La spiritualità nel Nahj al-Balagha 1a P.
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Gli esseri umani sono sovente alla ricerca di modelli di comportamento che siano di elevazione ed edificazione per la loro vita etica e spirituale. I personaggi esemplari rinsaldano i nostri valori ed ispirano il nostro cammino di perfezionamento umano.
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Giu 13, 2021 05:42 Europe/Rome
  • La spiritualità nel Nahj al-Balagha 1a P.

Gli esseri umani sono sovente alla ricerca di modelli di comportamento che siano di elevazione ed edificazione per la loro vita etica e spirituale. I personaggi esemplari rinsaldano i nostri valori ed ispirano il nostro cammino di perfezionamento umano.

Riguardo al proprio comportamento, i musulmani si sono da sempre ispirati al modello esemplare fornito dal profeta Muhammad. Oltre a lui, altra figura di grande riferimento fu quella dell’Imam Ali, cugino e genero del Profeta stesso. Ali, caduto martire nell’anno 680, è l’evidente esemplificazione di come tutte le varie dimensioni dell’essere possano convivere armoniosamente in un’unica persona. Storicamente egli fu al contempo: un combattente estremamente coraggioso, un marito ed un padre amorevole, un giusto governante, il più compassionevole tra gli esseri umani, un santo dalle inarrivabili altezze spirituali e un autentico rivoluzionario etico, morale e sociale.

Egli, anche se a capo dell’intera ecumene islamica, esortò Malik, suo governatore in Egitto, ad essere giusto con chicchessia, indicandogli particolare cura per i ceti più poveri della sua comunità.

Nello specifico Ali chiese a Malik di indagare sui problemi dei suoi sudditi più indigenti raccomandandogli di agire con il dovuto tatto e soprattutto in maniera informale, senza l’ausilio di  soldati o di quanti potessero intimidire e quindi essere di impedimento ad un confronto libero e veritiero. Egli inoltre  lo invitò a rifuggire le lodi e l’eventuale adulazione per non incorrere nel rischio di apparire arrogante e vanaglorioso.1

Pietà e giustizia furono gli unici valori che mossero il suo santo agire: ne è testimonianza il fatto che, nonostante fosse il califfo di uno dei più estesi imperi del suo tempo, alla sua morte egli non lasciò né oro né argento né alcun bene che non fosse puramente spirituale.

Ali era l’incarnazione stessa della giustizia, la sua spiritualità inarrivabile. Le fonti islamiche ci hanno tramandato alcuni suoi discorsi talmente vibranti di bellezza spirituale da poter toccare ancora oggi i cuori più pervicaci.

Spesso veniva visto in moschea, nel mezzo della notte, intento nelle sue preghiere.

E non possiamo dimenticare il suo instancabile impegno nell’elaborazione di un rivoluzionario modello etico che fosse archetipico riferimento di un nuovo modo di intendere l’essere umano.

Orbene questo articolo si propone di esaminare la spiritualità di Ali così come riflessa dalle pagine del Nahj al-Balagha: una raccolta canonica di sermoni, lettere e detti del santo Imam.

Sebbene l’opera sia stata compilata nel decimo secolo da Sharif al-Radi, essa rimane una delle più eloquenti e raffinate espressioni della letteratura islamica e, lasciatemelo dire, della letteratura mondiale tutta. Tra i 241 frammenti raccolti sotto il titolo di al-Khutab (sermoni), circa 86, o possono essere classificati come ammonimenti (mawaid) o contengono una serie di consigli spirituali. Altri frammenti sono elaborati e lunghi, come la khutba 176 che si apre con la frase “Avvalendosi delle esposizioni Divine”, la khutba denominata al-Qasia (il sermone più lungo nel Nahjul-Balagha), o la khutba 93(chiamata al khutba al-muttaqin, il “sermone dei timorati [di Dio]”). Di 79 brani classificati come epistole o lettere, circa 25, in tutto o in parte, consistono in insegnamenti spirituali ed etici. Alcuni di essi sono abbastanza lunghi e complessi, come la lettera 31, che costituisce il consiglio di Ali a suo figlio l’Imam al-Hasan al-Mujtaba. Un’altra è la lettera 45, la nota epistola di  Ali ad Uthman ibn Hunayf, suo governatore a Basra.

