Emergenza ed evoluzione permanente
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Biopopulismi, miopie nazionalsovraniste, apriorismi, dietrologie anti-capitaliste o anti-statocentriche non servono, nella dura lotta contro la pandemia ancora in corso. 
(last modified 2024-11-17T02:54:12+00:00 )
Set 08, 2021 06:16 Europe/Rome
  • Emergenza ed evoluzione permanente

Biopopulismi, miopie nazionalsovraniste, apriorismi, dietrologie anti-capitaliste o anti-statocentriche non servono, nella dura lotta contro la pandemia ancora in corso. 

Per la lotta al Covid-19 si parla già di terze dosi. Le osservazioni scientifiche si abbinano a conseguenti indicazioni tecnico-applicative, e queste ultime, insieme a varie altre considerazioni su più piani, entrano nelle dialettiche sociali nonché istituzionali, che conducono alle mai facili scelte politiche. La dinamica del making decision process  è effervescente, aperta, critica, solerte nei monitoraggi, autocorrettiva per natura: non sempre però ciò che dovrebbe essere è. Le strutture politiche del  making  decision  process hanno poi il compito di dotarsi di strumenti utili a superare persino se stesse, nei punti in cui le proprie sedimentazioni sovrastrutturali non sono più al passo con le esigenze sociali.

Nell’attuale realtà capitalista, le grandi case farmaceutiche hanno legittimamente prodotto e venduto ai Paesi le dosi di vaccino anti-Covid. Se per le prime due dosi la libertà e le prospettive di profitto hanno spronato l’efficienza nonché la velocità nella stessa attività di ricerca e produzione dei vaccini, per le terze dosi, magari, potrebbe auspicarsi un divergente e complementare modulo distributivo. In Italia abbiamo avuto una campagna vaccinale con prime e seconde dosi, sperando che in tutte le aree del Belpaese si riesca a vaccinare il più possibile, convincendo le maggioranze a sconfiggere paure o scetticismi frenanti. La questione delle terze dosi all’orizzonte, nel dibattito pubblico, può però diventare anche un’occasione per uscire ad intermittenza dalle classiche logiche del profitto, concentrato in poche grosse case farmaceutiche internazionali. Qualche studioso che ci rappresenta su scala mondiale nelle istituzioni sanitarie, infatti, ritiene che le terze dosi possano essere prodotte e donate ai vari Paesi, dopo aver venduto le prime due dosi. 

Se sul piano statuale di pratico decisionismo amministrativo una scelta del genere può sembrare positivamente originale, sul piano politologico essa potrebbe rappresentare molto di più. Istituzioni governative nazionali, organismi internazionali e grandi case farmaceutiche potrebbero acquisire una visione  socioeconomica mutazionista, transideologica nell’èra delle post-ideologie, una visione quindi politically queer, ossia rotta di schemi automatisti, autoreferenziali ed aprioristici. Viviamo in una realtà polidimensionale in continuo divenire, in cui i principali soggetti artefici del capitalismo devono fare i conti con le nuove e meno nuove urgenze sociali, che a più voci ed a geometrie variabili gridano – pur in silenzio – il proprio urlo di giustizia equitativa, sulla scala globale dei popoli e degli individui nel nuovo millennio. Essendo gli attuali tempi privi d’idonee condizioni oggettive, ed anzitutto soggettive, per poter superare le contraddizioni strutturali del capitalismo, ai processi decisionali delle istituzioni nazionali e transnazionali non resta che curare la salute di un capitalismo evolutivo: aperto, ricco di ascensori sociali per tutte e tutti. In questi anni Venti, non ci resta che curare opportunamente la salute di quel che intanto c’è: un sistema che, malgrado le sue logiche poco equitative sul piano sociale, può essere ristrutturato come un capitalismo new  age, capace di non auto-assolutizzarsi, capace di relativizzarsi storicamente divenendo un robusto alleato nelle lotte intersezionali per l’autodeterminazione degli individui. Il capitalismo aperto della nuova età deve far vivere economicamente gli individui come cittadini di uno stesso diritto applicabile, nella libertà di scelta fra i plurimi orientamenti esistenziali e nel rispetto dei diversi generi, sessi, etnie, ambienti, stili di vita, professioni, mestieri, condizioni sociali, sistemi di pensiero. Se per lo Stato l’individuo è cittadino e non più suddito, per le rinnovabili strutture capitalistiche dell’oggi la già spersonalizzata persona deve ritornare persona-individuo sociale: non soltanto consumatrice ma anche e soprattutto artefice di un proprio cambiamento evolutivo sui piani lavoristi, reddituali, relazionali. 

Il capitalismo aperto e libertario non può più essere quello classico liberista. L’individualismo di cui esso può essere compagno sistemico, sul piano socioeconomico-produttivo, non può che essere un individualismo sociale e demolibertario. Se il merito, quale perno di ascesa e successo individuale in società, è il metro su cui dovrebbero fondarsi i nuovi meccanismi libertari a capitalismo democratico, gli stessi ascensori sociali nelle auspicabili meritocrazie devono essere polidimensionali, a misura delle diversità per sensibilità e competenza produttiva. Oggi tocca a te affinché domani tocchi a qualcun altro, anche non figlio tuo; dev’essere questa una possibile, nuova altalena sociale sul piano economico-produttivo, in ogni attività umana. Dopo il risveglio iper-critico, e disilluso, dalle varie ideologie che escatologicamente hanno tentato di farsi chiesa tra le chiese lungo la funivia del Novecento, la via del  politically queer, ossia della rottura degli schemi per saperli ricomporre e riutilizzare ad intermittenza o con le opportune dosimetrie nei momenti giusti, diviene una via tra le vie praticabili: per non cadere nel vuoto del nichilismo politico, comunque aperto dalle post-ideologie. Potrebbe essere definita politically queer quella metodologia (tutta da edificare) transpartita, intersezionale, mutazionista ma non furbescamente o qualunquisticamente trasformista. Il  politically  queer  potrebbe utilizzare le esternalizzazioni e le internalizzazioni per realizzare una più efficiente accessibilità ai servizi d’interesse pubblico, così come potrebbe dosare gli elementi ideologici e strutturali del capitalismo con quelli della socializzazione dei mezzi di produzione della ricchezza, in modo intermittente e microsistemico, a seconda dei prospetti d’analisi, delle esigenze e delle esperienze vissute. La politica non può essere mera amministrazione; serve una direzione valoriale sistematica, anche complessa e polidimensionata. Nella relatività non relativista degli ingegni politologici, il pluralismo diviene un’arte in sé ove si riesca a tener lontani dalle poltrone del potere i populismi e gli inutili massimalismi. Oltre l’utopia potremmo respirare, pragmaticamente, il valore della sociabilità: occorre organizzarsi.(lintellettualedissidente.it)

 

 

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