Yemen: il "segnale" di pace che l'Italia non vuole dare
Tutto è cominciato il 26 marzo 2015, quando alla rivoluzione delle forze popolari yemenite, l'Arabia Saudita ha risposto con un'aggressione dal cielo e via terra.
L’Arabia Saudita ha formato una coalizione di cui fanno parte Egitto, Giordania, Sudan e Pakistan decidendo di sostenere l'ex dittatore Mansour Hadi. I sauditi, grazie anche al consenso tacito degli Usa, hanno iniziato a bombardare a tappeto il piu' povero dei paesi arabi.
Dopo più di novecento giorni di guerra il bilancio è catastrofico. Le Nazioni Unite calcolano che finora i bombardamenti hanno ucciso diecimila civili. Due terzi della popolazione ha difficoltà a procurarsi cibo e acqua potabile. Sette milioni di yemeniti, tra cui 2,3 milioni di bambini, sono sull’orlo della carestia. Un’epidemia di colera, la più grave nel mondo dal 1949, ha ucciso duemila persone e ne ha infettate più di seicentomila.
Le strutture sanitarie sono fuori uso. La produzione agricola è crollata. I centri urbani e le vie di comunicazione sono distrutti. Ventotto milioni di yemeniti sono intrappolati in quello che alcuni hanno definito un assedio di tipo medievale. Al disinteresse generale contribuisce la difficoltà per i giornalisti stranieri a entrare nel paese.
Nessuno pensa che sospendere la fornitura di armi italiane all’Arabia Saudita (427 milioni di euro nel 2016) sia sufficiente a fermare i bombardamenti, ma certo sarebbe un segnale. E seguirebbe l’esempio di Germania, Svezia e Paesi Bassi, oltre ad accogliere l’appello di una serie di organizzazioni tra cui Amnesty international e Oxfam. Ma il 19 settembre la camera dei deputati si è opposta e, con il contributo decisivo del Partito democratico e di Forza Italia, ha respinto una mozione che chiedeva l’embargo immediato: 301 voti contrari, 120 a favore, un astenuto.