Taiwan, nuova 'offensiva' degli Usa controppo la Cina
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PECHINO - La scelta di Taiwan come fattore di pressione su Pechino da parte di Washington non è evidentemente casuale.
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Gen 16, 2021 03:33 Europe/Rome
  • Taiwan, nuova 'offensiva' degli Usa controppo la Cina

PECHINO - La scelta di Taiwan come fattore di pressione su Pechino da parte di Washington non è evidentemente casuale.

Taiwan resta così una questione vitale per la Cina, i cui leader sono disposti senza indugi a ricorrere anche all’opzione militare per impedire un’evoluzione indipendentista.

Proprio per questa ragione, il segretario di Stato americano Pompeo ha deciso di adottare una nuova direttiva potenzialmente esplosiva in merito ai rapporti tra gli USA e Taiwan alla fine del mandato di Trump, ben sapendo che, se la provocazione verrà portata alle estreme conseguenze, la Cina non potrà astenersi dal rispondere duramente. In tal caso, i rapporti con Washington potrebbero incrinarsi a tal punto da impedire a Biden di riportare una certa stabilità nelle relazioni bilaterali.

Pompeo aveva annunciato lo scorso fine settimana la liquidazione di tutte le restrizioni auto-imposte dagli Stati Uniti ai contatti tra gli esponenti del governo americano e di quello taiwanese. Questi limiti, secondo Pompeo, avevano lo scopo di “tranquillizzare il Partito Comunista Cinese”, finendo in definitiva per impedire il consolidamento all’insegna dei principi democratici della partnership tra USA e Taiwan.

Fin dall’ufficializzazione dei rapporti diplomatici con Pechino nel 1979, gli USA hanno rispettato ufficialmente la politica di “una sola Cina” e di fatto evitato contatti diretti ad alto livello con le controparti taiwanesi.

La posizione americana ha però sempre contenuto una contraddizione fondamentale, visto che gli USA hanno garantito e continuano a garantire forniture di armi a Taipei e si impegnano a difendere l’isola da eventuali tentativi di riunificazione con la forza da parte di Pechino.

Su queste basi, il passaggio della Cina da potenziale alleato (in funzione anti-sovietica) o partner economico minoritario a rivale strategico per la supremazia in Asia e in tutto il pianeta ha comportato un drastico cambiamento di rotta da parte americana, non solo riguardo allo status di Taiwan.

Ciò ha innescato una serie di pericolosi elementi di scontro con Pechino a partire almeno dalla fase centrale della presidenza Obama.

È tuttavia con Trump che la rivalità ha raggiunto livelli inquietanti e proprio la questione di Taiwan è stata in questi anni al centro di dispute accesissime.

L’ultima in ordine di tempo doveva essere la visita di questa settimana a Taipei dell’ambasciatrice USA all’ONU, Kelly Craft, doppiamente provocatoria perché Taiwan non ha una rappresentanza al Palazzo di Vetro.

Proprio gli incontri in veste ufficiale tra esponenti di Stati Uniti e Taiwan, assieme almeno alla vendita di armi, sono stati spesso l’arma usata dall’amministrazione Trump per irritare Pechino. Lo scorso agosto, ad esempio, il ministro della Sanità, Alex Azar, era stato l’esponente del governo americano più importante a visitare Taiwan negli ultimi trent’anni.

La notizia del cambiamento della politica USA sui contatti con Taipei e la trasferta di Kelly Craft sono state condannate duramente dalla Cina. Tanto più che lunedì l’ambasciatore americano in Olanda aveva ospitato il rappresentante di Taiwan in questo paese, pubblicando anche un tweet con una fotografia che ritraeva i due diplomatici. Il governo cinese aveva assicurato che gli Stati Uniti avrebbero pagato “un prezzo altissimo per le loro azioni”, per poi invitare Washington a mettere fine alle “assurde provocazioni” che creano sempre “nuovi ostacoli ai rapporti” bilaterali.

Alla fine, il governo USA ha annunciato la cancellazione della visita di Kelly Craft, facendo riferimento alle preparazioni per la transizione alla Casa Bianca. Il passo indietro potrebbe essere effettivamente legato al caos politico a Washington, ma non è inverosimile che l’amministrazione repubblicana uscente abbia sentito le pressioni di Pechino e deciso di allentare la presa per evitare conseguenze impreviste.

Del tutto possibile è anche un arretramento dovuto alle preoccupazioni di Taiwan, dove comunque l’accelerazione anti-cinese di Pompeo era stata accolta pubblicamente in maniera poco meno che trionfale. Il governo taiwanese, guidato da un partito indipendentista, teme chiaramente una reazione cinese e, allo stesso tempo, deve avere giudicato come rischiosa la visita dell’ambasciatrice americana alla vigilia dell’arrivo di Biden alla presidenza. L’amministrazione democratica entrante potrebbe assumere posizioni in parte più caute nei confronti di Pechino e l’eventuale precipitare delle relazioni tra Cina e Taiwan rischia di spiazzare Taipei proprio all’inizio della presidenza Biden.