Le bombe sporche di Zelensky
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MOSCA - Il Ministero della Difesa russo ha pubblicato in un tweet alcune fotografie per dimostrare le attività illecite ...
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Ott 25, 2022 05:33 Europe/Rome
  • Le bombe sporche di Zelensky

MOSCA - Il Ministero della Difesa russo ha pubblicato in un tweet alcune fotografie per dimostrare le attività illecite ...

da parte di Kiev, ovvero il possiible utilizzo di una bomba sporca, carica di sostanze radioattive prelevate dalla centrale nucleare di Chernobyl. L’allarme ha come previsto provocato la netta smentita sia di Kiev sia dei governi occidentali. Una provocazione a questo punto del conflitto in Ucraina avrebbe però senso, almeno in teoria, e, oltretutto, i precedenti attribuibili a Stati Uniti ed Europa non mancano di certo. Il livello di disperazione che si registra a Washington e nelle capitali europee è tale da far pensare a un’iniziativa clamorosa nei prossimi giorni o settimane, anche se ci sono segnali, per il momento per lo più sotto traccia, di una crescente impazienza per la situazione sul fronte ucraino e della volontà di creare le condizioni per la riapertura di un tavolo diplomatico.

L’appuntamento con le elezioni di “metà mandato” negli USA tra due settimane sta diventando una scadenza entro la quale la galassia “neo-con”, che controlla in gran parte il dipartimento di Stato e la Casa Bianca, intende portare a termine un’operazione eclatante sia per risollevare le sorti del Partito Democratico sia per cercare di isolare la Russia e garantire continuità alle politiche di appoggio incondizionato al regime di Zelensky. In questa prospettiva va letto l’avvertimento del ministro della Difesa russo, Sergei Shoigu, sullo stato avanzato dei preparativi per l’impiego di un ordigno convenzionale in combinazione con materiale radioattivo.

Secondo Shoigu, il regime ucraino sarebbe assistito dai governi occidentali, a cominciare da quello britannico, e le sue preoccupazioni, assieme con ogni probabilità a un fermo avvertimento, sono state espresse nel corso di vari colloqui telefonici avuti nel fine settimana con gli omologhi americano, francese e, appunto, britannico. L’obiettivo sarebbe quello di attribuire la responsabilità dell’esplosione alla Russia, così da alimentare ulteriormente l’escalation del conflitto e giustificare, secondo alcuni, un intervento diretto delle forze NATO. Se quest’ultimo elemento appare improbabile al momento, è possibile che i governi occidentali sperino di convincere quei paesi soprattutto in Asia e in Medio Oriente ancora su posizioni neutrali a sganciarsi da una Russia responsabile di avere fatto uso di armi nucleari.

Non è ad ogni modo semplice interpretare le mosse e i bluff di coloro che partecipano direttamente o indirettamente alla guerra. Una notizia data nel fine settimana dalla CBS sembra da un lato inserirsi nel quadro del crescendo di provocazioni occidentali. La Casa Bianca avrebbe cioè autorizzato l’invio di altri 5 mila uomini sul fronte dell’Europa orientale, pronti a entrare in azione contro i russi nel caso questi ultimi dovessero intraprendere una qualche azione di ampia portata in Ucraina.

I militari della 101esima Divisione Aviotrasportata stanno conducendo esercitazioni in funzione anti-russa in Romania, ma altre fonti hanno gettato acqua sul fuoco nonostante l’apparente gravità dell’iniziativa americana. Analisti militari indipendenti fanno notare come un numero così esiguo di uomini, di fronte a una mobilitazione ordinata dal Cremlino di circa 300 mila soldati, avrebbe poca o nessuna utilità in termini pratici. Altri ancora rilevano la coincidenza della notizia con il colloquio telefonico tra i ministri della Difesa russo e americano, rispettivamente il già citato Shoigu e Lloyd Austin. La conversazione sarebbe avvenuta su richiesta del numero uno del Pentagono e tra le ipotesi che circolano c’è quella di rassicurare Shoigu sul fatto che Washington non ha intenzione di inviare truppe di terra in Ucraina. Quanto meno non in maniera formale, visto che “consiglieri”, agenti dell’intelligence e delle forze speciali già operano sul campo a fianco dell’esercito ucraino.

Singolari sono anche le dichiarazioni rilasciate dal comandante della 101esima Divisione, generale John Lubas, il quale ha spiegato che i suoi uomini sono “pronti a difendere ogni singolo centimetro di territorio NATO”. Formalmente, però, l’Ucraina non fa parte della NATO e Mosca non ha mai minacciato di colpire o invadere nessun paese dell’Alleanza. È evidente di conseguenza che la decisione dell’amministrazione Biden rappresenta una mossa d’anticipo in vista di qualche provocazione o è un’azione per così dire di “pubbliche relazioni”, utile a convincere l’opinione pubblica occidentale dell’inevitabilità di un maggiore coinvolgimento nella guerra.

Per quanto riguarda i precedenti delle provocazioni messe in atto ad hoc dagli Stati Uniti e dai loro alleati, per poi darne la colpa a governi nemici bersaglio di operazioni di destabilizzazione, gli esempi sono molteplici. Uno degli episodi più recenti è quello della Siria e delle armi chimiche impiegate a Ghouta, un sobborgo di Damasco, nel 2013. Un’indagine del veterano giornalista Seymour Hersh aveva in seguito smentito la ricostruzione ufficiale americana, rivelando che a utilizzare il famigerato gas sarin erano stati i “ribelli” siriani con la collaborazione dell’intelligence USA e britannica. Il piano faceva seguito all’avvertimento dell’allora presidente Obama che il ricorso ad armi chimiche da parte del regime di Assad avrebbe rappresentato il superamento di una “linea rossa” e fatto scattare un intervento armato da parte di Washington.

In quell’occasione, l’ennesima aggressione americana era stata alla fine evitata grazie a svariati fattori. Uno dei quali, come aveva rivelato a suo tempo Hersh e ha ribadito nel fine settimana l’ex analista della CIA Larry Johnson citando la sua esperienza diretta nei fatti, erano le resistenze dei vertici del Pentagono che avevano verificato l’inconsistenza delle accuse nei confronti di Damasco e avvertito dei rischi dell’esplosione di un nuovo conflitto di ampia portata in Medio Oriente.

 

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