Elezioni 18 giugno: Iran una democrazia islamica matura e consolidata
Il 18 Giugno prossimo avrà luogo la tredicesima elezione presidenziale della Repubblica Islamica dell'Iran, alla quale saranno chiamati alle urne circa 59.000.000 milioni cittadini iraniani.
Sono noti i nomi dei sette candidati alle elezioni: Amirhossein Ghazizadeh-Hashemi, membro del Parlamento; Abdolnasser Hemmati, governatore della banca centrale; Saeed Jalili, ex segretario generale del Consiglio supremo di sicurezza nazionale; Mohsen Mehralizadeh, l'ex vicepresidente; Ebrahim Raisi, il capo dell'autorità giudiziaria; Mohsen Razai, l'ex comandante delle guardie rivoluzionarie; e Alireza Zakani, deputato.
Le prossime elezioni marcheranno un momento particolarmente sensibile della vita collettiva dal momento che attraverso di loro il sistema politico rende stabile il proprio fondamento, garantendo una transizione dei poteri o la continuazione dei precedenti.
Le elezioni saranno un momento decisionale di grande importanza, nel quale ogni cittadino sarà chiamato ad esprimersi ed a far valere il proprio orientamento, espresso sotto forma di un voto nei confronti dei candidati che più si avvicineranno ai propri convincimenti.
Le elezioni prossime future sono la dimostrazione, ove ancora ve ne fosse bisogno, che l'Iran è una democrazia islamica matura e consolidata.
E' ciò perchè le elezioni saranno caratterizzate da tre aspetti fondamentali: ogni voto sarà individuale e conterà (ciò vuol dire che sarà contato, che non sarà gettato via, che avrà valore); il voto sarà segreto e questa segretezza sarà rispettata come garanzia di libertà (si potrà votare chi si vorrà e la segretezza permetterà che questa decisione non sia condizionata da fattori esterni); il voto passerà attraverso un meccanismo cristallino e trasparente per cui la decisione individuale espressa col voto sarà conservata come tale e corrisponderà alla volontà e alle intenzioni dell’elettore.
Le future elezioni, chiunque ne sarà il vincitore, dovranno essere essere un’opportunità per la politica estera italiana nei rapporti con l’Iran.
E che i rapporti tra i due paesi abbiamo visto un risveglio di interesse ne è prova, da un lato, il fatto che l’8 dicembre l’ambasciatore italiano a Teheran, Giuseppe Perrone, ha incontrato il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, mentre il 7 dicembre il segretario generale della Farnesina, Elisabetta Belloni, ha avuto un colloquio in videoconferenza con il viceministro degli Esteri iraniano, Sayed Abbas Araghchi.
Dall'altro, la visita in Italia del Ministero degli Esteri Javad Zarif ha costituito una ulteriore conferma dell'interesse della Repubblica Islamica nei confronti dell'Italia.
Per l’Italia le politiche di Donald Trump sono state un disastro dal punto di vista commerciale: nel 2018 l’Italia esportava beni in Iran per 1,6 miliardi, diventati 824 milioni nel 2019 e nei primi sei mesi del 2020 328, mentre importava beni dall’Iran per 2,9 miliardi nel 2018, diventati 152 milioni nel 2019 e 62 nei primi 6 mesi del 2020.
Se da un lato, Roma in questo momento è distratta dalle varie crisi che rendono più instabile il suo estero vicino, cioè la Libia, il Sahel e il Mediterraneo orientale, e quindi considera l’Iran come un “dossier” meno essenziale per gli interessi nazionali, dall'altro dovrebbe essere consapevole della rilevanza globale di un negoziato come quello sul nucleare.
Questo tipo di negoziati non sono importanti soltanto per l’interesse nazionale immediato, ma servono a ricordare agli altri Paesi che l'Italia è un partner affidabile, con delle idee, capace di coltivare relazioni con tutte le controparti.
Il punto è capire, da un lato, se il livello politico, in particolare il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, sia interessato a investire tempo e attenzione in questo senso, e, dall'altro, ove ciò non accada, quale possa essere un possibile interlocutore per incardinare un dialogo ed una cooperazione con l'Iran.
E se l'identikit di tale possibile interlocutore conducesse nella direzione del Presidente Silvio Berlusconi?
Le differenze sono abissali tra un liberale come il Presidente Berlusconi e un sovranista come Matteo Salvini.
Salvini è la destra illiberale, è la destra che non ha un piano per l’Italia ma muscoli reattivi popolari perché spesso fondata sulle comprensibili paure.
La destra di Giorgia Meloni è stata sempre in mezzo al guado transitando dall’ex post-quasi-neo fascismo a un’area che non è carne ma ancora neanche pesce.
I liberali sono ormai soltanto i berlusconiani con il loro fondatore ostinatamente alla testa di una truppa sempre più insensibile al richiamo eccitante del liberalismo, che si sforza di restare viva.
Certo, nel 2003, con Silvio Berlusconi alla presidenza del Consiglio e Franco Frattini alla Farnesina, Roma scelse di non partecipare al gruppo che avrebbe poi negoziato con l’Iran per raggiungere un accordo sul suo nucleare civile, firmato infine nel 2015 dai cinque paesi del Consiglio di Sicurezza dell’Onu più la Germania.
Una decisione, col senno di poi, giudicata un errore quasi all’unanimità dai diplomatici italiani.
Tuttavia, oggi il Presidente Berlusconi è l’unico vero statista, è questo sembra sembra il tema delle differenze fra un liberale gaudente e tenace, e il già sovranista Matteo Salvini.
Berlusconi è colui che si è preso il virus, che si è preso un oggetto di ferro sulla fronte, che è passato sotto le forche caudine di un numero di processi intollerabile per qualsiasi altra persona, ma è anche chi ha stretto profondi legami di amicizia personale con il Presidente Russo Vladimir Putin.
E ciò non è di poco conto, ove si consideri come negli ultimi anni i rapporti bilaterali tra la Russia di Putin e l'Iran si siano sviluppati ed articolati.
Tanto per fare une esempio, lunedì 31 maggio è stato firmato dal ministro iraniano per il patrimonio culturale, il turismo e l'artigianato Ali-Asghar Mounesan e dal capo dell'Agenzia federale per il turismo della Russia Zarina Doguzova durante un incontro a Mosca, un accordo che prevede l'esenzione dai visti per motivi di turismo.
In questo contesto di cooperazione sempre più articolata tra Iran e Russia, si potrebbe venire ad inserire l'interlocuzione dell'Italia e ciò allo scopo di rafforzare e sviluppare i propri rapporti bilaterali con la Repubblica Islamica per divenire il partner economico e commerciale europeo privilegiato.
Del resto, come dichiarato alla fine di maggio dal ministro del petrolio iraniano Bijan Namdar Zanganeh, l'Iran si trova nelle condizioni di poter facilmente aumentare la propria capacità di produzione di petrolio a 6,5 milioni di barili al giorno, di modo da prepararsi a un forte ritorno nel mercato globale.
Su queste premesse le prossime elezioni presidenziali, oltre a rappresentare la conferma della maturità della democrazia islamica Iraniana rappresentano una grande opportunità per il rilancio dei rapporti tra Italia ed Iran quale che sia il Presidente che uscirà dalle urne.
Avv. Fabio Loscerbo
Presidente dell'Associazione di Cultura e del Commercio Italo - Iraniana
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