L'Onu non rappresenta l'odierno scenario internazionale
L’Organizzazione delle Nazioni Unite, che, come è noto, prese il posto della disciolta Società delle Nazioni, fu fondata all’indomani della Seconda Guerra Mondiale dagli Stati che avevano combattuto contro le potenze dell’Asse.
La Conferenza di San Francisco ne elaborò nel 1945 la Carta che venne ratificata dagli Stati fondatori. Successivamente ne sono divenuti membri quasi tutti gli Stati del mondo.
L’ONU nacque, dunque, come organizzazione internazionale a tendenza universale e con molteplici compiti, convergenti nello scopo ultimo di vigilare per il mantenimento della pace internazionale e l’eliminazione delle cause di guerra.
Fin dalla sua nascita, aveva manifestato il carattere universale della sua struttura: oltre ai 51 Stati originari, progressivamente tutti gli Stati del mondo sono entrati a far parte dell’organizzazione ed attualmente ha un respiro universalistico in quanto rappresenta la totalità degli Stati (191 membri, dopo l’ingresso della Confederazione Svizzera).
Qual è stato il ruolo dell’ONU nel perseguire gli obiettivi fissati nella Carta di San Francisco?
Ed ancora, l’ONU si può considerare il miglior investimento che la comunità internazionale può fare per combattere la fame, la criminalità, le epidemie e la corsa agli armamenti?
Secondo quanto disposto dallo Statuto, l’ONU svolge quattro fondamentali compiti: mantenere la pace e la sicurezza internazionale, sviluppare relazioni amichevoli fra le nazioni, cooperare nella risoluzione dei problemi internazionali e nella promozione del rispetto per i diritti umani, rappresentare, infine, un centro per l’armonizzazione delle diverse iniziative nazionali.
Il Segretario Generale delle N.U., Kofi Annan, nel 2000, nel suo “Rapporto per il millennio” al fine di rendere più concreto e definito il ruolo dell’ONU, ha affermato che l’attività delle Nazioni Unite dovrà tendere nei prossimi anni ai seguenti obiettivi:
-garantire una crescita sostenibile assicurando anche ai paesi via di sviluppo di poter trarre vantaggi dalla globalizzazione, creando opportunità di lavoro per i giovani disoccupati;
-promuovere ogni azione a salvaguardia della salute pubblica (lotta ai mali del secolo quali l’AIDS);
-migliorare le condizioni di vita delle popolazioni che vivono nelle aree meno sviluppate e soprattutto le capacità produttive del Continente africano;
-diffondere anche nei paesi in via di sviluppo le tecnologie digitali; -prevenire i conflitti e promuovere azioni a salvaguardia dei diritti umani in ogni paese del mondo;
-affrontare con più decisione i problemi dell’ambiente e della crisi idrica di molte aree del pianeta; -preservare e valorizzare l’am- biente e le biodiversità.
Volgere, oggi, lo sguardo verso il Palazzo di Vetro di New York rischia di essere oltremodo impietoso.
Troppe sono le contraddizioni e gli enigmi irrisolti che avvolgono le Nazioni Unite.
La crisi di credibilità e di legittimità dell’ONU, che ha raggiunto il culmine nell’incapacità d’intervenire con successo nelle sanguinose guerre interetniche, si ripercuote negativamente nell’intero sistema delle relazioni diplomatiche.
Da un lato persiste, pragmaticamente, la volontà di mantenere una sorta di forum, di consesso mondiale che possa fungere da centro di contatto permanente fra gli attori internazionali.
Dall’altro, montano le perplessità – e talvolta lo sconcerto – nel vedere l’ONU e le sue Agenzie Specializzate impaludarsi in una progressiva politicizzazione che ne mina l’imparzialità e ne favorisce l’impopolarità nell’opinione pubblica.
Permane, alla base, una criticità fondamentale: l’ONU, così come concepito nel secondo dopoguerra, non rappresenta l’odierno scenario internazionale.
