Sanzioni: decisioni unilaterali in violazione di un'etica universale
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In termini generali, l’etica pubblica è definibile come il settore della filosofia relativa all’universo dei valori e delle norme a cui gli uomini fanno riferimento nell’ambito della sfera pubblica.
(last modified 2024-11-17T02:54:12+00:00 )
Lug 21, 2021 04:18 Europe/Rome
  • Sanzioni: decisioni unilaterali in violazione di un'etica universale

In termini generali, l’etica pubblica è definibile come il settore della filosofia relativa all’universo dei valori e delle norme a cui gli uomini fanno riferimento nell’ambito della sfera pubblica.

L’oggetto di tale disciplina è quindi costituito dalla condotta umana nella vita di relazione: gli individui vengono considerati in quanto facenti parte di una collettività ed agenti all’interno di essa. La vita di ogni comunità è caratterizzata dall’assunzione di fini, in vista della realizzazione di una certa struttura sociale, e dalla scelta dei mezzi che si ritengono preferibili per il perseguimento dei fini stessi: è caratterizzata, cioè, da un’attività politica.

La determinazione degli obbiettivi politici non prescinde dai valori morali dei membri della società, piuttosto ne deriva, essendo espressione della condivisione di alcuni valori ritenuti fondamentali. Tra gli strumenti più incisivi per la realizzazione di questi ci sono le istituzioni e norme giuridiche di cui la comunità si dota, vale a dire il diritto, che in un significato esteso del termine comprende l’insieme delle prassi, degli organi e dei meccanismi di formazione delle scelte collettive.

Morale, politica e diritto sono dunque necessariamente interconnessi nell’ambito dell’esperienza umana di relazione: essa è dunque al tempo stesso esperienza morale, politica e giuridica. Considerare gli aspetti pubblici della vita umana da un punto di vista etico presuppone la consapevolezza di questo legame, da cui deriva il riconoscimento dell’ammissibilità di una valutazione delle decisioni pubbliche (politiche o giuridiche) sulla base di criteri morali.

La specificità dell’etica pubblica consiste, in altri termini, nel riconoscere la legittimità della discussione pubblica: “[p]iù che un arsenale di principi, regole, argomentazioni stringenti, l’etica pubblica è un insieme di chiamate in causa di tutti coloro che pretendono di agire in nome di una collettività”.

Operare una critica etica del diritto, assumendo un punto di vista interno alla comunità da cui il diritto è prodotto e a cui si applica, significa verificare che esso adempia alla sua funzione specifica di realizzazione dei fini eticopolitici che la comunità stessa si è attribuita.

Fini che trovano espressione, all’interno di un ordinamento giuridico, nei principi fondanti contenuti nelle Carte costituzionali, e rispetto ai quali dovrà essere valutato il contenuto delle norme giuridiche.

In tale ambito, le sanzioni internazionali rappresentano una particolare tipologia di decisione pubblica.

Nel caso della Repubblica Islamica dell'Iran le sanzioni sono il frutto di decisioni unilaterali poste in essere dagli Stati Uniti.

Se molti sembrarono sconcertati nell'associare gli Stati Uniti al concetto di unilateralismo, a ben vedere, forse, non esisteva tradizione più antica nella gestione degli affari esteri per l‟America. Washington, in passato, aveva esortato i suoi connazionali, “a stare alla larga dalle alleanze permanenti con ogni parte del mondo straniero”, e Jefferson propose, “pace, commercio e onesta amicizia con tutte le nazioni; relazioni vischiose con nessuna”.

Secondo le concezioni tradizionali l'atteggiamento americano più che unilateralista poteva definirsi isolazionista, ma nei fatti, l'America in ben pochi ambiti poté definirsi tale, vista la continua compenetrazione sul piano politico, economico e culturale, con il resto del mondo, a partire dagli inizi del novecento.

Gli interessi nazionali e la sicurezza interna divennero fin da subito gli obiettivi da perseguire, giustificando, sempre e comunque, le proprie azioni in tal senso.

Wilson provò a trasformare l'indipendenza americana in interdipendenza, tramite la proposta della League of Nationts, ma gli ostacoli politici e costituzionali impedirono la sua realizzazione. L'abbuffata internazionalistica wilsoniana, si spense nel giro di due anni e già con Harding, il successore di Wilson, si annunciò il ritorno, “alla religione dei vecchi tempi”.

Il ritorno all'unilateralismo fu potente, e nemmeno Roosevelt, nei primi anni della sua carriera politica, riuscì a cambiare il corso della storia.

La tragedia della Seconda Guerra Mondiale, ma soprattutto Pearl Harbor diede agli internazionalisti, guidati da Roosevelt, un nuovo terreno su cui lavorare.

Era importante, come annotò Wallace, “che la sequenza degli eventi non seguisse l’esempio degli anni 1918 e il 1920, il ritorno all’isolazionismo avrebbe significato che il mondo si sarebbe perso”.

