Prefazione a “L’essenza dell’Amore” di Rayshahri - 2
Quella che segue è la prefazione dell’Hujjatulislam wal Muslimin Mohammad Rayshahri alla sua opera “L’essenza dell’amore.
Un libro in memoria di Shaykh Rajab ‘Ali Khayyat”, recentemente tradotta dall’Associazione Islamica Imam Mahdi e che con l’aiuto di Dio ci auguriamo di poter dare alle stampe quanto prima. L’autore, prolifico sapiente fondatore dell’Istituto Dar-al-Hadith di Qom (Iran), che Dio lo abbia in misericordia, è deceduto il 21 marzo scorso.
La prima domanda che potrebbe insorgere in un attento lettore sarebbe perché mai l’autore abbia sentito la necessità di scrivere un libro commemorativo sul reverendo, pio servitore nonché perfetto gnostico Shaykh Rajab Ali Khayyat. Ancor di più, nel caso in cui il lettore in questione sia stato uno dei suoi discepoli, egli potrebbe chiedersi per quale motivo uno scrittore che non abbia mai conosciuto personalmente lo Shaykh si sia voluto cimentare in una tale fatica, tenuto conto che le biografie commemorative siano fuori dal suo abituale campo di ricerca.
Oltre un semplice volume commemorativo
In questo modo, l’opera sul compianto Shaykh è finita per andare ben oltre i confini della mera commemorazione. Essa non soltanto ha l’ambizione di indicare il sentiero per il sublime approdo dell’umana natura, ma vuol essere una medicina volta al miglioramento, guidando il pellegrino spirituale verso la sua elevazione a cercatore di verità e rettitudine per mezzo del Santo Corano e delle tradizioni degli Infallibili Imam (as).
In un’introduzione al suo “Commentario sugli Hadith delle Armate dell’Intelletto e dell’Ignoranza”, l’Imam Khomeini (ra) asserisce l’assoluta inutilità dei libri di etica, qualora scritti da un punto di vista accademico e filosofico, evidenziando la necessità, nella società odierna, di opere sull’etica come la presente.
Egli spiega più a fondo:
“A mio modesto parere, l’approccio accademico o storicistico all’etica, così come l’interpretazione letteraria del Sacro Corano ed i commentari agli hadith cosiffatti, divergendo sostanzialmente dai reali obiettivi della Rivelazione, tendono ad allontanare piuttosto che ad approssimare alla meta. E’ mia convinzione che, trattando di etica e di commentari sui relativi hadith o dell’interpretazione dei versetti che la riguardano, sia compito precipuo dell’autore l’instillare nelle anime i suoi legittimi proponimenti ricorrendo agli avvertimenti, ai lieti annunci, alla predicazione, agli ammonimenti ed al ricordo.
In altre parole, per sua natura, un libro di etica dovrebbe essere una predicazione applicabile alla vita pratica, in grado di curare da se stesso malattie ed affezioni dell’animo piuttosto che limitarsi a mostrare le possibili modalità di cura.
Spiegare le radici della morale ed indicare la via per guadagnarsi la guarigione certamente non ci avvicinerà neanche un po’ alla santa meta, di certo non illuminerà un cuore nella tenebra e, sicuramente, non sanerà una disposizione corrotta. Un libro sull’etica è quello in seguito alla cui lettura l’animo indurito ed insensibile si scioglierà nella dolcezza, l’impuro si scoprirà purificato e l’oscuro tornerà radioso; e ciò è raggiungibile solamente se il predicatore sia una guida nell’istruzione, un terapista nel mostrare le vie terapeutiche, e qualora il suo libro sia il farmaco per la malattia piuttosto che una banale prescrizione. Le parole di un medico spirituale dovrebbero fungere da medicina e non da ricetta; ed i libri summenzionati purtroppo sono soltanto prescrizioni e quasi mai medicamenti; e se proprio volessi spingermi oltre, sarei costretto ad ammettere che buona parte dei suddetti sembra addirittura dubbio possano definirsi prescrizioni – ma riguardo a ciò, penso sia meglio sorvolare”.
Come il lettore potrà ben verificare, il presente volume commemorativo non è una mera prescrizione limitantesi ad esporre una serie di medicamenti; ci troviamo viceversa in presenza di una vera e propria medicina in grado di curare malattie ed infezioni dell’anima, in grado di addolcire i cuori e renderli luminosi e, soprattutto, di rendere il pellegrino spirituale più prossimo alla sua destinazione e meta.
