Al Saud sconfitto cerca via d’uscita dallo Yemen
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RIAD- Mohammed bin Salman cerca una via d’uscita che tiri fuori Riyadh dal pantano yemenita, è quanto merge dai file resi noti la scorsa settimana da GlobalLikes.
(last modified 2024-11-17T02:54:12+00:00 )
Ago 22, 2017 03:25 Europe/Rome
  • Al Saud sconfitto cerca via d’uscita dallo Yemen

RIAD- Mohammed bin Salman cerca una via d’uscita che tiri fuori Riyadh dal pantano yemenita, è quanto merge dai file resi noti la scorsa settimana da GlobalLikes.

Secondo i documenti divulgati, il principe ereditario saudita vuole districarsi dalla fallimentare aggressione lanciata due anni e messo fa, ed è d’accordo con Washington (ovvero con lo Stato Profondo Usa) nel coinvolgere l’arcinemico Iran pur di trovare una soluzione.

Mohammed bib Salman ha parlato di questo a Martin Indyk, ex Ambasciatore Usa presso Israele, e Stephen Hadley, ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale, almeno un mese prima della crisi fra Arabia Saudita ed il Qatar. Secondo alcuni analisti, essa sarebbe stata suscitata oltre che per rinserrare le fila degli alleati sauditi e contrastare le iniziative di Doha, anche per alzare la tensione ed acquisire spazio negoziale in una eventuale trattativa che coinvolga Teheran.

Salman è stato l’artefice della brutale aggressione allo Yemen contando su una facile vittoria; in poche settimane riteneva di sconfiggere il Movimento Ansarullah e reinsediare l’ex presidente Mansour Hadi, un fantoccio di Riyadh. Quella che doveva essere una facile missione si è trasformata in un incubo per i contingenti impegnati nell’operazione e per Riyadh, che si è vista portare la guerra entro i propri confini dai combattenti Houthi.

Ma una volontà di Resistenza è stata pagata a un prezzo altissimo dal Popolo yemenita che, nell’indifferenza dei media e della comunità internazionale, da due anni e mezzo è sottoposto ad una campagna aerea di attacchi terroristici che ha causato migliaia di morti e decine di migliaia di feriti, oltre all’azzeramento delle infrastrutture di un Paese già povero. A questa selvaggia aggressione s’aggiunge un blocco illegale e inumano, che ha condotto a un’emergenza umanitaria senza precedenti e favorito la peggiore epidemia di colera dei tempi moderni, che ha già falcidiato vittime a migliaia fra una popolazione debilitata.

Ma malgrado queste indicibili sofferenze, il Popolo yemenita non s’è piegato ed ha continuato a combattere con successo contro l’aggressione, mettendo in difficoltà crescente l’Arabia Saudita e Mohammed bin Salman, che al successo dell’invasione dello Yemen aveva legato la propria legittimazione di astro nascente della corte saudita.

Secondo i dialoghi intercorsi fra Martin Indyk e Youssef Otaiba, Ambasciatore degli Emirati Arabi Uniti (Eau) a Washington, le posizioni di Salman sarebbero ora assai più pragmatiche di quanto sia costretto a mostrare in pubblico, e adesso vorrebbe districarsi da un pantano che ha già minato la credibilità di Riyadh e minaccia d’inghiottire il Regno.

Dalle e-mail emerge che la posizione dell’ex presidente yemenita Mansour Hadi è divenuta precaria; i sauditi hanno scatenato la loro aggressione con la motivazione di reinsediarlo, ma la disastrosa evoluzione della situazione ne ha fatto un peso che Salman sacrificherebbe volentieri se potesse servire a un disimpegno che al contempo salvasse la faccia alla corte saudita.

Ma le e-mail dell’Ambasciatore rivelano altre cose: gli Eau ritengono l’ex Presidente Saleh, ora alleato della Resistenza, un elemento di disturbo più che una minaccia, a differenza di Ansarullah; sono gli Houthi ad essere ritenuti un pericolo per Riyadh e per le mire che gli Emirati hanno sullo Yemen e la regione, a causa della loro posizione politica antitetica ai regimi del Golfo e perché essi non possono essere comprati, a differenza di Saleh, il cui peso è tuttavia assai limitato.

Ciò è emerso dalle discussioni intercorse fra il Ministro degli esteri emiratino, Anwar Gargash, e l’ambasciatore Usa Barbara Leaf, citate nelle e-mail riservate scambiate da Otaiba con il vice direttore della Cia Michel Morell. Gargash ha dichiarato che gli Emirati lavorano per staccare Saleh dagli Houthi e per fomentare divisioni nel suo partito, il Gpc. Dai documenti si evince che Saleh ha più volte cercato un contatto con gli Usa, che lo hanno negato perché lo giudicano inaffidabile, ed ha tentato di rientrare in possesso degli ingenti capitali depositati presso gli Emirati oltre ad ottenere il rientro del figlio, bloccato presso gli Eau.

Da quanto detto, emerge che è la Resistenza Ansarullah l’avversario strategico, a cui si stanno legando anche i seguaci di Saleh e che sta esportando le sue tesi politiche, ponendo a rischio la tenuta dei regimi assolutistici delle petromonarchie del Golfo Persico.

Ma dai file resi noti si comprende come la crisi di Riyadh stia minando la sua tradizionale egemonia sul Consiglio di Cooperazione del Golfo (ormai in pezzi) e sul Medio Oriente: nelle e-mail scambiate con Elliot Abrams, un ex ufficiale Usa assai vicino ad Israele, Otaiba è chiaro nel dire che, se gli Usa hanno diminuito il loro impegno nella regione e l’Arabia Saudita di Salman non è in grado di esercitare una guida, qualcuno (ovvero gli Emirati) deve farlo.

Allo stesso modo, è esplicito nel dichiarare che gli Eau hanno una notevole influenza su Riyadh (alludendo all’ascendente del principe ereditario emiratino Mohammed bin Zayed su quello saudita Salman, e su altri elementi della corte), e specificando che il rapporto fra gli Eau e l’Arabia Saudita è dettato dalla coincidenza d’interessi e dalla concreta possibilità di manovrarla, non il contrario.

Alla luce di quanto emerso, la deriva impressa all’Arabia Saudita dalle iniziative di Mohammeh bin Salman, di cui la guerra in Yemen è la più evidente, sta conducendo il Regno ad una crisi che minaccia la storica posizione di egemonia sulle altre monarchie e vasta parte del Medio Oriente, e la sua stessa sopravvivenza.

Un pericolo talmente evidente a chi è dentro alle dinamiche del Golfo, come la dirigenza emiratina, da insidiare apertamente la passata leadership saudita (come fa da tempo in Yemen); talmente grave da indurre lo stesso Salman, artefice di tutte le più sciagurate iniziative di Riyadh, di voler tentare ogni cosa pur di disimpegnarsi almeno dalla fallimentare avventura yemenita.

Sotto la spinta degli eventi, e dei madornali errori commessi dai sauditi (e da Salman per primo), un nuovo Medio Oriente sta sorgendo, destinato ad archiviare le passate posizioni di predominio e sfruttamento.

di Salvo Ardizzone

Il Faro Sul Mondo