Elezioni USA, il silenzio di 4 paesi - 2
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- Tra i leader mondiali che non si sono ancora congratulati con Joe Biden vi sono grandi e medie potenze come Cina, Russia, Brasile e Turchia.
(last modified 2024-11-17T02:54:12+00:00 )
Nov 10, 2020 08:35 Europe/Rome
  • Elezioni USA, il silenzio di 4 paesi - 2

- Tra i leader mondiali che non si sono ancora congratulati con Joe Biden vi sono grandi e medie potenze come Cina, Russia, Brasile e Turchia.

La scusa ufficiale è che Trump non ha ancora ammesso la sconfitta e ha avviato un'offensiva legale. Una simile prudenza da parte di interlocutori così importanti cela però motivazioni molto più profonde. 

All'appello mancano anche le congratulazioni di Recep Tayyp Erdogan, presidente, ormai quasi autocrate, della Turchia. Per chi ama sottolineare quanto sia stato nocivo il disimpegno in politica estera del presidente Usa uscente, non c'è argomento più valido dell'incapacità della Casa Bianca di tenere in riga Ankara, la cui politica neo-ottomana è sempre più in contrasto con il ruolo di membro della Nato. Con Trump nello Studio Ovale, Erdogan ha spadroneggiato senza che nessuno gli si opponesse, con la sola Russia a cercare di mediare nei momenti più difficili. La baldanza del presidente turco è comprensibile: ha tentato gli azzardi più arditi e gli sono andati bene tutti: dall'offensiva nel Nord della Siria contro i curdi, schierati da Washington contro l'Isis e poi abbandonati a loro stessi, alle provocazioni contro la Grecia nel Mediterraneo.

Il vero schiaffo per Washington è stato pero' l'acquisto, nel luglio 2019, del sistema di difesa antimissilistico russo S-400. Una mossa inaudita perché Ankara non è solo uno Stato membro della Nato ma anche un importante cliente del programma F-35, dal quale gli Usa si sono poi affrettati a escludere la Turchia per evitare che i loro caccia multiruolo di ultima generazione rischiassero di diventare tracciabili per i russi.

Si percepisce quindi una sorta di sprezzo nel silenzio del Sultano, che pare quasi suggerire che, chiunque ci sia alla Casa Bianca, lui continuerà a far come vuole. L'elemento di novità è che l'Europa inizia a non poterne più, a partire dal presidente francese, Emmanuel Macron. C'è da scommettere che, nel suo primo colloquio con Biden, il capo dell'Eliseo gli chiederà un maggiore impegno nel contenimento di Erdogan.

Con due attori così esuberanti in campo, come la Cina e la Turchia, il Cremlino può forse sperare di smettere di essere la preoccupazione principale dell'Occidente. Anche Vladimir Putin non si è ancora espresso e le ragioni della sua prudenza sono facili da intuire. I precedenti, sulla carta, non sono incoraggianti. Gli Usa avevano inaugurato la nuova Guerra Fredda con la Russia sotto l'amministrazione Obama, di cui Biden era vicepresidente. Quando John Kerry sostituì Hillary Clinton alla segreteria di Stato, un dialogo costante, sia pur faticoso, tuttavia era stato costruito. Con buona pace di chi riteneva Trump un pupazzo di Putin, il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov, negli ultimi anni si è invece lamentato più volte dello stato dei rapporti con la Casa Bianca, scesi ai minimi dagli anni '80.

"Crediamo sia corretto attendere i risultati ufficiali delle elezioni", ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ribadendo la volontà di costruire un "dialogo". Leggendo le testate russe, il dibattito appare molto vivace, tra chi teme una politica antirussa ancora più decisa e chi scommette su una distensione come ai tempi di George W. Bush. Quel che conta, per la Russia, è che il dialogo ci sia: ci sono dossier che Putin sa bene di non poter più gestire da solo.

 

 

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