Gaza, piano di Netanyahu
AL QUDS - I drammatici sviluppi di questi giorni nella Palestina occupata sembrano rispondere a un disegno deliberato del premier sionista Benjamin Netanyahu e i suoi alleati.
Ripercorrendo anche sommariamente gli eventi delle ultime settimane che hanno portato all’esplosione delle violenze, è facile dedurre la natura provocatoria delle decisioni del governo e delle forze di sicurezza israeliane, prese allo scopo preciso di provocare la reazione dei palestinesi e di Hamas.
Dall’inizio del mese di Ramadan il 12 aprile scorso, è stato spesso deciso il dispiegamento della polizia nella Spianata delle Moschee a Gerusalemme, vietato dal diritto internazionale, quasi sempre giustificato dalla necessità di prevenire assembramenti vietati dalle norme anti-COVID. Queste misure avevano provocato accese proteste, accolte con il ricorso puntuale alla violenza da parte delle forze di sicurezza israeliane.
I due episodi più gravi si erano verificati tra lo scorso fine settimana e lunedì. Nel primo caso, la polizia di Israele aveva fatto irruzione nella moschea di Al-Aqsa attaccando indiscriminatamente i palestinesi in preghiera, facendo centinaia di feriti. Lunedì, invece, la repressione era scattata in seguito alle proteste palestinesi contro la manifestazione annuale degli ultra-nazionalisti israeliani per festeggiare l’occupazione di Gerusalemme Est nella guerra del 1967.
In entrambi i casi, le giustificazioni di Israele sono state a dir poco pretestuose, visto che la brutalità e la violenza a cui ha assistito tutto il mondo non possono essere legittimate dal lancio di pietre o di altri oggetti di una popolazione oppressa in rivolta. Le proteste dovute a questi eventi si sono saldate a quelle scatenate dai fatti del quartiere arabo di Sheikh Jarrah a Gerusalemme Est, legati a ordini di sfratto emessi illegalmente dalla giustizia israeliana nei confronti di decine di famiglie palestinesi che dovrebbero lasciare le loro case e le loro terre ai coloni ebrei.
A tutto ciò vanno aggiunti anche i contorni della già ricordata “Marcia delle Bandiere” che commemora l’annessione di Gerusalemme Est. Viste le tensioni già alle stelle, da più parti era stato chiesto di cancellare una manifestazione che include il passaggio attraverso i quartieri arabi di Gerusalemme. Anche i vertici delle forze di sicurezza israeliane sembra avessero fatto pressioni in questo senso sul governo, ma Netanyahu aveva al contrario dato il via libera a una dimostrazione ultra-provocatoria. Solo dopo l’esplosione dei primi scontri era stata ordinata una modifica al percorso della marcia, in modo da evitare i quartieri arabi.
La situazione è poi precipitata con l’ultimatum lanciato da Hamas a Israele per ritirare le forze di sicurezza dalla Spianata delle Moschee. All’ovvio rifiuto, sono partiti i razzi da Gaza in direzione del territorio dello stato ebraico, a cui Israele ha risposto con la consueta violenza spropositata, possibile come sempre grazie all’appoggio incondizionato degli Stati Uniti e dei governi europei.
Se nei precedenti conflitti, nonostante lo spaventoso bilancio di vittime civili palestinesi, Netanyahu aveva mostrato un relativo pragmatismo e la volontà di non superare un certo limite, la retorica e le azioni di questi giorni lasciano intravedere un’attitudine in parte differente, con ogni probabilità proprio per creare una situazione infuocata che gli permetta di raccogliere i benefici politici sperati. Il premier israeliano ha infatti finora respinto le offerte di mediazione dell’Egitto per una possibile tregua, mentre è stata ordinata la mobilitazione di migliaia di riservisti e viene ripetutamente minacciata un’ulteriore escalation dell’aggressione contro Hamas e la striscia di Gaza.
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