Si noti bene che la raccolta del Nahjul-Balagha, ad opera di Sayyid al-Radi, non contiene tutti i sermoni, le lettere e i detti dell’Imam Ali. Mas`udi (346 A.H.), nel suo famoso lavoro storico intitolato Muruj al-Dhahab, riferisce che i sermoni dell’Imam Ali ammontano addirittura a più di 480. Si trattava per lo più di orazioni spontanee che venivano memorizzate, diffuse nella comunità ed infine compilate in raccolte librarie divenute indispensabili fonti di citazioni per tutte le opere successive.2

Comunque pare che di questi 480 sermoni una buona parte sia andata perduta tanto che Sayyid al-Radi riuscì a recuperarne solamente 245. Egli inoltre raccolse circa 75 lettere e più di 200 detti. Quasi ogni sermone, lettera e detto contenuto nel Nahj al-Balagha proviene da opere di autori già morti prima della nascita di Sayyid al-Radi o da opere di autori coevi ma redatte prima che il Nahjul-Balagha fosse compilato.

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Spiritualità nel Nahj al-Balagha

Il mondo di oggi è alla continua ricerca di autentiche guide divine da cui poter trarre ispirazione ed in grado di trasmettere il senso di una reale presenza divina nella vita di tutti i giorni. Il Corano ci ricorda costantemente “coloro che credono e agiscono con giustizia” – cioè coloro che,  accettata l’esistenza di Dio con tutto il loro essere ed abbandonatisi alla Sua Divina Volontà, fanno delle proprie vite delle autentiche teofanie in atto. L’Imam Ali era la perfetta incarnazione di codesto modello: un vivente archetipo di santità; non è infatti un’esagerazione affermare che la chiave di volta del suo essere risiedesse nella sua profonda spiritualità. L’Imam Ali non si limitava ad adorare Dio come il più pio dei devoti, egli ardeva in ogni sua fibra di purissimo amore per Lui, un amore che andava ben oltre la mera sfera emozionale. È tramite Ali che possiamo comprendere appieno la vera essenza della ricerca di un’autentica esperienza di Dio nel mondo presente, il sincero anelito all’esperire la Sua maestosa presenza con la conseguente caduta dei veli frapposti tra umano e divino. L’adorazione di Dio, nella prospettiva islamica, assume infiniti aspetti: si va dagli esercizi spirituali di graduale complessità, veglie, preghiere prolungate, meditazioni, sino a raggiungere una corretta emulazione della prassi irfanica del Profeta Muhammad.

Ed infatti per Ali, strumento indispensabile per fare esperienza del divino era la corretta emulazione del paradigma Muhammadiano. Egli stesso, in tutta la sua vita, fu esempio vivente di perfetta riviviscenza gnostica del luminoso spirito che mosse l’azione del Profeta: ogni suo atto, devoto o profano, ogni suo minimo comportamento, che fosse interiore od esteriore, erano improntati alla limpida esemplificazione nella realtà della Luce Muhammadica. Come erede spirituale dell’Apostolo di Dio, l’Imam Ali fu paradigma vivente dell’ideale profetico. Un’emulazione che, unica via al conseguimento della santità e della fusione in agape con l’Amato, fece di lui uno specchio vivente delle virtù del Sigillo della Profezia.

La componente spirituale del Nahj al-Balagha

Elemento chiave per comprendere la spiritualità del Nahj al-Balagha è il concetto di taqwa, uno dei temi più ricorrenti nell’opera. In effetti è assai improbabile trovare un’altra opera che enfatizzi questo termine spirituale nella stessa misura: nel Nahj al-Balagha nessun altro concetto ha la medesima rilevanza di quella riservata alla parola taqwa.

Il concetto di taqwa deve essere ben compreso. La radice del termine, “wa-qa-ya”, indica sorvegliare o proteggere. È proprio in questa sua accezione letterale che esso viene usato nei versetti 40:9; 40:45; 76:11 del Corano. Taqwa può anche significare proteggere se stessi dalle conseguenze negative della propria condotta.

Considerando tutti i versetti del Corano forse il modo migliore per definire taqwa è far riferimento ad un essere umano moralmente consapevole, la cui vita sia concreta armonia tra cielo e terra e perfetta ridondanza tra cuore ed esteriorità. Taqwa riflette una trasparenza negli atti quotidiani, benché minimi, tutti incardinati in una prassi viva ed anagogica che si nutre della Volontà Divina e dell’istintivo rispetto dei Suoi santi precetti. Taqwa, in questo contesto, significa rimanere saldi entro i confini delimitati dalla legge di Dio e non “trasgredirne” o violarne il sacro equilibrio. Essa indica una luce interiore, una scintilla spirituale che, accesa nel cuore, è discernimento tra verità ed errore, una guida interiore al retto agire. Quando una persona sarà in piena armonia col volere divino, retta in opere, pensieri ed intenzioni, quando il suo comportamento esteriore sarà limpido specchio di tutto ciò, allora, senza dubbio alcuno, ella sarà in possesso di vera taqwa.

