la loro patria – quella parte della foresta sotto il loro controllo o il nido in cui depongono le uova – sono pronti a combattere e morire. Talvolta accade di vedere un gruppo di corvi di un dato giardino litigare con un gruppo di altra provenienza: si attaccano, sanguinano, a volte muoiono, solo per una violazione di territorio. Tra gli animali è qualcosa di frequente. Non è una peculiarità dell’essere umano. Preservare la patria significa proteggere il luogo in cui si vuole vivere e prosperare.
In secondo luogo, vediamo adesso quanto valore possiede? E’ più prezioso il valore della vita umana o della terra? Si tratti di una manciata di terreno o di un ettaro, che il confine sia qui o un metro più avanti, la vita dell’essere umano è comparabile alla terra? Supponiamo che il valore della terra sia molto prezioso, non determinabile numericamente, si tratta comunque di un valore limitato.
Di contro ciò che è legato a Dio ha un valore infinito: “Quello che è presso di voi si esaurisce, mentre ciò che è presso Allah rimane” (Sacro Corano, 16: 96). Qual è la differenza tra i due? E’ come la distanza tra ciò che è finito e ciò che è infinito; non esiste rapporto, non si può quantificare. E’ infinitamente più prezioso.
L’Islam è giunto per condurre le persone – il cui unico onore era quello di combattere per preservare il proprio nido – verso quanto vi è di più prezioso, qualcosa di fronte alla quale null’altro ha valore. Vedete dunque quanta differenza vi è tra coloro che promuovono la cultura islamica, i valori islamici e la loro diffusione, e quanti invece parlano di nazionalismo e di Iran, di terra e cose simili? La terra è qualcosa di inanimato, tu sei un essere umano. L’essere umano deve forse essere sacrificato per la terra? Poniamo ora che la patria abbia un grande valore: in definitiva cosa vuol dire patria? Dove inizia e dove finisce la patria? La nostra patria è l’Iran. Dove inizia e dove finisce l’Iran? Chi stabilisce che questo è l’Iran e dovremmo esserne orgogliosi? Vi è stato un tempo in cui il confine iraniano andava dalle porte della Cina fino alle porte dell’Europa; tutti i paesi del Vicino e del Medio Oriente e parte delle nazioni dell’Asia orientale erano cioè parte integrante dell’Iran.
Secondo una storia, durante il regno Selgiuchide un dipendente governativo dell’epoca si era recato da Khoja Nizam al-Molk per ricevere lo stipendio. Quest’ultimo, tramite lettera, gli comunicò di andarlo a riscuotere in una qualche città della Turchia. Il lavoratore si recò allora dal re e protestò: “Io ho lavorato qui, e adesso devo partire e andare lì a ritirare il mio salario? Che senso ha? I soldi che dovrò spendere forse saranno più di quelli che riceverò. Che ordine è questo che hai impartito?” Il re gli rispose: “Voglio che nella storia venga registrata la dimensione della nostra nazione nell’epoca attuale: dove inizia e dove finisce”. Una ventina di paesi, ora nazioni indipendenti, erano parte integrante del territorio dell’Iran; un tempo erano chiamati Iran. Uno di essi è l’Iraq. La capitale dei Sassanidi era a Ctesifonte, ora Madain, e faceva parte dell’Iran, quella stessa città di Madain che si trova ora vicino Baghdad. Bene, adesso noi siamo iracheni o iraniani? Dovremmo essere orgogliosi dell’Iraq, che è il nostro paese, perché una volta faceva parte della nostra terra?! O prendiamo i paesi del Nord, del Caucaso, dell’Azerbaigian e di altre zone intorno a noi, un tempo parte del territorio iraniano: dovremmo essere orgogliosi di loro adesso?
Si tratta di semplici convenzioni. Oggi si chiama “Iran”, domani si chiama “Iraq” e dopo domani con un altro nome. Di cosa dovremmo essere orgogliosi? Quale valore possiede da dovervi sacrificare la nostra vita? Confrontate ciò con Dio, che è la Realtà delle realtà (Haqiqat al-haqaiq). Il primo è un mero concetto convenzionale, l’altro è una Realtà dalla quale ogni realtà trae la sua realtà. Qual è la differenza tra chi dona la propria vita per essa e chi la dona per una terra e un “nido” che domani avrà il nome di un’altra nazione?