Esso è prigioniera della sua stessa natura di organizzazione intergovernativa che, al di là degli aulici scopi e dei principi elencati pedissequamente negli articoli 1 e 2 dello Statuto, nasceva con l’obiettivo primario di mantenere lo status quo geopolitico risultato dalla Seconda Guerra Mondiale. Questa mission risultava evidente nella ratio che sottintendeva l’organo esecutivo più importante per il funzionamento dell’organizzazione, il Consiglio di Sicurezza, composto dalle 5 nazioni vincitrici della Seconda Guerra Mondiale – Stati Uniti, Russia, Regno Unito, Francia e Cina – dotate del potere di veto e dunque di bloccare qualsiasi decisione sostanziale, e da altri 6 Stati a rotazione.
Si pensi che l’unica riforma di rilievo risale al lontano 1963, quando l’aumento da 51 a 117 degli Stati dell’ONU in seguito al processo di decolonizzazione portò da 6 a 10 il numero dei membri non permanenti – eletti dall’Assemblea Generale con mandato biennale – del Consiglio di Sicurezza.
Paradossalmente, accanto al Consiglio troviamo un altro organo, l’Assemblea Generale, che al contrario risponde ad un discutibile principio di eguaglianza giuridica: a prescindere dal peso politico, economico o demografico, ogni Stato esprime un solo voto.
A rendere ancor più surreale questa architettura istituzionale, è la possibilità da parte dell’Assemblea Generale di eleggere – su proposta del Consiglio di Sicurezza – il Segretario Generale, che di fatto non può imporre alcuna decisione che non sia in grado di superare il veto dei membri permanenti.
Da allora, poco è cambiato all’interno del Palazzo di Vetro e molto, invece, al di fuori.
La fine della Guerra Fredda, l’emersione di nuovi attori regionali e internazionali, la globalizzazione e i suoi conflitti, non hanno trovato nell’ONU la necessaria dinamicità e prontezza operativa.
L’immagine contemporanea dell’ONU è quella di una sorta di grande bazar della diplomazia internazionale, dove all’azione si preferiscono imbarazzanti do ut des di poltrone e scambi di pedoni, mentre le mosse più importanti sullo scacchiere geopolitico vengono decise in altri contesti e, spesso, in maniera unilaterale.
La decisione dell'Onu di togliere all'Iran il diritto di voto all'Assemblea generale ne è un limpido esempio.
Infatti, se da un lato l'art. 19 dello Statuto delle Nazioni Unite prevede che il paese membro dell'organizzazione che "sia in arretrato nel pagamento dei suoi contributi finanziari all'Organizzazione non ha voto nell'Assemblea Generale", nel caso l'ammontare dei suoi arretrati eguagli o superi l'ammontare dei contributi da lui dovuti per i due anni interi precedenti.
Dall'altro, lo Statuto osserva che l'Assemblea generale può permettere a tale paese di votare se l'Organizzazione riconosce che "la mancanza del pagamento è dovuta a circostanze indipendenti dalla sua volontà".
Il motivo per cui la decisione dell'Onu di togliere alla Repubblica Islamica il diritto di voto all'Assemblea generale è fondamentalmente viziata, totalmente inaccettabile e assolutamente ingiustificata, perché l'incapacità dell'Iran di onorare i propri obblighi finanziari nei confronti delle Nazioni Unite è la conseguenza diretta delle sanzioni Usa.
Il problema, strutturale e giuridico, pare insormontabile e rende molto difficile una possibile riforma.
Gli articoli 108 e 109 dello Statuto dell’ONU, infatti, prevedono che eventuali emendamenti e modifiche allo Statuto siano ratificati da due terzi dei membri delle Nazioni Unite, compresi “tutti i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza”.
Ecco, dunque, che la vera domanda da porsi non è “qual è la riforma migliore?” bensì se una riforma sia effettivamente possibile.
Forse sarebbe più saggio consegnare questo organismo alla Storia, e attivarsi per creare un’alternativa che non sia prigioniera del suo stesso anacronismo.
Avv. Fabio Loscerbo
Presidente dell'Associazione di Cultura e del Commercio Italo Iraniana
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