Usa-Cina: tensioni senza fine - 1ma parte
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Per il governo americano, qualsiasi palcoscenico internazionale in Asia orientale è diventato ormai l’occasione per sollevare la questione delle contese territoriali nei mari che bagnano la Cina e per moltiplicare polemiche e tensioni nei confronti di Pechino.
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Giu 08, 2016 07:42 Europe/Rome
  • Usa-Cina: tensioni senza fine - 1ma parte

Per il governo americano, qualsiasi palcoscenico internazionale in Asia orientale è diventato ormai l’occasione per sollevare la questione delle contese territoriali nei mari che bagnano la Cina e per moltiplicare polemiche e tensioni nei confronti di Pechino.

Questo stesso copione si è ripetuto a Singapore e nella capitale cinese, dove sono andati in scena due attesi eventi annuali, rispettivamente il cosiddetto “Dialogo Shangri-La”, organizzato dall’Istituto Internazionale per gli Studi Strategici britannico, e il “Dialogo Strategico ed Economico” tra le prime due potenze economiche del pianeta.

Il primo appuntamento ha riunito nel fine settimana vari ministri di paesi asiatici, europei e del continente americano. Durante il summit si è assistito alla definizione delle rispettive posizioni di USA e Cina sulle dispute sempre più accese nel Mar Cinese Meridionale. Il clima minaccioso osservato a Singapore è stato in qualche modo amplificato dalla consapevolezza dell’imminenza di un verdetto molto delicato di un tribunale ONU con sede a L’Aia, in Olanda, sulla legittimità delle rivendicazioni cinesi sulle isole Spratly, nel Mar Cinese Meridionale.

La causa è stata intentata dal governo delle Filippine, il quale rivendica queste stesse isole, in seguito alle pressioni di Washington e l’esito dovrebbe essere quasi certamente sfavorevole a Pechino. Il governo cinese ha già fatto sapere di non avere alcuna intenzione di riconoscere il risultato di un procedimento la cui legittimità non ha mai riconosciuto.

A Singapore erano comunque presenti per gli Stati Uniti il segretario alla Difesa, Ashton Carter, e il comandante delle forze armate USA nel Pacifico, ammiraglio Harry Harris. Sabato, il “falco” Carter è stato protagonista di un discorso provocatorio che ha ricordato il massiccio dispiegamento di armamenti americani nella regione “Asia-Pacifico”.

Il capo del Pentagono ha anche elencato una serie di paesi alleati, a cominciare da Australia e Giappone, o con cui gli USA hanno siglato accordi di partnership militare. In maniera assurda, Carter ha assicurato che le manovre del suo paese in Estremo Oriente “non sono dirette contro nessun paese in particolare”, salvo contraddirsi subito dopo nel ricordare le “ansie crescenti… per le attività della Cina nei mari, nel cyberspazio e nei cieli della regione”.

Carter ha infine proposto nel suo intervento un’immagine ampiamente riportata dalla stampa internazionale riguardo alla Cina, la quale rischierebbe di “erigere una Grande Muraglia di auto-isolamento”. Ferma restando la discutibilità di questa asserzione, viste le relazioni economico-commerciali fittissime intrattenute da Pechino praticamente con tutti i propri vicini, le parole del segretario alla Difesa USA hanno evocato scenari di guerra, a cui lo stesso Carter ha fatto riferimento esplicito nel corso di altri eventi della due giorni di Singapore.

In particolare, Carter ha affermato che un eventuale impulso all’attività di costruzione da parte di Pechino sulle isole oggetto del prossimo verdetto del tribunale de L’Aia potrebbe spingere gli USA e altri paesi nella regione ad “agire” in un modo che farebbe aumentare le tensioni e l’isolamento della Cina. L’ammiraglio Harris, invece, ha parlato della presunta volontà americana di collaborare con la Cina, assicurando tuttavia che il suo paese “deve essere pronto al confronto militare, nel caso fosse necessario”.

La risposta del governo cinese alle provocazioni degli Stati Uniti è stata altrettanto minacciosa e con ogni probabilità irrobustita dall’irritazione per le iniziative di Washington nei mesi scorsi, come il ripetuto invio di imbarcazioni da guerra al largo delle isole contese e controllate da Pechino in missioni ufficialmente destinate ad affermare il principio della “libertà di navigazione” nel Mar Cinese Meridionale.

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Fonte: altrenotizie.org