Quanto deve decadere dal punto di vista culturale una persona, in termini di comprensione, di coscienza e di valore, per sostituire Dio con la nazionalità, l’iranianità o l’arabismo. Bisognerebbe esaminare la storia e valutare i risultati ottenuti da queste tendenze nazionaliste, i benefici apportati all’umanità e le perdite causate. Consentitemi di farvi un piccolo esempio ma piuttosto concreto. All’inizio della nostra Rivoluzione, ai nostri confini occidentali, alcune delle città le cui tribù sono arabe, dopotutto in una parte della nostra nazione è presente anche una componente araba, si costituirono in un’entità che reclamava la secessione, voleva formare una nazione indipendente, fare di Ahwaz la capitale e così via. Uno dei paesi arabi amici – senza parlare dei nemici – li ha sostenuti. Dicemmo a questo paese: “Lasciamo da parte i nemici, ma voi siete nostri amici. Perché li avete aiutati?” Hanno risposto: “Uno dei nostri slogan è “Al-Urubah” (arabismo)”. Gli slogan del loro partito erano “Al-Ishtirakiya Al-Arabiya” (socialismo arabo), “Al-Wahda Al-Arabiya” (unità araba). “Poiché abbiamo come slogan la “solidarietà tra arabi”, li appoggiamo ovunque si trovino, anche se si oppongono a voi!” Questo è il significato del nazionalismo.
L’Islam parla di “verità” e “falsità”, non di “arabi” e “non arabi”, “persiani” e “turchi”. La verità deve essere difesa ovunque essa sia. I risultati di questa tendenza nazionalista sono slogan come “né Gaza né Libano” [2]. Cosa ce ne importa? Sono arabi e quindi sono gli arabi a doverli aiutare. Ma l’Islam dice: il musulmano è musulmano ovunque esso sia. Se basiamo e sviluppiamo i nostri pensieri, i nostri valori e la nostra visione sull’Islam, saremo degni di ricevere l’attenzione divina e la benedizione degli awliya [amici, intimi] di Dio, dei puri Imam (as) e dei martiri, e giorno dopo giorno aumenterà la nostra magnificenza, il nostro onore e la nostra beatitudine. Se invece torniamo ai valori della Jahiliyyah (l’ignoranza pre-islamica), dell’orgoglio per l’etnia, la razza, la terra e cose simili, torneremo ai valori tribali della Jahiliyyah.
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Degradare il rango del martire!
Purtroppo il miscuglio di culture all’interno della società islamica induce alcuni – da cui non ci si aspettava qualcosa di simile – a ripetere certi slogan ed appoggiarli; e invece di sostenere parole d’ordine islamiche vengono introdotti slogan iraniani ed etnici: questo significa tradire il sangue dei martiri! Quale martire conoscete che nel suo testamento abbia scritto che sarebbe diventato martire per la terra dell’Iran? Tutti hanno parlato dell’Islam, di obbedire alla Guida [Imam Khamenei] e all’Imam [Khomeyni], di proseguire il sentiero dell’Imam Husayn (as). E noi dobbiamo dimenticarlo? Dimentichiamo tutto ciò e torniamo agli slogan della Jahiliyyah? “Per la nostra terra!”? Vale la pena sacrificare la vita di persone come questi nobili martiri per la terra?! L’intera terra, con tutti le sue riserve, la miniere sotterranee e quanto vi è in superficie, non vale un solo credente. Il valore di un credente è come il valore della Ka’ba: ciò che lo rende prezioso è la fede, il suo legame con Dio.
Quando il Corano vuole esprimere il rango dei martiri dice di non definirli “morti”, perché sono “ben provvisti dal loro Signore” (Sacro Corano, III: 169). Non dice che costoro si sono sacrificati per la vostra terra, il vostro onore, il vostro benessere, la vostra economia. Il motivo di orgoglio è che sono “ben provvisti dal loro Signore”, che si trovano presso Dio, che sono provvisti alla presenza di Dio e godono delle benedizioni divine. E’ questo ad essere motivo di orgoglio. Questa è la vera vita. E noi dimentichiamo tutto ciò e torniamo ai concetti e agli slogan della Jahiliyyah così come fa tutto il resto del mondo?
