Inviato Usa a Damasco per trattare
DAMASCO- Un inviato Usa si è recato in segreto a Damasco per trattare; l’emissario, un alto funzionario dell’Intelligence Usa identificato nei rapporti come “David”,
ha agito in nome del Direttore della Cia Michael Pompeo e si è incontrato col capo della Sicurezza siriana, il generale Ali Mamluk; a riferirlo è un lungo rapporto del quotidiano libanese al-Akhbar. Al centro dei colloqui ci sarebbe stata la posizione degli agenti Usa catturati in Siria, che con ogni evidenza gli Stati Uniti vorrebbero verificare dopo aver ricevuto notizie ufficiali su di essi, e prima della fine del conflitto.
“David” è giunto a Beirut a inizio settimana ed è stato accompagnato a Damasco martedì scorso; secondo le informazioni, la leadership siriana ha accettato con molta cautela la visita, rifiutando qualsiasi incontro politico e lasciando i contatti esclusivamente al canale della Intelligence; in questo modo il Governo siriano ha voluto sottolineare a un inviato Usa incaricato verosimilmente di sondare il terreno, che la presenza delle forze statunitensi in Siria è considerata un’occupazione militare e non può essere accettata.
Da quanto è trapelato dal colloquio durato ore, “David” avrebbe dichiarato che le intenzioni di Washington sono “amichevoli” e che la presenza militare statunitense sarebbe limitata a combattere il Daesh; avrebbe altresì sottolineato che l’Us Army non intende entrare in collisione con le forze siriane. Inoltre avrebbe affermato che l’Amministrazione Usa non ha alcuna intenzione di mantenere una presenza in Siria dopo l’eliminazione del Daesh e che Washington non ha fornito alcuna garanzia alla “opposizione siriana” in generale, e ai curdi in particolare, che sarebbe rimasta sul territorio siriano.
Nei suoi colloqui, “David” ha dato scarso affidamento ai gruppi armati che combattono il Governo di Damasco, e ha sottolineato che gli Usa non ritengono che essi abbiano la capacità di controllare e stabilizzare una qualsiasi parte della Siria; ha infine comunicato che Washington starebbe lavorando con Mosca per il dopo guerra, sulla base della permanenza del Governo siriano.
Tutte queste dichiarazioni, fatte pervenire con un inviato Usa informale, stridono fortemente con quanto sin qui operato dall’Amministrazione Usa e soprattutto dalle sue Agenzie; per questo le fonti libanesi e siriane si sono rifiutati di commentare l’incontro, richiedendo ulteriori approfondimenti. In ogni caso Damasco non ha alcuna intenzione di cooperare, se Washington non cambia radicalmente e chiaramente atteggiamento.
Quando la parlamentare Usa Tulsi Gabbard ha visitato Damasco a metà gennaio, incontrando il presidente al-Assad, gli recò una lettera di Donald Trump, ma al suo ritorno fu inquisita lungamente dal Congresso, e dall’establishment si sono levate numerose critiche alla permanenza del Presidente siriano nella sua carica.
Nei fatti, un inviato Usa in Siria ha diverse motivazioni: vuole certo risolvere il problema spinoso dei tanti agenti Cia o appartenenti alle Special Forces catturati, basterebbero soltanto quelli presi ad Aleppo a costituire un grosso problema per Washington, una questione che è impellente risolvere prima che la definitiva liquidazione del Daesh costringa tutti a calare le carte sul tavolo. Ma vorrebbe anche sondare il terreno per il futuro assetto della Siria, e dei rapporti che in qualche modo, piaccia o no a Israele, Golfo e diversi ambienti di Washington, dovranno comunque essere riannodati con l’Asse della Resistenza che in Medio Oriente ha vinto.
Avvicinandosi la fine dei giochi, la stessa Russia ha tutta l’intenzione a farsi da mediatrice, cercando di strappare alla Siria concessioni con cui Mosca otterrebbe vantaggi dinanzi agli altri attori della crisi; in fondo è a questo che tende la “Conferenza dei Popoli siriani” indetta a Sochi per il 18 novembre.
Ma proprio con l’occasione di un inviato Usa a Damasco, il presidente al-Assad ha voluto mandare un messaggio chiaro, respingendo ogni soluzione che mettesse in dubbio la piena sovranità assoluta su tutto il territorio siriano, e prevedesse l’abdicazione al potere ingiunto da forze diverse della volontà del Popolo siriano. In poche parole, non ci potrà essere alcun Kurdistan, né aree sotto la tutela di Usa o Turchia, perché il Governo di Damasco continuerà a lavorare per riprendere il controllo di tutto il territorio, sia attraverso negoziati, sia, se necessario, con la forza militare.
Il vicino collasso finale del Daesh, non significa che la guerra sia finita, perché i nemici della Siria stanno lavorando per destabilizzarla; per questo il messaggio inviato da al-Assad è che ogni tentativo di stabilire aree di influenza che spartiscano la Siria è rifiutato. La stessa Mosca ha dovuto prendere atto che c’è un solo Popolo siriano e che la conferenza voluta dal Cremlino non può tenersi a Hmeimim, ed è infatti stata spostata a Sochi.
Un inviato Usa a Damasco è segno certo della confusione che regna a Washington, incapace di prendere una strada univoca, ma lo è ancor di più che la vittoria dell’Asse della Resistenza sta costringendo tutti a riposizionarsi.
di Salvo Ardizzone