Biden in Arabia Saudita: business batte il rispetto dei diritti umani
WASHINGTON - Ora è ufficiale: tra il 13 e il 16 luglio Joe Biden si recherà in visita nella regione dell'Asia Occidentale.
Dopo la tappa in Palestina Occupata, il presidente americano incontrerà a Jedda il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, i leader dei Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo Persico, e quelli di Egitto, Iraq e Giordania.
Gli obiettivi del viaggio presidenziale sono molteplici: il primo, più scontato, riguarda la richiesta avanzata ai Paesi produttori di aumentare l’estrazione di petrolio per mitigare gli effetti della guerra in Ucraina sui prezzi. Come ha però ricordato lo stesso presidente, in ballo ci sono «questioni molto più ampie», che riguardano soprattutto, per citare un altro esponente dell’amministrazione Biden, «l’espansione dell’integrazione di Israele nella regione».
La lettura ufficiale del regime saudita è che l’incontro fornirà la possibilità ai due leader di aumentare la «cooperazione tra due nazioni amiche e di discutere le modalità per affrontare le sfide della regione e del mondo». Tuttavia, alle leadership arabe non bastano le rassicurazioni verbali da parte americana circa la difesa delle monarchie arabe da cio' che gli americani definiscono il pericolo del proramma militare iraniano.
Al contrario, le capitali arabe del Golfo Persico «vogliono una partnership securitaria formale e istituzionalizzata con gli Stati Uniti». E forse, ha twittato l’influente professore emiratino Abdulkhaleq Abdulla, gli Emirati sono in procinto di ottenere ciò che desiderano con la firma di un accordo tra Abu Dhabi e Washington che metterebbe nero su bianco l’impegno statunitense a garantire la sicurezza emiratina. Al momento non è chiaro quali siano i contenuti dell’eventuale accordo.
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