Myanmar, musulmani Rohingya e motivazioni economiche del genocidio - 1
Gli interessi politici e commerciali di Cina, India e Myanmar che stanno alla base dell’esproprio di terre della minoranza musulmana
Lo scorso 13 settembre il Consiglio di Sicurezza Onu si e' riunito per parlare della crisi in Myanmar e stabilire quali provvedimenti e sanzioni applicare per cercare di porre un freno all’eccidio ai danni della comunità Rohingya. Un percorso già avviato nelle scorse settimane dalle Nazioni Unite, e oggi apertamente richiesto da numerosi membri della comunità internazionale, dall’Egitto all’Iran, preoccupati dalla violenza crescente perpetrata sulla minoranza musulmana.
In tutto questo, le accuse di razzismo mosse al Governo di Myanmar in relazione al dramma stanno via via cedendo il passo ad analisi diverse su quelle che sono le vere cause dell’esodo. Al momento, le notizie riportano almeno tra i 400 e i 1000 appartenenti alla minoranza musulmana rimasti uccisidall’inizio delle persecuzioni, e 370 mila costretti ad abbandonare le proprie case per una destinazione incerta.
Quello che più colpisce dell’intera vicenda è la sostanziale inazione dei principali attori coinvolti, nonostante i soprusi ai danni dei Rohingya occupino le prime pagine di tutte le testate internazionali e i crimini commessi ai loro danni siano alla luce del sole. Un esempio eclatante di questo disinteresse è quanto è accaduto a marzo 2017, quando Russia e Cina hanno bloccato un Consiglio di Sicurezza Onu che voleva indagare sugli abusi dei diritti umani perpetrati a Myanmar. Stessa cosa già avvenuta tempo prima, nel 2007, quando gli stessi due Paesi avevano posto il loro veto alla risoluzione delle Nazioni Unite per porre fine alle violazioni di diritti umani nella Repubblica asiatica.
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