Amnesty, report su violazioni dei diritti umani negli USA - 1
WASHINGTON - L’amministrazione Biden ha dichiarato la sua intenzione di risanare la situazione dei diritti umani degli USA, ma i risultati sul piano politico e pratico si sono dimostrati disomogenei.
Se da un lato ha riavviato un impegno nei confronti delle istituzioni internazionali per i diritti umani delle Nazioni Unite e degli sforzi multilaterali volti a combattere i cambiamenti climatici, l’amministrazione non ha saputo adottare politiche in materia di asilo e immigrazione rispettose dei diritti umani al confine tra Usa e Messico o realizzare una propria agenda politica interna sui diritti umani.
Il dibattito politico interno ha continuato a ostacolare l’efficacia dell’azione di governo nell’affrontare problematiche come il cambiamento climatico, i discriminatori attacchi contro il diritto di voto o le illegittime restrizioni adottate a livello statale riguardo ad alcuni diritti, come ad esempio il diritto alla libertà di riunione pacifica e i diritti riproduttivi. Alcuni politici d’opposizione hanno continuato a contestare i risultati delle elezioni del 2020, lanciando infondate accuse di brogli elettorali, che hanno destabilizzato il pacifico trasferimento dei poteri a gennaio, attraverso l’incoraggiamento di proteste politiche violente, aventi l’obiettivo di rovesciare i risultati delle elezioni.
Per quanto riguarda l'aborto, l’amministrazione Biden ha abrogato il Global Gag Rule, una norma che bloccava l’erogazione di fondi alle organizzazioni internazionali che si occupano di informare, assistere o anche garantire la possibilità di accedere a un aborto legale.
I governi statali hanno ancora cercato di limitare i diritti sessuali e riproduttivi, intervenendo sul piano legislativo per criminalizzare l’aborto e l’accesso ai servizi di salute sessuale riproduttiva, emanando durante l’anno una quantità mai vista di provvedimenti restrittivi contro l’aborto.
Il Texas ha approvato una legge che ha vietato l’aborto dopo le prime sei settimane di gravidanza, fase in cui molte donne non sono ancora consapevoli di essere incinte, e che ha attribuito a ogni privato cittadino il diritto di intentare causa contro chi pratica un aborto o contro chiunque sia “sospettato” di aiutare una donna a interrompere la gravidanza1. A settembre, la Corte suprema degli Usa ha deciso di non pronunciarsi in merito alla costituzionalità della legge del Texas, consentendo così la sua entrata in vigore. A dicembre, la Corte ha esaminato le argomentazioni orali riguardanti la legittimità di una legge del Mississippi che vietava la maggior parte dei casi di aborto dopo 15 settimane di gestazione e che costituiva una diretta minaccia alle protezioni federali vigenti che tutelano il diritto all’aborto in base alla storica sentenza Roe vs. Wade2.
Le donne native hanno continuato a subire livelli sproporzionalmente elevati di stupri e violenza sessuale e a non avere accesso a forme basilari di assistenza post stupro. Inoltre, è rimasto alto il numero di casi di sparizioni e uccisioni. Il numero esatto delle donne native vittime di violenza o sparizione rimaneva sconosciuto, in quanto il governo degli Usa non raccoglieva dati statistici né aveva stabilito un adeguato coordinamento con i governi tribali.
I livelli di violenza domestica perpetrata dal partner non hanno mostrato segnali di rallentamento dal loro incremento, riconducibile alla pandemia da Covid-19 e alle conseguenti misure di lockdown. Nonostante ciò, il principale meccanismo legislativo per finanziare gli interventi di risposta e prevenzione della violenza era saltato ancora una volta, perché il congresso di nuovo non ha autorizzato la legge in materia (Violence Against Women Act – Vawa).
Le autorità hanno continuato a limitare drasticamente l’accesso alle procedure d’asilo al confine tra Usa e Messico, determinando danni irreparabili alle molte migliaia di persone, bambini compresi, che cercavano di mettersi in salvo da situazioni di persecuzione o altre gravi violazioni dei diritti umani nei loro paesi d’origine3.
Le autorità di controllo delle frontiere hanno effettuato respingimenti non necessari e illegali di quasi 1,5 milioni di rifugiati e migranti al confine tra Usa e Messico, sia ai valichi di frontiera ufficiali sia nel tratto che li separa, usando come pretesto l’applicazione delle disposizioni stabilite dal titolo 42 del codice di salute pubblica, introdotto nel contesto della pandemia da Covid-19. Le persone respinte sono state sommariamente espulse senza accesso alle procedure d’asilo, a rimedi legali o a una valutazione del rischio individuale. Nel rassegnare le sue dimissioni, un alto consigliere legale presso il dipartimento di stato americano ha denunciato che le espulsioni di massa dei richiedenti asilo haitiani costituivano dei respingimenti forzati illegali.
Sebbene l’amministrazione Biden abbia esentato i minori non accompagnati dall’essere espulsi ai sensi del titolo 42, l’agenzia federale di controllo delle frontiere ha applicato impropriamente la legislazione contro la tratta di esseri umani per continuare a rimpatriare sommariamente migliaia di minori messicani non accompagnati (oltre il 95 per cento di quelli catturati), senza fornire loro adeguate opportunità di accesso alle procedure d’asilo o una concreta valutazione dei danni che avrebbero affrontato una volta rimpatriati.
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