Myanmar, musulmani Rohingya e motivazioni economiche del genocidio - 2
Il Myanmar è un luogo che ospita, da sempre, diverse minoranze culturali. Sono 135 i diversi gruppi etnici che risiedono nel Paese asiatico, ma solo i Rohingya, in particolare negli ultimi tempi, sono stati i destinatari di una persecuzione mirata, che li ha obbligati a fuggire, oggi, verso il Bangladesh.
Le motivazioni razziste e legate a motivi di sicurezza anti terrorismo sembrano sempre più uno specchietto per le allodole, utili a nascondere i reali motivi economico-politici alla base di quello che sta accadendo.
Negli ultimi anni, la repubblica di Myanmar sta conoscendo un costante sviluppo della sua economia. Per gettare legna sul fuoco, il Governo del Paese ha sostenuto sempre più progetti volti ad attirare investimenti stranieri, in particolar modo usando come calamita le risorse minerarie e agricole (come il legname) di cui il Paese è ricco. Dal 1990, i militari del Myanmar hanno portato avanti un processo di land grabbing, cioè acquisizione forzata delle terre, ai danni dei cittadini, senza offrire alcuna compensazione, e minacciando con la forza le comunità espropriate.
Un processo che è continuato fin da allora, e che ha avuto un forte incremento negli ultimi anni. Nel 2012, il Governo di Myanmar ha approvato una legge che ha facilitato l’acquisizione di terreni nel Paese da parte delle grosse corporazioni. La Foreign Investment Law ha aperto i cancelli della Repubblica agli investimenti stranieri, concedendo la totale disposizione di giacimenti e risorse, con contratti della durata fino ai 70 anni. Dal 2010 al 2013, l’aumento di terre destinate a progetti di vasta portata è salito del 170 per cento. Recentemente, il Governo ha destinato un totale di 1.268.077 ettari, situati nello stato del Rakhine, territorio dei Rohingya, per progetti aziendali di sviluppo rurale. La minoranza musulmana si è trovata ad occupare un territorio particolarmente interessante per il profitto della Nazione, e oggi ne sta pagando le conseguenze.
Se da una parte c’è un’Amministrazione che chiude un occhio sui soprusi dei militari, e intraprende misure di esproprio lesive dei diritti umani dei propri cittadini, dall’altra ci sono potenti economie che beneficiano dei nuovi territori liberati del Myanmar. In primo luogo Cina e India, che, del resto, non hanno preso posizione di fronte ad una tragedia comprovata. Anzi. Lo stesso Primo Ministro indiano Narendra Modi si era detto disposto a deportare fuori dal proprio Paese i circa 40 mila Rohingya che vi risiedono tutt’oggi. Un gesto che in molti hanno visto come un tentativo di compiacere il Governo di Myanmar e tutelare i reciproci rapporti diplomatici e commerciali. Del resto, questo Paese ricco di materie prime si trova in mezzo a due delle potenze mondiali più popolose al mondo, sempre in cerca di nuove risorse.
QUI la prima parte