L'Italia e la guerra tra Russia e Ucraina
Ci sono almeno quattro fronti che coinvolgono l’Italia dopo la decisione della Russia di invadere l’Ucraina.
E vanno oltre il ruolo diplomatico che il nostro Paese può svolgere al fianco dell’Unione Europea e della Nato. Perché riguardano le conseguenze pratiche che la guerra può avere per i cittadini e per i militari italiani. Il governo ha approvato il decreto sulla «Partecipazione di personale militare al potenziamento di dispositivi della NATO». La missione, con uno stanziamento di circa 170 milioni di euro, è «autorizzata fino al 30 settembre 2022» e prevede «la partecipazione di personale militare alle iniziative della NATO per l’impiego della forza ad elevata prontezza, denominata Very High Readiness Joint Task Force (VJTF)». Per i soldati italiani è prevista «la prosecuzione della partecipazione di personale militare al potenziamento dei seguenti dispositivi della NATO: a) dispositivo per la sorveglianza dello spazio aereo dell’Alleanza; b) dispositivo per la sorveglianza navale nell’area sud dell’Alleanza; c) presenza in Lettonia (Enhanced Forward Presence); d) Air Policing per la sorveglianza dello spazio aereo dell’Alleanza». È prevista anche la «cessione di mezzi ed equipaggiamenti militare all’Ucraina, a titolo gratuito non letali di protezione, la semplificazione delle procedure per gli interventi di assistenza o di cooperazione in favore dell’Ucraina (ad esclusione delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione), il potenziamento per la funzionalità e la sicurezza degli uffici e del personale all’estero, il potenziamento dell’Unità di crisi del Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale». Il presidente del Consiglio, Mario Draghi, durante l’informativa urgente alla Camera sulla crisi in Ucraina, ha specificato che «le forze italiane che prevediamo essere impiegate dalla Nato sono costituite da unità già schierate in zona di operazioni - circa 240 uomini attualmente schierati in Lettonia, insieme a forze navali, e a velivoli in Romania». Naturalmente per un’eventuale coinvolgimento nelle operazioni della Nato serve un voto del Parlamento che autorizzi la missione. A questo contingente -come ha specificato nei giorni scorsi anche il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini - potrebbero aggiungersi altre forze «che saranno attivate su richiesta del Comando Alleato. Per queste, siamo pronti a contribuire con circa 1.400 uomini e donne dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica, e con ulteriori 2.000 militari disponibili». In tutto si tratta di poco meno di 4.000 soldati. Draghi, parlando nella giornata di giovedì, ha detto che «con gli Alleati della Nato ci stiamo coordinando per potenziare immediatamente le misure di sicurezza sul fianco Est dell’Alleanza e stiamo rafforzando il nostro già rilevante contributo allo spiegamento militare in tutti i Paesi Alleati più direttamente esposti». Le basi Nato in Italia sono coinvolte? Le basi Nato in territorio italiano — Vicenza e Sigonella — sono già pienamente operative. Mercoledì 23 febbraio la 173rd Airborne Brigade ha comunicato che «circa 800 soldati della 173/a brigata aviotrasportata Usaf di stanza a Vicenza sono in partenza per la Lettonia, dove saranno dispiegati per rafforzare le capacità difensive dell’alleanza Nato, in seguito al peggioramento della crisi tra Russia e Ucraina». Sigonella, pur essendo una struttura «non avanzata» in relazione allo scenario attuale, da giorni vede partire diversi droni «Global Hawk» per la sorveglianza dell'aria interessata crisi internazionale in atto. Le bollette e l’aumento in due mesi. Le centrali a carbone Il prezzo del gas naturale in Europa si è impennato del 30,5% in poche ore dall’attacco russo su Kiev e le altre città ucraine, salgono molto tutte le materie prime e il petrolio Brent a 104 dollari supera un’altra soglia psicologica. Gli scenari di guerra fanno prefigurare un’accelerazione dell’inflazione. E si può prevedere che nel giro di due mesi salirà in maniera considerevole il prezzo delle forniture di gas e quindi le bollette. (Qui l’approfondimento dell'Italia sulle conseguenze economiche per l'Italia della guerra). La crisi ucraina sta portando a una svolta che farà discutere anche nelle politiche energetiche dell’Italia. In Parlamento Mario Draghi ha dato il senso dell’emergenza in corse sui prezzi del gas e dunque dell’elettricità (che in Italia per circa metà, una quota record, viene prodotta proprio dal metano). «Potrebbe essere necessaria la riapertura delle centrali a carbone, per colmare eventuali mancanze nell’immediato – ha detto il presidente del Consiglio - Il governo è pronto a intervenire per calmierare ulteriormente il prezzo dell’energia, ove questo fosse necessario, e sì questo è necessario». In sostanza Draghi ha dato due indicazioni di peso: la prima è che con i prezzi del gas naturale in Europa sopra i 100 euro a megawattora, potrebbero diventare necessari presto nuovi sussidi almeno alle famiglie più vulnerabili e alle imprese energivore. E questa volta non sarà più possibile deliberarli senza prevedere uno scostamento di bilancio, cioè più deficit e più debito pubblico rispetto al previsto. Ma la seconda novità è proprio la nuova apertura al carbone, la fonte fossile più inquinante in termini di emissione di CO2 nell’atmosfera. Il peggioramento delle condizioni geopolitiche e l’assenza di alternative alle forniture russe – punto d’arrivo di anni e anni di miopia strategica dell’Italia su questi temi – sta producendo un ritorno al carbone. Non solo in Italia, per la verità: anche in Germania le centrali più inquinanti stanno tornando ad operare e probabilmente mai tanto carbone era stato bruciato in Europa e al mondo come in questi mesi. Con buona pace della transizione “verde”.
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