Autenticità delle fonti
Come detto poc’anzi, le fonti della presente biografia comprendono interviste con i discepoli ed i devoti dello Shaykh: esclusi pochi casi, tutte le narrazioni sono da riferirsi direttamente a lui. Inoltre tutti i narratori, sia coloro i cui nomi sono chiaramente riportati e sia coloro che per ragioni personali hanno preferito l’anonimato, sono da considerarsi testimoni assolutamente attendibili; posso assicurare che tutto quanto riferito da costoro corrisponde a verità.
Ciò che mi appare più rimarchevole riguardo ai fatti riferiti al reverendo Shaykh in questa sede, è che essi riflettano perfettamente ciò che i suoi discepoli narrarono di lui nel tempo, senza riferirsi a loro nel dettaglio.
Un ulteriore elemento che val la pena di menzionare è che, nel citare le interviste si è usata grande attenzione nel riportare le esatte parole e nel ridurre al minimo le correzioni sia esse di forma sia legate alle esigenze editoriali.
Le Stazioni dei Detentori della Sapienza Divina
La più grande prerogativa del nobile Shaykh consisteva nel suo attingere all’essenza dell’Amore Divino. Egli fu in effetti un vero esperto in questo genere di alchimia (2); ed il libro, in accordo con tale realtà, è stato intitolato per l’appunto “L’Essenza dell’Amore”. Imbevendosi di cosiffatta essenza, il reverendo Shaykh esperì la verità dell’Unicità (di Dio). Nel terzo capitolo della terza parte del presente lavoro avrai l’opportunità di leggere le parole dello Shaykh al riguardo:
“La verità dell’essenza (alchimia) è il raggiungimento di Dio Stesso… L’Amore di Dio è la stazione finale del servire… L’archetipo per la valutazione delle azioni è il medesimo archetipo per cui chi agisce ama Dio Onnipotente”.
Ritengo che chiunque si approcci alla biografia dello Shaykh possa confermare come egli avesse percepito la veridicità dell’essenza dell’amare Dio; come, attraverso l’Amore del suo Creatore, egli avesse attinto tale perfezione e quindi raggiunto le elevate stazioni spirituali che è così arduo, se non addirittura impossibile, per noi uomini comuni anche solo addirittura immaginare.
In molte epoche accade che taluni individui, accecati dall’ignoranza, neghino con forza le alte stazioni conseguite da codeste anime, vasi d’elezione della Divina Sapienza, per il semplice fatto che trattasi di orizzonti assolutamente incomprensibili e fuori dalla portata dei loro sensi animici ottenebrati e quindi incapaci di coglierne le ineffabili altezze.
Fu per i suddetti motivi che il nobile Imam Khomeini (ra), il Fondatore della Repubblica Islamica, ammonì con energia l’amato figlio, Haj Ahmad Agha, riguardo a questa attitudine. Egli scrisse:
“Figlio mio! Ciò che ti raccomando innanzitutto è di non negare mai le stazioni spirituali di coloro che sono provvisti di Conoscenza Divina, la qual cosa è frutto d’ignoranza; e sii consapevole che, coloro che negano la condizione degli Amici di Dio, sono predatori in agguato lungo il sentiero della Verità”. (3)
E, nel consigliare la moglie di suo figlio Haj Ahmad Agha, egli dichiara:
“Non voglio discolpare i pretesi detentori della verità; ‘ci sono molti mantelli degni del fuoco’. Piuttosto io vorrei tu non negassi in alcun modo l’essenza della spiritualità, a cui alludono il Libro [il Corano] e la Sunna [dell’Inviato di Dio], e che gli avversari hanno ignorato, addirittura relegando il Tawhid (Unità ed Unicità Divina) ad una mera accezione devozionale. E’ tuo dovere sapere che il primo passo consiste nell’abbandonare il pesante velame della negazione, principale ostacolo per qualsivoglia sviluppo interiore ed avanzamento benefico. Codesto primo passo non costituisce un perfezionamento (di per se stesso) ma certamente ci disvela il sentiero della perfezione…”
