Intervista a Zahra Mohammadi-Nejad, l'attivista sociale iraniana che ravviva l'empatia
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Pars Today - Zahra Mohammadi-Nejad è un'attivista sociale iraniana che in questi giorni ha intensificato gli sforzi per mantenere accesa la lampada della speranza in un quartiere di Teheran. Da anni lavora per diffondere l'empatia, la partecipazione popolare e lo sviluppo basato sul quartiere.
(last modified 2026-05-25T05:25:39+00:00 )
May 24, 2026 14:21 Europe/Rome
  • Zahra Mohammadi-Nejad, attivista sociale iraniana
    Zahra Mohammadi-Nejad, attivista sociale iraniana

Pars Today - Zahra Mohammadi-Nejad è un'attivista sociale iraniana che in questi giorni ha intensificato gli sforzi per mantenere accesa la lampada della speranza in un quartiere di Teheran. Da anni lavora per diffondere l'empatia, la partecipazione popolare e lo sviluppo basato sul quartiere.

Puntando sull'istruzione, sul lavoro volontario e sulla partecipazione delle casalinghe, Zahra Mohammadi-Nejad ha seguito un modello basato sullo «stare insieme», un paradigma partito dalla casa e dal vicinato, ora espanso nella città attraverso l'Organizzazione Non Governativa "Sostenitori della Crescita e dello Sviluppo" e il complesso "Khonehbashi", con l'obiettivo di rafforzare il capitale sociale e ricostruire le relazioni umane. Per conoscere meglio questa attivista sociale, proponiamo alcuni estratti dell'intervista realizzata dal sito web Pars Today.

Ci si presenterebbe?

«Sono Zahra Mohammadi-Nejad, laureata in Scienze dell'Educazione e Consulenza, e da anni opero nel campo sociale. Attualmente, con l'obiettivo di espandere l'empatia e lo sviluppo incentrato sul quartiere, attraverso l'istituto "Sostenitori della Crescita e dello Sviluppo" e il progetto "Khonehbashi", ho avviato la prima entità basata sui cittadini nei quartieri Fatemi, Jahanara, Jahad, Yusefabad, Kargar Shomali e Shahrak-e Valfajr, nel distretto 6 di Teheran».

Come ha preso forma nella sua mente l'idea di creare una simile entità?

«Dopo essere diventata madre, ho iniziato la mia attività sociale nell'associazione genitori-insegnanti della scuola di mia figlia, dove ho capito che molti dei problemi dei bambini affondano le radici nella famiglia e nella società. Per questo motivo sono giunta alla conclusione che, per generare un cambiamento, è necessario partire dalla comunità e dal quartiere».

Quali passi ha compiuto in questo percorso?

«Ho proseguito le mie attività sociali su scala più ampia. Per un periodo sono stata consigliera di quartiere ad Amirabad, a Teheran, e poi ho operato come rappresentante delle organizzazioni non governative presso il Governatorato. In seguito, ho deciso di continuare il mio percorso in modo indipendente, basandomi sulla partecipazione popolare. Per questo ho ottenuto dal Governatorato l'autorizzazione per l'istituto Sostenitori della Crescita e dello Sviluppo e dal 2014 ho avviato le mie attività in modo più mirato; un istituto che oggi è diventato la piattaforma per la nascita delle esperienze di quartiere di Khonehbashi».

Quali obiettivi perseguiva?

«Il primo obiettivo era sfruttare le capacità delle donne, in particolare delle casalinghe. Il secondo puntava a creare una base per l'espansione della partecipazione popolare nella società, mentre il terzo mirava alla formazione delle famiglie per migliorare la qualità della vita familiare. Ho cercato di far sì che la formazione prendesse forma nel contesto della vita e delle relazioni sociali delle persone. A mio avviso, il più grande capitale sociale di ogni comunità è il popolo, e molte imprese ardue diventano possibili ottenendo la sua fiducia e partecipazione».

Il racconto di un'attivista sociale iraniana sul tentativo di ravvivare l'empatia e la vita incentrata sul quartiere

Quali valori promuovete?

«I valori che sono sempre esistiti, ma che nel trambusto della vita urbana si sono affievoliti: la vita semplice, la convivenza, la pace interiore, l'affetto, l'amore e il concetto di famiglia».

Con questa visione, da dove ha iniziato il suo lavoro?

«Da casa mia. Dopodiché i vicini, poi l'intera via e successivamente i quartieri circostanti. Ci riunivamo per questioni semplici e quotidiane; organizzavamo iftar collettivi, passavamo insieme la notte di Yalda, guardavamo film, giocavamo e nei mercatini locali offrivamo prodotti fatti in casa e le nostre stesse creazioni».