La fine della guerra, non comportò il ritorno alla situazione precedente; durante la Guerra Fredda, tuttavia l‟internazionalismo più che il frutto di un cambio di mentalità, sembrò essere una reazione alla minaccia pressante e diretta generata dai sovietici.

Il crollo del comunismo fece rivivere l‟incubo che aveva perseguitato Roosevelt quarant'anni prima, il ritorno all'unilateralismo.

Gli Stati Uniti avrebbero continuato ad accettare il proprio impegno internazionale, se non addirittura ad aumentarlo, ma tale aumento sarebbe stato basato sul presupposto che le altre nazioni avrebbero agito come l'America avrebbe detto loro di agire.

L'Iran è stato oggetto di una vera e propria teorizzazione ideologica che trova espressione nei concetti di Stati canaglia (o fuorilegge) e Asse del Male, concetti appositamente coniati e riservati alla Repubblica Islamica.

Il concetto di Stato fuorilegge o Asse del Male compare, generalmente, in dichiarazioni che fanno riferimento all’assenza di democrazia, alla violazione dei diritti umani, ma soprattutto al possesso o all’intenzione di fabbricare o procurarsi armi di distruzione di massa.

E’ evidente, tuttavia, che non possono essere questi i criteri per definire l’appartenenza alla categoria degli Stati fuorilegge, trattandosi di elementi comuni, purtroppo, a molti altri Stati.

L’Iran è accusato in particolare di lavorare alla costruzione di armi nucleari, armi che invece già possiedono (oltre agli Usa) Francia, Gran Bretagna, Russia, Cina, India, Pakistan, Israele.

Uno Stato non è ‘canaglia’ perché in possesso di determinate armi, né è ‘fuorilegge’ per aver violato norme di diritto internazionale, ma in virtù di un giudizio squisitamente politico: è tale in quanto politicamente ostile, non alleato.

Questa è la premessa, non esplicitata, su cui si costruisce il discorso: il fatto che uno Stato (l’Iran) sia definito fuorilegge da un altro (gli Usa) in quanto sospettato di volersi dotare di armi che il secondo dichiara apertamente di essere determinato ad usare, può avere senso solo se si accetta e condivide una preferenza politica non espressa, ma sottintesa.

In questo contesto, l’uso di termini di valenza morale o religiosa, come ‘Bene’ e ‘Male’, falsifica la realtà: ponendo una linea di demarcazione morale e ideologica, fa sì che una situazione storico-politica contingente venga assolutizzata, ed estesa artificialmente a tutta l’umanità, per cui le nazioni che compongono l’Asse del Male non rappresentano un problema politico degli Stati Uniti, ma vengono fatti apparire come ‘nemici della civiltà’.

Si ricorre a termini etici in discorsi che negano l’etica: alla radice dell’etica vi è il riconoscimento dell’Altro, non la sua disumanizzazione, e vi è soprattutto l’adozione di un punto di vista universale, e non l’assolutizzazione di un punto di vista particolare.

La rappresentazione manichea della realtà, proposta da quelle che Pierre Bourdieu definisce “élite produttrici professionali di visioni soggettive del mondo sociale”, esclude in partenza la necessità che si portino argomenti logico-razionali a giustificazione delle scelte politiche, trasportando il discorso su un piano prettamente emotivo: “[d]a una parte ci saremmo noi, ma soprattutto l’America, faro della civiltà morale”.

Dall’altra “bande di assassini, sostenuti da regimi fuorilegge”. E’ la logica del “con noi o contro di noi” che non lascia scampo ai distinguo “perché chi mai potrebbe stare con gli assassini, contro la civiltà?”.

Se si considera l'enorme danno umano portato alla popolazione iraniana ed i meccanismi ideologici che lo hanno reso moralmente tollerabile per il mondo ‘civilizzato’, è possibile accusare il governo degli Stati Uniti di ‘perfetta ingiustizia’.

La “perfetta ingiustizia” della situazione iraniana non sta nel fatto che l’imposizione di misure estreme e indiscriminate continui più o meno immutata; la perfetta ingiustizia sta nel relativo successo degli Stati Uniti nel rendere l’atrocità allo stesso tempo invisibile e buona.

La perfetta ingiustizia si verifica quando principi di moralità e legalità vengono invocati con successo a legittimazione di un danno umano immenso, di durata illimitata.

A conclusione del ragionamento, le sanzioni irrogate in modo unilaterale del governo degli Stati Uniti nei confronti della Repubblica Islamica dell'Iran emergono essere in palese violazione di un'etica universale, un'etica che dovrebbe guidare le decisioni pubbliche degli Stati verso valori morali oggettivi in grado di unire gli uomini e di procurare ad essi pace e felicità.

Avv. Fabio Loscerbo

Presidente Associazione di Cultura e del Commercio Italo - Iraniana

 

 

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