“In ogni caso, non è possibile rinvenire la via alla Divina Sapienza a partire da un’attitudine alla negazione. Essendo sostanzialmente schiavi del proprio ego, coloro che negano le stazioni di elevazione degli gnostici e la particolare condizione dei pellegrini spirituali, non attribuiranno giammai all’ignoranza ciò che sfugge alla propria capacità di comprensione; di conseguenza rifiuteranno recisamente la realtà di cosiffatti conseguimenti, timorosi che il proprio auto-idolatrato io ne possa uscire danneggiato”. (4)
Gli esseri umani impossibili da percepire
Le stazioni della Gente dalla Divina Sapienza consistono in virtù impossibili da spiegare all’umanità comunemente intesa. A questo proposito, v’è un bellissimo hadith riportato dall’Imam al-Sadiq (as) che dice:
“لايقدر الخلائق على كنه صفة الله عز وجل، فكما لايُقدر على كنه صفة الله عز وجل فكذلك لايقدر على كنه صفة رسول الله –صلى الله عليه وآله- وكما لايقدر على كنه صفة الرسول –ص- فكذلك لايقدر على كنه صفة الامام – عليه السلام- وكما لايقدر على كنه صفة الامام -ع- كذلك لايقدر على كنه صفة المؤمن”
“Le creature sono incapaci di percepire il nucleo più profondo degli Attributi di Dio Onnipotente; e come è impossibile per costoro accedere all’essenza di Dio, nello stesso modo sono incapacitati ad esperire la profondità degli attributi del Suo Profeta; e come costoro sono impossibilitati a scoprire alcunché riguardo ai più profondi attributi del Suo Profeta, allo stesso modo risultano incapaci di scandagliare gli attributi degli Imam; e come costoro non possono conoscere gli Imam così come dovrebbero esser conosciuti, nello stesso modo sono incapaci di riconoscere la verità del singolo credente così come essi dovrebbero”. (5)
Quando raggiunge lo stadio di estinzione (fana) in Dio, l’uomo diviene Suo vice-gerente nonché rappresentante in questo mondo transeunte. Ed è proprio in questo stadio che l’analisi e la descrizione delle virtù ad esso intrinseche, e somiglianti a quelle di Dio Onnipotente, risulterebbero impossibili per l’umanità ordinaria. In codeste caratteristiche, così come rilevato dalle parole dell’Imam al-Sadiq (as), non v’è differenza tra il Profeta (S), gli Imam (as) ed il credente. Perciò non deve sorprenderci il fatto che anche le stazioni spirituali e le virtù del reverendo Shaykh siano indescrivibili.
Un suo discepolo, del quale il presente autore è stato per anni devoto seguace e di cui in questa sede riportiamo svariati racconti riguardanti le stazioni spirituali dello Shaykh, riferì che una volta egli gli disse:
“O Tizio! A questo mondo non v’è nessuno che mi conosca per davvero; ma io sarò realmente conosciuto in due sole occasioni: la prima nel momento in cui il Dodicesimo Imam (aj) farà ritorno, e la seconda nel Giorno della Resurrezione”.
E’ ovvia conseguenza che introdurre le virtù spirituali e la perfezione del reverendo Shaykh risulti un compito in se stesso improbo ed impossibile da contenere nei ristretti limiti di un semplice libro come il presente. Quello che in realtà ci siamo prefissi nello scrivere codesta luminosa biografia è mettere in luce le caratteristiche generali della vita del reverendo Shaykh, il segreto della sua ascensione alle alte stazioni spirituali proprie degli Amici di Dio, la sua personale via alla formazione ed edificazione di se stessi. Già questo, in se stesso, costituisce un compito arduo e prezioso che, con il Favore di Dio, si è riusciti a portare a compimento. Siamo grati a Lui per un cosiffatto importante conseguimento. E ci auguriamo che codesto scritto possa essere il primo passo verso la realizzazione della profezia dello Shaykh concernente il suo esser conosciuto dopo la morte. Come suo figlio riferì citandolo: “Ora nessuno mi conosce ma, dopo la mia morte, sarò conosciuto”.
Muhammad Rayshahri
1 aprile 1999
NOTE
1) Al-Kafi, II,54:4; Mizan-al-Hikmah, XIII, 6520:20838.
2) “L’arte principale dello Shaykh”, terzo capitolo, parte terza.
3) Sahifeh Nur, XXII, 371.
4) XXII, 348.
5) Mizan al-Hikmah, I, 390:1400.
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