Com'è stata l'accoglienza?

«Inizialmente alcuni non prendevano sul serio queste attività, ma col tempo molte persone si sono unite. In realtà, non si trattava di esperienze nuove: anche in passato la gente stava insieme nella gioia e nel dolore e manteneva relazioni strette, ma la vita urbana ha indebolito questi legami. Il mio sforzo mirava a far rinascere la cultura dell'empatia, del dialogo, della lettura e del mutuo soccorso tra i vicini».

Ci spieghi anche la questione dell'imprenditoria.

«Molte donne sono capaci, ma non dispongono dell'opportunità adeguata per mostrare le proprie abilità. Con l'approccio dell'economia di quartiere, ho cercato di creare uno spazio affinché le donne potessero offrire le proprie competenze in vari settori ai propri concittadini. Questo processo, oltre al supporto economico, contribuisce a rafforzare il senso di appartenenza e la fiducia tra le persone».

Cosa ci dice riguardo a "Khonehbashi"?

«I giorni della guerra dei 12 giorni dell'anno scorso hanno causato l'allontanamento delle persone le une dalle altre e l'interruzione di molte attività. In quel momento sono giunta alla conclusione che gli abitanti del quartiere necessitavano di uno spazio comune; un luogo che, in condizioni normali e di crisi, fungesse per loro da rifugio e posto sicuro. Alla fine, con la partecipazione dei residenti, abbiamo affittato uno spazio per portare avanti le attività in modo più centralizzato».

Che esperienza ha avuto "Khonehbashi" nei giorni della Guerra del Ramadan?

«I primi giorni sono stati difficili, ma questa volta avevamo una casa in comune. A "Khonehbashi" abbiamo ricominciato gli incontri di quartiere e, attraverso il gioco, l'istruzione, il dialogo e le attività collettive, abbiamo cercato di restituire tranquillità e speranza alla gente. A volte le famiglie si riunivano, guardavano film e preparavano la cena per rivivere il senso di vita collettiva. Proprio in quei giorni ho maturato ancor più la convinzione che le attività sociali debbano strutturarsi attorno all'asse della famiglia e del quartiere».

A suo dire, "Khonehbashi" è stato efficace nel migliorare lo stato d'animo degli abitanti del quartiere. Perché?

«La centralità del quartiere ha avuto una grande importanza, poiché molte delle persone rimaste in zona temevano di doversi spostare verso luoghi lontani, ma "Khonehbashi" era vicino al loro luogo di residenza e potevano raggiungerlo facilmente. Molti ci andavano solo per trovare un po' di tranquillità o per pochi minuti di conversazione. La presenza di uno spazio simile trasmetteva alle persone la sensazione di una grande famiglia, e proprio questo sentimento generava sicurezza e calma».

Qual è stata la sua esperienza personale in questo percorso?

«Sono giunta alla conclusione che tutti noi abbiamo bisogno di uno spazio che profumi di casa paterna, un luogo dove poter sperimentare pace, compagnia ed empatia».

Quando è stata la prima volta che ha sentito che "Khonehbashi" aveva un impatto reale?

«Quando la figlia di uno degli abitanti del quartiere ha subìto un trauma cranico e i vicini le sono rimasti accanto come una famiglia. Tutti pregavano, offrivano aiuto e, dopo il miglioramento delle sue condizioni, sono andati a trovarla in gruppo. Quell'esperienza ha dimostrato ancora una volta quanto l'empatia e il supporto dei vicini durante una crisi possano essere salvifici».

Come vede il futuro?

«Oggi mi trovo in mezzo alla speranza e alla luce. Siamo riusciti a trasformare le minacce in opportunità e a posizionarci suun percorso di transizione e progresso. Vedo un futuro luminoso per l'Iran e ci credo fermamente».

Come valuta il ruolo della solidarietà nazionale nelle attività sociali?

«La solidarietà nazionale può condurci verso un discorso che va oltre il genere, la regione e perfino i confini, una sorta di grande spirito collettivo. Tuttavia, il raggiungimento di questo traguardo inizia dalle piccole cose, proprio da questi passi compiuti nei quartieri».

Qual è il suo desiderio?

«Desidero che questo modello si diffonda non solo in tutto l'Iran, ma nel mondo. L'approccio incentrato sul quartiere significa che gli abitanti di una zona, in condizioni normali e di emergenza, stanno fianco a fianco nelle attività sociali, culturali ed economiche e vivono insieme, non soltanto uno accanto all'altro».

Qual è l'equivalente di queste parole nella sua mente?

Amore: Madre

Speranza: Iran

Patria: Madre

Guerra: La sofferenza dei bambini

Solidarietà: Quartiere

Aiuto: Empatia

Empatia: Stare insieme