Ridare un senso alle parole: Vivere con ‘Entusiasmo’
“L’immagine dell’uomo che la psicologia moderna ci offre non è solo frammentaria, è miserabile”, afferma Frithjof Schuon,
sottolineando come il pensiero moderno consideri soltanto l’animalità, non la divinità dell’essere umano. Anche il linguaggio comune tende a dimenticare la sua origine e il suo significato appiattendosi in una perdita di senso mentre l’uomo moderno rinuncia a esplorare e a sentire il valore delle parole.
Vedendo le suggestive immagini di una cerimonia religiosa – vissuta con visibile entusiasmo dai numerosi partecipanti – inviateci da una persona amica, proprio a questa parola andava la nostra attenzione, perché il linguaggio comune tende a dimenticare la sua origine e il suo significato appiattendosi in una perdita di senso, e l’uomo moderno rinuncia a esplorare e a sentire il valore delle parole.
ἐνϑουσιασμός, deriva da ἐνϑουσιάζω, essere ispirato da Dio, perché si è ἔν ϑεος, in Dio.
La condizione di chi vive l’entusiasmo è propriamente quella dell’ispirazione divina e dell’esperienza del Trascendente, implica una rottura di livello e un cambiamento di stato: cosa ben diversa dal “sentimento intenso di gioia, di ammirazione, di desiderio per qualche cosa o per qualcuno, oppure totale dedizione a una causa, a un ideale” (definizione della Treccani per l’uso comune del termine), e nemmeno riconducibile a quel sentimento intermedio ben descritto da Seneca nell’”Arte di non adirarsi”: “La gioia accende l’entusiasmo, l’entusiasmo può diventare arroganza, presunzione ed eccessiva stima di sé”.
Quello che contraddistingue l’accezione di entusiasmo in questi casi è l’assenza di riferimento superiore, di qualità potremmo dire, e la presenza soltanto dell’intensità del sentimento, della quantità del sentimento di gioia/piacere – e magari di presunzione, come ricordava Seneca – individualisticamente vissuto.
L’entusiasmo diventa pertanto qualcosa di riconducibile alla moderna euforia (etimologicamente e originariamente la capacità di sopportare, eu-pherein) “sensazione di vigoria, contentezza e ottimismo” (Cortellazzo-Zolli, Dizionario etimologico della lingua italiana): qualcosa di esclusivamente individuale e autocentrato, molto lontano dal significato originario di ἐνϑουσιασμός (ben lumeggiato anche nel Cortellazzo-Zolli “Via per raggiungere lo stato finale della visione perfetta, estasi; ardore dell’immaginazione, estro, ispirazione”).
C’è anche dell’altro: Franco Rendlich nel suo fondamentale Dizionario etimologico comparato delle lingue classiche indoeuropee – indoeuropeo, sanscrito, greco, latino, ha esplicitamente sottolineato “l’equivalenza indoeuropea di ‘combattimento’ con ‘entusiasmo’”, muovendo dal fatto che “si può attribuire alla consonante d il significato di ‘entusiasmo’, parola che deriva dal composto greco éntheos (en + theos), perché la consonante th di theos corrisponde alla d del latino deus ‘dio’, che in indoeuropeo significa ‘luce’ o ‘movimento cosmico della luce’. Il significato di ‘entusiasta’ può essere quindi reso con ‘pervaso dalla luce divina’, ‘ispirato da dio’”.
Ebbene, documenta l’Autore, i termini sanscriti attestanti combattere, combattente (yudh), battaglia, guerra (yuddha), guerriero (yadhāna), eroe (yudhi), arma (āyudha) e altri comprendono sempre e significativamente la consonante d.
Abbiamo pertanto, nel significato originario, una stretta relazione tra gioia, ispirazione divina e spirito di combattimento (il quale, nella Grande Guerra Santa islamica e in altre tradizioni indica essenzialmente il combattimento di ordine interiore e spirituale sostenuto dall’essere umano per il superamento della condizione meramente umana e l’integrazione nel Divino).
Esperienze autentiche come quelle del sacro – vissute con entusiasmo e sobrietà – sono contraddette dal paesaggio esistenziale moderno, cui bisogna sapersi sottrarre. Tale paesaggio contribuisce all’appiattimento di ogni esperienza e persino alla rimozione di caratteri e cicli naturali, come osserva Gomez Dàvila: “La città, dove ogni giorno sempre più rapidamente si accumulano gli uomini, è il simbolo di questo processo. La città, dove il giorno e la notte non si distinguono, dove il sole e la pioggia non impediscono né favoriscono alcuna attività, dove le stagioni scivolano sulle pareti chiuse che le escludono, dove la operosità dell’uomo riunisce i frutti del mezzogiorno e del settentrione, dove le razze si mescolano e gli elementi che conferiscono un carattere si cancellano”.
La città moderna – la metropoli – rispecchia del resto la società moderna, particolarmente quella “occidentale”, e diviene simbolo della neutralizzazione di ogni sentimento differenziato e di ogni identità: la capacità di immaginazione – che non è ‘fantasia’ ma ‘azione nel profondo’, imo ago – deve liberarsi dai lacci della modernità per poter cogliere la Realtà Assoluta, il mondo invisibile dietro quello visibile.
Agire e vivere con entusiasmo … Uscire dalla comune quotidianità, riscoprire le potenzialità profonde e regolatrici dell’uomo, rimuovere la separazione dal Tutto.
di Aldo Braccio
Fonte: Per Giustizia