Ebbene, anche gli iracheni dicono: “Sacrifico tutto [solo] per la mia terra”. Voi siete orgogliosi di sacrificarvi per la terra dell’Iran e loro sono orgogliosi di sacrificarsi per quella della loro patria. Anche l’inglese dirà: “Mi sacrifico [solo] per la terra della mia patria”. Dove è la differenza? Se il criterio è la patria, beh, questa è una patria e anche quella lo è. Questa persona viene uccisa per la propria patria e quell’altra per la sua. Che differenza fa? La differenza è che questa è una patria islamica, è la dimora dell’Islam, un luogo in cui la gente ha una relazione con Dio, vuole diffondere la Sua religione, vuole compiacerLo e sacrificare la propria vita per Lui. E’ questa patria ad essere preziosa, non in se stessa, ma per questa realtà. L’origine del suo valore risiede nell’appartenere a Dio e alla religione di Dio. Ricollegandosi a Lui diventa una patria islamica di cui essere orgogliosi, perché è una patria islamica e non una patria etnica.
Se noi, in quanto persone presenti e attive nel campo culturale e intellettuale, per quella cultura, obiettivo dei martiri, ci sforziamo in tal senso, essi se ne rallegreranno e dal mondo in cui si trovano pregheranno per noi. Ma se capovolgiamo i loro obiettivi, li modifichiamo e sostituiamo l’Islam con la nazionalità, il suolo e cose simili, essi ci malediranno. Diranno: “Ci avete snaturato. Il valore che avevamo, l’esserci sacrificati per Dio, lo avete trasformato in ‘ti sei sacrificato per la terra!’” Guardate la differenza tra l’uno e l’altro!
Pertanto, come forma di riconoscenza concreta, il dovere che abbiamo è quello di approfondire al meglio gli obiettivi dei martiri e di sforzarci nel realizzarli e promuoverli, impedendo che taluni – per ignoranza o, Dio non voglia, con intenzioni corrotte – sostituiscano gli slogan e i valori islamici con slogan della Jahiyliyyah, valori umani e culture della miscredenza.
Esprimo ancora una volta il mio rispetto e umiltà di fronte alle anime dei cari martiri che hanno sacrificato le loro vite per l’Islam e i valori islamici e, con le loro benedizioni, chiedo a Dio Onnipotente di renderci oggetto delle Sue attenzioni speciali, di proteggere da ogni danno e calamità questa nazione – che è la nazione dell’Islam, della Shi’a e dell’Imam dell’Epoca [l’Imam Mahdi] – e la sua Guida [l’Imam Khamenei], che è il rappresentante dell’Imam dell’Epoca. Il nostro più grande onore è quello di vivere in un’epoca in cui il rappresentante dell’Imam [Mahdi] è a capo del nostro governo. Che Dio prolunghi la sua vita e aumenti ogni giorno la sua autorità, onore, dignità, rispetto, successo e benedizioni.
Che la pace e la misericordia di Dio discendano su di voi.
NOTE
1) Riferimento alla Guerra Imposta alla neonata Repubblica Islamica con l’aggressione scatenata contro l’Iran da parte di Saddam Hussayn, su istigazione e sostegno della NATO, dal 1980 al 1988.
2) “Né Gaza, né Libano, mi sacrifico [solo] per l’Iran!” è uno degli slogan nazionalisti, razzisti, anti-islamici e anti-rivoluzionari che venne introdotto nelle proteste che nel 2009 si tennero in Iran durante la sedizione che l’Occidente, con la complicità di traditori ed elementi liberali interni, orchestrò contro la Repubblica Islamica. L’obiettivo della sedizione, che con violente manifestazioni e proteste per diversi mesi sconvolse molte città del paese all’indomani delle elezioni presidenziali, al pari di quanto avvenuto in diverse altre nazioni nelle quali le ‘rivoluzioni colorate’ ebbero successo, era quello in un primo momento di sovvertire il verdetto popolare e portare al governo un candidato filo-occidentale, per poi abbattere definitivamente l’ordinamento politico sovrano. Grazie a Dio la saggia lungimiranza dell’Imam Khamenei e la presenza imponente della popolazione credente e rivoluzionaria culminata nelle gigantesche manifestazioni che si tennero il 9 Dey del calendario iraniano (corrispondente al 30 dicembre 2009) in tutta la nazione a difesa dell’Islam, della Rivoluzione e della Repubblica Islamica neutralizzarono il tentativo di destabilizzazione ordito dai nemici.
Fonte: http://islamshia.org/donare-la-vita-per-dio-o-per-la-patria-ayatullah-mesbah-yazdi/
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