Daesh (l'Isis) si sposta in Estremo Oriente
Il Daesh, in via di liquidazione in Siria ed Iraq, al momento disperso in Libia e, malgrado gli sforzi, incapace di mettere solide radici in Afghanistan e Pakistan, si sta trasferendo in Estremo Oriente, più in particolare a Mindanao, nelle Filippine.
È dal 23 maggio che le Forze Armate filippine tentano di liberare la città di Marawi dalla stretta dei terroristi affiliati al Daesh; uno sforzo che va avanti da mesi e che ha costretto il presidente Duterte a chiedere aiuto a Stati Uniti e Australia.
Gli scontri, sempre più pesanti, sono cominciati quando l’Esercito filippino ha provato a catturare Isnilon Hapilon, già leader del gruppo terroristico Abu Sayyaf ed ora emiro dei terroristi. Gli scontri si sono immediatamente allargati in una dura campagna militare che vede le Special Forces Usa ed australiane affiancare le Forze Armate filippine. Un soccorso chiesto a denti stretti da Duterte, che stava tentando una politica di allontanamento dall’asfissiante tutela dello Zio Sam, ma reso necessario dall’imprevisto concentramento di terroristi e dall’asprezza degli scontri.
A far parte del Daesh nelle filippine non sono soltanto gli ex aderenti dell’Abu Sayyaf, ma anche miliziani del Maute, una formazione radicale separatista che ha fatto bayat (il giuramento) al “califfo” all’inizio del 2016; il gruppo prende il nome dai due fratelli fondatori ed ha solide basi etniche e relazionali a Mindanao, ma anche presso le altre storiche formazioni terroristiche locali ed internazionali.
Questa rete di relazioni, intrattenuta con gli ambienti del terrorismo, ha permesso al Maute di divenire riferimento del vecchio network costruito da al-Qaeda in Estremo Oriente, e delle attuali formazioni terroristiche che agiscono nel Medio Oriente allargato. Per questo, la saldatura del Maute con l’emiro Isnilon ha fatto della branca del Daesh nel Sudest asiatico un potente strumento di destabilizzazione, capace di attirare uomini e risorse per espandere la propria attività.
Attacchi terroristici, rapimenti e violenze se ne registrano da anni nell’area di Mindanao, ma la saldatura fra le varie formazioni ha conferito una rilevante capacità operativa al gruppo, consentendo al Daesh delle Filippine non solo di conseguire importanti successi militari da sbandierare, ma soprattutto di accreditarsi quale nuovo polo del terrore agli occhi sia delle potenziali reclute interne, sia dell’internazionale terrorista che, ormai in fuga dai campi di battaglia di Siria ed Iraq, e con gli altri in crisi, è in cerca di nuove collocazioni.
La prova à la presenza a Marawi di elementi provenienti da tutto l’universo terrorista (Pakistan, Cecenia, Arabia Saudita, Marocco, Turchia, etc.). in questo modo il Daesh filippino sembra destinato a divenire il catalizzatore delle cellule presenti a macchia di leopardo nel Sudest asiatico (Indonesia, Malaysia, Singapore, etc.) e dei foreigh fighters in fuga dalle sconfitte in Medio Oriente, ricompattando un network del terrore in Estremo Oriente.
La riflessione che s’impone è duplice: dopo la sconfitta del Daesh, la creatura voluta da Usa e Golfo per destabilizzare Siria ed Iraq, ecco che essa, in difficoltà in altri quadranti strategici per gli Usa come Afghanistan e Pakistan, si sposta nell’area giudicata da Washington più cruciale, l’Asia-Pacifico. Non solo, vedi caso mette radici nelle Filippine, lo Stato che gli Usa considerano da sempre un protettorato, proprio quando esso vorrebbe affrancarsi dalla tutela.
Una coincidenza? La Storia non conosce coincidenze ma fatti, ed è un fatto che il Daesh si è sempre dimostrato una creatura strettamente funzionale ai disegni di Washington. Anche e più che mai adesso che, dopo le sconfitte, si sta rigenerando proprio dove è più vicino al cuore degli interessi dello Zio Sam. Come prima in Medio Oriente.
di Salvo Ardizzone