Perché non si riesce a fare la pace in Ucraina?
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Nel corso di questi mesi di guerra in Ucraina, un argomento spesso citato da analisti e commentatori è che non sarebbero stati fatti abbastanza sforzi diplomatici per porre fine alle ostilità.
(last modified 2024-11-17T02:54:12+00:00 )
May 04, 2022 21:11 Europe/Rome
  • Perché non si riesce a fare la pace in Ucraina?

Nel corso di questi mesi di guerra in Ucraina, un argomento spesso citato da analisti e commentatori è che non sarebbero stati fatti abbastanza sforzi diplomatici per porre fine alle ostilità.

Quest’argomento ha varie sfumature, ma l’idea generale è che se solo le parti in conflitto fossero più serie e coinvolte nel negoziato di pace, se ci si sforzasse di più a trovare accordi e posizioni in comune, allora sarebbe possibile raggiungere un cessate il fuoco e avviare un percorso di trattative, fermando la guerra e risparmiando così migliaia di vite. È una tesi molto presente anche in Italia, ben rappresentata sui giornali, nei talk show e da alcuni esponenti politici. È anche una tesi trasversale: con alcune differenze la esprimono sia il leader della Lega Matteo Salvini sia buona parte dei partiti e movimenti a sinistra del Partito Democratico, oltre a grossi pezzi del Movimento 5 Stelle, compreso il leader Giuseppe Conte. Quasi sempre questa tesi si configura come una critica più o meno implicita all’Occidente, e in particolare agli Stati Uniti: il fatto che l’Occidente continui ad armare e sostenere la resistenza ucraina sarebbe una delle ragioni per cui la guerra è ancora in corso. In alcuni casi estremi si dice – o si lascia intendere – che l’Occidente e gli Stati Uniti avrebbero qualche interesse a un’escalation militare con la Russia, e starebbero dunque aizzando la resistenza ucraina, prolungando di fatto la guerra. Questa tesi, peraltro, corrisponde quasi perfettamente alla versione dei fatti promossa dal regime russo: ancora questa settimana il presidente russo Vladimir Putin ha detto parlando al telefono con il presidente francese Emmanuel Macron che per fermare la guerra l’Occidente deve smettere di fornire armi e sostegno all’Ucraina. In realtà, a giudicare dagli sforzi diplomatici fatti finora dalle parti del conflitto, dalle dichiarazioni dei leader e dalla situazione sul campo in Ucraina, risulta piuttosto evidente che il principale ostacolo a una soluzione diplomatica del conflitto sia stata finora la Russia, e in particolare la volontà di Putin e del regime russo di ignorare ogni tentativo serio di negoziato. I negoziati e il loro fallimento I negoziati tra le delegazioni russa e ucraina per ottenere un cessate il fuoco sono cominciati fin dalle prime fasi di conflitto e, almeno formalmente, non si sono mai conclusi. Inizialmente, le due delegazioni si sono incontrate prima in una località in Bielorussia, vicino al confine ucraino, e poi hanno avuto molte sessioni in videochiamata. L’incontro di più alto profilo è stato a marzo ad Antalya, in Turchia: è stato patrocinato dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan e vi hanno partecipato i ministri degli Esteri russo e ucraino. Nonostante i numerosi incontri, tuttavia, finora i negoziati sono stati un fallimento e hanno avuto un ruolo irrilevante nell’influenzare l’andamento delle operazioni militari. La guerra non si è fermata e non sembra che i negoziati potranno fare molto a riguardo, almeno nel futuro immediato. Questo non significa necessariamente che i negoziati siano inutili. Mantenere aperto un canale di contatto tra le parti è importantissimo, e in ogni caso il lavoro della diplomazia è spesso lungo e farraginoso: piccoli avanzamenti che sul momento sembrano avere poca importanza possono trasformarsi col tempo in grossi risultati. I negoziati inoltre stanno avendo qualche successo sul piano umanitario: per esempio, se in questi giorni è stato possibile far evacuare parte dei civili ucraini intrappolati nell’acciaieria Azovstal, a Mariupol, è merito di un negoziato tra le parti, favorito dall’ONU. Ma il risultato più importante, cioè un cessate il fuoco, sembra lontanissimo e ciascuna delle due parti in causa – Russia e Ucraina – accusa l’altra dell’insuccesso. Poiché gli incontri tra le delegazioni si svolgono a porte chiuse (senza contare che una buona parte del lavoro diplomatico è probabilmente fatta in segreto, lontano dagli eventi resi noti al pubblico), è impossibile sapere davvero se le accuse reciproche siano fondate, ma ci sono alcuni elementi che lasciano pensare a una differenza di approccio. Il più notevole riguarda la composizione delle delegazioni: se si esclude l’incontro di Antalya, in cui si sono visti i ministri degli Esteri russo e ucraino, in tutti gli altri eventi il peso e l’importanza delle due delegazioni era molto differente: quella ucraina comprendeva ministri e personalità importanti, come il ministro della Difesa Oleksii Reznikov e Mykhailo Podolyak, il principale consigliere di Zelensky, molto presente sui media. Quella russa, invece, era formata esclusivamente da personalità di secondo o terzo livello: il capo delegazione era un ex ministro della Cultura, Vladimir Medinsky, a cui si aggiungeva tutta una serie di viceministri e figure minori.