Molte aziende italiane sono ferme
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L’invasione dell’esercito russo in Ucraina sta avendo molte conseguenze sull’economia italiana, in particolare sul prezzo dell’energia e sull’approvvigionamento delle materie prime.
(last modified 2024-11-17T02:54:12+00:00 )
Mar 20, 2022 20:40 Europe/Rome
  • Molte aziende italiane sono ferme

L’invasione dell’esercito russo in Ucraina sta avendo molte conseguenze sull’economia italiana, in particolare sul prezzo dell’energia e sull’approvvigionamento delle materie prime.

Il costo del gas è cresciuto in modo significativo – all’inizio di marzo di quasi otto volte rispetto a un anno fa – e la benzina e il gasolio hanno superato la soglia di due euro al litro. Inoltre la guerra ha bloccato l’importazione di molte materie prime che arrivavano in Europa dall’Ucraina e dalla Russia, soprattutto ghisa, cromo, nichel e argilla. In alcuni casi, vale per il gas, il prezzo era già in forte crescita dall’autunno e ha avuto un ulteriore aumento dopo il 24 febbraio, quando il presidente russo Vladimir Putin ha ordinato all’esercito di attaccare l’Ucraina. Per i carburanti, invece, è più complicato stabilire i motivi dei rincari. Ci sono ragioni direttamente riconducibili alla guerra, altre più indirette: il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani ha dato la colpa a interventi di speculazione sui mercati, al punto da definire gli aumenti «una colossale truffa». A prescindere dalle responsabilità, l’aumento del costo dell’energia e dei carburanti ha avuto effetti piuttosto concreti sul lavoro di molte aziende italiane, costrette a fermare diverse linee di produzione. I settori energivori, cioè che consumano grandi quantità di energia, sono i più esposti all’andamento dei prezzi: i produttori di acciaio e alluminio, le fonderie, i cementifici, chi produce ceramiche, l’industria del vetro, le cartiere, ma anche la chimica e i laboratori degli artigiani. Già alla fine del 2021 le aziende di questi settori avevano ricevuto bollette molto più alte rispetto ai mesi precedenti e avevano chiesto al governo un sostegno economico. Ma la situazione è peggiorata dopo l’invasione russa in Ucraina non tanto per l’atteso aumento dei prezzi, quanto per la loro volatilità, in altre parole per un andamento caratterizzato dall’alternanza tra forti crescite e rapidi cali non preventivabili. La prima mossa di molte aziende è stata limitare la produzione allo stretto necessario, rallentare nei reparti che consumano più energia, chiedere ai dipendenti di lavorare anche nel weekend, quando l’energia costa meno. Quando non è possibile fare tutto questo, le aziende sono state costrette a chiudere temporaneamente intere linee e chiedere la cassa integrazione. Secondo una rilevazione fatta dalla Fim, il sindacato dei metalmeccanici della Cisl, in tutta Italia sono 26mila i lavoratori coinvolti nella sospensione della produzione decisa dalle aziende per via dell’aumento dei prezzi. L’elenco è molto variabile perché le chiusure sono spesso temporanee in quanto seguono la crescita e il calo dei prezzi. Tuttavia, sostiene Roberto Benaglia, segretario generale della Fim-Cisl, se il conflitto non si fermerà c’è il rischio che i 26mila lavoratori attualmente coinvolti diventino il triplo o il quadruplo nel giro di poche settimane. La regione in cui sono state segnalate più chiusure è la Lombardia. Secondo una stima dell’assessorato regionale alle Attività produttive, sono 310 le aziende lombarde che hanno fermato la produzione a causa dei costi energetici. Alcune hanno riaperto almeno parzialmente, altre hanno provato a ripartire e negli ultimi giorni si sono fermate di nuovo. L’assessore Guido Guidesi ha chiesto al governo di mettere un tetto al prezzo del gas a livello nazionale e un taglio alle imposte indirette sui carburanti, ricalcando le rivendicazioni delle associazioni che rappresentano gli imprenditori.

 

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