Putin ha sospeso New START, cosa significa?
MOSCA - Al termine del lungo discorso alla nazione di martedì il presidente russo Vladimir Putin ha annunciato la sospensione della partecipazione della Russia al trattato New START ...
(Strategic Arms Reduction Treaty), che ha l’obiettivo di monitorare i reciproci armamenti nucleari.
Tra i punti più importanti del discorso di martedì di Putin al parlamento russo c’è stato l’annuncio della sospensione da parte di Mosca del Nuovo Trattato per la Riduzione delle Armi Strategiche (nucleari), o “New START”, sottoscritto nel 2010 con gli Stati Uniti. La proposta del presidente russo è già stata approvata dai due rami dell’Assemblea Federale ed è l’inevitabile conseguenza del conflitto in Ucraina, nonché, in un quadro più ampio, del costante smantellamento, per opera di Washington, dei dispositivi bilaterali sulla riduzione delle armi nucleari concordati prima e dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica.
Il “New START” (“START-3”) è di fatto l’ultimo di questi trattati russo-americani rimasto in vita. La decisione del Cremlino si limita per il momento a sospendere l’accordo, lasciandolo formalmente in essere. Le relazioni tra le due potenze nucleari sono però talmente degradate da far pensare a un imminente affondamento in via definitiva. Il “New START” era stato prorogato per altri cinque anni a inizio 2021 su iniziativa di Joe Biden e dopo che Trump aveva più volte minacciato il ritiro da parte degli Stati Uniti.
Nel suo intervento di martedì, Putin ha come al solito spiegato in maniera lucida le ragioni dell’iniziativa. Il presidente ha ricordato come gli Stati Uniti e altri paesi NATO avessero chiesto di condurre ispezioni nei siti russi che ospitano armi nucleari, come prevede teoricamente il trattato. La richiesta, ha spiegato Putin, è semplicemente “assurda”. L’Occidente ha infatti contribuito attivamente nei mesi scorsi ai tentativi di bombardamento di basi militari nucleari in territorio russo da parte ucraina. L’apertura di queste strutture al personale NATO consentirebbe perciò al regime di Zelensky di ricevere informazioni cruciali circa gli obiettivi da colpire.
Putin ha poi ridicolizzato le richieste di partecipare alle ispezioni in Russia di paesi non firmatari del “New START”, come Francia e Gran Bretagna. L’inquilino del Cremlino, in modo semi-serio, ha detto di giudicare queste iniziative come un’istanza di adesione al trattato stesso da parte di Parigi e Londra, a suo dire “opportuna” visto che entrambi i governi dispongono di armi nucleari “puntate contro la Russia”.
Il ripensamento russo degli impegni presi con il “New START” dipende anche dalle intenzioni americane di sviluppare ulteriormente il proprio arsenale, a cominciare dalla programmazione di test nucleari. In questa situazione, ha spiegato Putin, le forze armate del suo paese devono essere pronte a loro volta a testare nuove armi adeguate. La Russia, ha aggiunto Putin, “non lo farà per prima, ma se gli USA condurranno un test [nucleare], lo faremo anche noi”.
Va anche ricordato che il governo di Mosca da tempo non ha facoltà di chiedere ispezioni nei siti militari americani a causa delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti e dall’Occidente. L’obiettivo di infliggere una sconfitta di natura “strategica” alla Russia è inoltre ripetuto apertamente da esponenti USA e NATO, così che il continuo rispetto virtualmente unilaterale di un trattato che, nelle condizioni attuali, limita le capacità “strategiche” di difesa di uno dei firmatari non ha alcun senso.
Di questo aspetto ne ha discusso il senatore Alexei Pushkov, appartenente al partito di Putin, in un’intervista al giornale on-line russo Vzglyad. Pushkov avverte che l’impegno occidentale per la “sconfitta strategica” della Russia è “incompatibile con il mantenimento dell’attuale sistema della sicurezza nucleare globale”, del quale l’elemento più importante è appunto il “New START”. Sono insomma i cambiamenti epocali in atto, innescati dalla crisi della posizione internazionale degli Stati Uniti e dall’emergere di spinte multipolari, a demolire a poco a poco l’ancorché fragile impalcatura della non-proliferazione basata sugli accordi russo-americani.
