Un’utopia chiamata esercito europeo
Dopo il fiasco, a guida americana, in Afghanistan, riemergono i progetti per una forza comune, strumento delle visioni politiche di Bruxelles. Ma il rischio che tutti temono è quello di un comando militare pronto a seguire interessi diversi da quelli nazionali.
E resta difficilmente colmabile il deficit morale di un'Europa poco disposta a sopportare le dolorose perdite umane richieste dagli interventi nelle aree di crisi. Il progetto di un comune esercito europeo ricorda quelli per il ponte sullo Stretto di Messina: tutti lo definiscono indispensabile e ne rimpiangono la mancata realizzazione, ma nessuno muove mai un dito per trasformarlo in realtà. Altrimenti non si spiegherebbe come mai il trattato sulla Difesa Comune Europea, firmato nel lontano 1952, non sia mai stato ratificato da nessuno dei sei paesi firmatari (Belgio, Francia, Italia, Lussemburgo, Olanda, Germania) e perché sia rimasta lettera morta anche quell’articolo 42 del “Trattato dell’Unione Europea” - in vigore dal 2009 - che prevede l’avvio di una politica di difesa comune per iniziativa di almeno nove stati membri. Un’iniziativa mai assunta, alla quale sono stati preferiti progetti embrionali e ristretti alla collaborazione fra stati confinanti. Primo fra tutti, quello tra Berlino e Parigi che, nel 2009, hanno creato una divisione franco-tedesca, battezzata “Eurocorp” e con base in Alsazia. Ma proprio le difficoltà linguistiche e culturali hanno contribuito, alla fine, a trasformarla in uno strumento di assai complesso utilizzo. Ancor meno esemplare la storia del “Battaglione Corazzato 414”: fondato nel 2019 grazie a personale olandese e carri armati tedeschi, risponde non tanto ad un esigenza europea, quanto a garantire un numero sufficiente di carri armati ad un'Olanda priva di unità corazzate. Certo, la risposta più semplice per giustificare l’attendismo europeo nel campo della Difesa comune si chiama Nato. L’America e l’Alleanza Atlantica non hanno mai visto di buon occhio progetti capaci di sottrarre risorse alla visione geopolitica imperniata sull’asse dell’alleanza Atlantica, ma a riportare in prima pagina il progetto di una forza di difesa europea ha contribuito, soprattutto, il drammatico cedimento di quell’Asse sul fronte afghano.Il drammatico fallimento su quel fronte delle strategie e delle linee d’intervento dettate da Washington sta, infatti, spingendo i paesi europei a rivedere il proprio orientamento. Per non ritrovarsi nuovamente coinvolti in fallimenti decisi altrove, ma anche per far fronte al ripiegamento statunitense da scenari - come Sahel e Asia Occidentale - cruciali per la propria sicurezza, l’Europa sta riesaminando i progetti per la nascita di una forza di difesa autonoma. Alcune indispensabili premesse sono già state messe nero su bianco: il bilancio europeo, approvato nel 2020, prevede lo stanziamento di 8 miliardi per quel Fondo di Difesa Europeo (Edf, European Defence Fund) che garantirà all’Unione lo sviluppo di nuove tecnologie per la difesa e l’acquisto di armamenti destinati non solo all’Europa, ma anche a paesi esteri; in questa direzione va anche l’“European Peace Facility” (Epf - Struttura europea di pace), che punta specificamente a garantire l’addestramento e l’armamento di forze militari non europee. Un passo con cui l’Unione si potrà assumere la responsabilità di armare e addestrare eserciti in aree cruciali per la sicurezza del Vecchio Continente. Già oggi le missioni europee impegnate nel Sahel possono dunque contribuire, in un’ottica di contenimento del terrorismo, all’armamento e all’addestramento delle forze armate di Mali, Niger e Burkina Faso.
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