Da un altro punto di vista, taqwa indica uno stato di costante consapevolezza della presenza di Dio. È una sorta di torcia interna che guida il credente in tutti i suoi atti, preservandolo da una condotta immorale. E’ in questo modo che essa diventa elemento fondamentale  nella creazione di un essere umano integralmente retto. L’importanza della taqwa è dimostrata dal versetto coranico: “Rispettate la taqwa e Dio vi insegnerà” (2: 282). In questo caso taqwa si potrebbe tradurre con il termine “coscienza”, una parola che si identifica con qalb (cuore) e che occupa un posto centrale nell’irfan islamico. Spesso taqwa è identificata con pietà e astinenza, implicando di conseguenza un atteggiamento rinunciatario verso il mondo della manifestazione. In altre parole, si sostiene che quanto più è la quantità di astinenza, di rinuncia e di auto-mortificazione, più perfetta sarà la taqwa. Secondo questa interpretazione, la taqwa è un concetto incompatibile con una vita sociale attiva: con più rigore quest’attitudine penitenziale verrà esercitata, più intensa sarà la taqwa di una persona. Indubbiamente astinenza e prudenza, praticate con la dovuta discrezione, sono principi essenziali per una corretta vita etica e spirituale. È attraverso la rinuncia e l’abnegazione che una vita spirituale può essere realizzata; questo però senza che mai debba venir meno il dovere di ogni credente verso il proprio contesto sociale, così come insegnato dal realismo islamico.

Comunque, taqwa nel Nahj al Balagha non è affatto sinonimo di astinenza. Taqwa, al contrario, è una facoltà spirituale positiva, risultato di una pratica e di un esercizio costanti. Ed infatti tutte le forme sane e razionali di astinenza altro non sono che parte di quella disciplina atta a far emergere la facoltà spirituale in questione: una facoltà che rafforza e vivifica l’anima, dotandola al contempo di una sorta di immunità da qualsivoglia comportamento non etico.

Il Nahj al-Balagha parla della taqwa come di un attributo spirituale acquisito attraverso una pratica assidua e costante che, col suo emergere, produce taluni effetti caratteristici, uno dei quali è un’intrinseca facilità nell’astenersi dai peccati. Infatti, nel sermone 16, la taqwa è descritta come la condizione spirituale da cui origina il dominio del proprio ego. Esso spiega che l’attitudine a cedere al desiderio carnale e materiale, e la conseguente assenza di taqwa, siano l’inizio di un inarrestabile processo di degradazione dell’anima, sfociante in un totale asservimento di essa ai capricci della concupiscenza interiore.3

L’essenza della taqwa altro non è che l’esercizio della propria volontà spirituale, essa è disciplina interiore e completo dominio di sé. L’esempio di Ali al riguardo è paradigmatico: egli, pur immerso nella realtà e negli infiniti problemi della società del suo tempo, era solito astenersi dai piaceri del mondo materiale; e in una delle sue riflessioni concernenti il distacco dalle cose mondane ebbe a dire: “Benedetti sono quelli che hanno rinunciato a questo mondo e aspirano solo alla vita futura“.4

Il messaggio dell’Imam Ali nel Nahj al-Balagha è chiaro. La taqwa è il conseguimento della piena libertà spirituale: essa spezza le catene della nostra schiavitù interiore e ci redime dalla tirannia dell’anima concupiscente.5

Essa è libertà dai legami di invidia, lussuria ed ira e, di conseguenza, liberazione da ogni tipo di schiavitù sociale e morale che possa infettare il tessuto di qualsivoglia consorzio umano. La taqwa crea un “libero schiavo” e cioè una volontà che, affrancata dalla tirannia del desiderio e riconquistata al libero arbitrio, sceglie per sua libera scelta di essere solo e soltanto schiava di Dio.

In un altro passaggio l’Imam ‘Ali afferma: “O servi di Dio, vi ammonisco a coltivare la taqwa di Dio. Infatti è un diritto che Dio ha sopra di voi ed è l’unica via attraverso cui possiate vantare diritti su Dio. Dovreste supplicare l’aiuto di Dio perché vi conceda la Sua protezione e cercare il Suo sostegno per [adempiere il vostro dovere verso] Dio.”6

La taqwa viene anche paragonata ad una fortezza inespugnabile costruita su alture inaccessibili a qualsiasi nemico. Sono tutti esempi tramite i quali l’Imam enfatizza l’aspetto operativo della taqwa, sia a livello spirituale che meramente psicologico, soffermandosi inoltre sui conseguenti effetti benefici sull’animo umano e cioè: l’istintiva avversione per ogni forma di peccato e corruzione unita all’insorgere di un’altrettanto naturale inclinazione alla pietà, alla purezza e alla virtù.7

Fonte: https://islamshia.org/la-spiritualita-nel-nahj-al-balagha-l-takim/

 

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