5 giugno 1963, l’inizio della fine per lo Shah
di Ali Reza Jalali.
Ci apprestiamo a celebrare in Iran l’anniversario di un evento storico di fondamentale importanza, ovvero l’anniversario degli episodi che nel 1963 diedero vita ai moti di protesta popolari e alla consacrazione carismatica dell’Imam Khomeini come guida politica dell’opposizione alla monarchia della famiglia Pahlavi, che dalla prima metà del Novecento tiranneggiava la nazione persiana.
Il 1963 fu un anno particolarmente caldo per la politica iraniana, in quanto lo Shah Mohammad Reza Pahlavi aveva deciso di indire un referendum per imporre al paese una profonda riforma dei costumi, la cosiddetta “rivoluzione bianca”, grazie alla quale, col pretesto di modernizzare il paese, vi era l’intenzione di sradicare la cultura tradizionale del popolo con un modello culturale importato.
Era chiaro che la base della nazione, profondamente legata ai valori religiosi, con a capo una parte consistente del clero, non avrebbe mai accettato tutto ciò. L’Imam Khomeini decise di iniziare una seria e pesante campagna contro la riforma dello Shah: i suoi discorsi prendevano di mira la politica interna e soprattutto la politica estera del regime, il quale aveva asservito gli interessi nazionali agli interessi delle capitali straniere, quali Washington e Tel Aviv.
Nel pomeriggio del 3 giugno 1963, durante le cerimonie funebri per la ricorrenza religiosa dell’Ashura, periodo in cui gli sciiti ricordano il martirio dell’Imam Hussain, simbolo della lotta all’oppressione e alla tirannia, l’Imam Khomeini fece un discorso alla scuola religiosa Feizyeh di Qom in cui tracciò un parallelo tra il califfo Yazid, che nel VII secolo fu il mandante dell’assassinio dell’Imam Hussain, e lo Shah.
L’Imam Khomeini in quel discorso appassionato apostrofò lo Shah come un uomo miserabile e malvagio. Il monarca in quell’occasione fu avvertito che se non avesse cambiato la sua politica, sarebbe arrivato il giorno in cui il popolo avrebbe festeggiato la caduta del suo regime e una sua eventuale fuga. Nello stesso periodo il popolo iraniano decise di scendere in piazza per gridare slogan contro il regime, soprattutto a Teheran, dove una marcia dei sostenitori dell’Imam Khomeini degenerò in scontri pesanti con le forze dell’ordine.
Due giorni dopo, alle tre del mattino, gli uomini della sicurezza e i sicari del regime monarchico irruppero nella casa dell’Imam Khomeini a Qom e lo arrestarono, trasferendolo forzatamente presso una delle carceri della capitale.
L'alba del 5 giugno le notizie dell’arresto si diffusero rapidamente prima a Qom e poi in altre città. A Qom, Teheran, Shiraz, Mashhad e Varamin, le masse iraniane si mobilitarono e vi furono scontri con le forze dell’ordine e con l’esercito, mobilitato dal governo per far fronte ai disordini. A Teheran, i dimostranti attaccarono con veemenza stazioni di polizia, uffici della SAVAK, la polizia politica del regime, ed edifici governativi, compresi alcuni ministeri.
Il governo dichiarò la legge marziale e un coprifuoco dalle 10 del mattino alle 5 dell’alba del giorno seguente. Lo Shah ordinò quindi ad una divisione della Guardia Imperiale, sotto il comando del generale Gholam Ali Oveisi, di trasferirsi nelle strade cittadine e fermare col pugno di ferro le manifestazioni.
Durante la giornata le proteste andarono avanti e la folla dovette affrontare a viso aperto i carri armati e i soldati, i quali avevano ricevuto ordine di sparare ad altezza d’uomo. Il villaggio di Pishva vicino a Varamin (a un centinaio di chilometri dalla capitale) divenne famoso durante la rivolta. Diverse centinaia di abitanti di Pishva cominciarono a marciare verso Teheran, urlando “O Khomeini o la morte”.
Giunti presso un ponte i manifestanti di Pishva ricevettero l’ordine di fermarsi, e al loro rifiuto le forze armate aprirono il fuoco uccidendo gli inermi oppositori del regime. La mattanza dei manifestanti andò avanti tutta la giornata in diverse città, sedando cosi con la forza bruta la prima grande ribellione popolare a favore dell’Imam Khomeini, che dopo quei fatti drammatici e l’uccisione di migliaia di persone da parte del regime, fu costretto all’esilio in Turchia.
Il sangue versato dai martiri del 5 giugno 1963 non fu inutile, in quanto quel sangue contribui un quindicennio circa più tardi a spazzare via il regime dello Shah e a far tornare in patria l’Imam Khomeini, edificando cosi la Repubblica Islamica dell’Iran, uno Stato che si erge a difesa dei valori umani e contro ogni tirannia, sia all’interno del paese che all’estero.