Questo modello bilaterale è superato da una realtà nella quale i paesi possessori di armi nucleari e convenzionali avanzate si stanno muovendo per modernizzare e rafforzare i propri arsenali. Nel 2019, Trump aveva infatti ritirato gli Stati Uniti dal trattato sul controllo dei missili nucleari a medio raggio (INF) del 1987 soprattutto per il timore che la Cina, non vincolata a nessuna limitazione, prendesse il sopravvento in questa categoria di armi.
L’ex ispettore ONU Scott Ritter, in un intervento al programma radiofonico The Critical Hour del network russo Sputnik, ha discusso ampiamente dell’argomento “New START”, mettendo in guardia dalla moltiplicazione dei rischi del venir meno dei meccanismi di non proliferazione alla luce dei progressi tecnologici in ambito militare negli ultimi anni. La maggiore efficacia, velocità e accuratezza soprattutto delle armi ipersoniche rendono oggi estremamente pericoloso qualsiasi minimo errore o incomprensione tra due potenze rivali in assenza di trattati bilaterali o multilaterali.
Ritter ha ricondotto l’atteggiamento degli Stati Uniti a una strategia cinica e distruttiva. A suo dire, i trattati di non proliferazione venivano siglati durante la Guerra Fredda perché “Washington temeva e rispettava l’Unione Sovietica” e il suo potenziale militare. Dopo il 1991, invece, l’America ha iniziato a usare i trattati sul controllo delle armi nucleari per “ottenere un vantaggio strategico” sulla Russia. Quando però questi stessi trattati sono diventati un intralcio ai piani USA, il governo di turno ha deciso di liquidarli.
Il primo passo in questa direzione era stato fatto da George W. Bush, il quale alla fine del 2001 aveva denunciato il Trattato sugli Anti-Missili Balistici (ABM) perché di ostacolo alla difesa degli Stati Uniti dalla minaccia di terroristi o di “stati-canaglia”. Il trattato, firmato nel 1972, sarebbe stato formalmente cancellato nel giugno del 2002. L’iniziativa avrebbe innescato una pericolosa reazione a catena. Subito dopo, la Russia decise cioè di uscire anche dallo “START-2”, ovvero il predecessore del “New START”, in riferimento a una clausola, introdotta dal parlamento di Mosca in fase di ratifica, che ne vincolava il rispetto alla permanenza in essere dell’ABM.
Per quanto riguarda il “New START”, oggetto martedì del discorso di Putin, la stipula era avvenuta nella breve stagione caratterizzata dal tentativo di “reset” delle relazioni tra Stati Uniti e Russia. Obama e l’allora presidente russo Medvedev lo avevano firmato nel 2010 a Praga dopo che la bozza finale era stata ultimata nel 2009. Il trattato prevedeva, oltre alle già ricordate ispezioni, una consistente riduzione degli arsenali nucleari dei due paesi, assieme a una serie di misure per favorire lo scambio di informazioni militari e costruire un clima di reciproca fiducia.
Le cose sono andate invece molto diversamente. Il precipitare della crisi ucraina sotto la spinta delle provocazioni dei paesi NATO e del regime di Zelensky avevano fatto pensare da subito ai rischi connessi con il mancato rispetto del “New START”. Nel novembre scorso, il governo russo aveva già sollevato la questione a livello pubblico, con l’annuncio del congelamento delle trattative bilaterali per il rinnovo del trattato. In un’intervista al quotidiano Kommersant, il vice-ministro degli Esteri russo, Sergey Ryabkov, lo scorso gennaio aveva legittimamente collegato i negoziati sul “New START” alla situazione in Ucraina e al principio, respinto dalla NATO, della “sicurezza indivisibile”.
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