Guerra e pace nel Donbass
https://parstoday.ir/it/news/world-i94138-guerra_e_pace_nel_donbass
Viaggio ai confini dell'Europa dove è in corso una guerra per procura senza esclusione di colpi.
(last modified 2024-11-17T02:54:12+00:00 )
May 21, 2017 09:01 Europe/Rome
  • Guerra e pace nel Donbass

Viaggio ai confini dell'Europa dove è in corso una guerra per procura senza esclusione di colpi.

C’è un filo invisibile che lega la Siria all’Ucraina. Due Paesi strategici in preda alla destabilizzazione, due guerre ancora in corso, a loro modo, speculari. Da un lato i jihadisti dell’Isis e di Al Qaeda; dall’altro gli estremisti di Pravy Sektor e Svoboda. Tutto risponde ad un obiettivo preciso e funzionale all’egemonia occidentale: l’accerchiamento della Russia. Di Medio Oriente se ne parla fin troppo mentre in Europa, ad orientem, ci sono ancora persone costrette a vivere negli scantinati perché le loro case vengono costantemente bombardate. Accade nel Donbass, di preciso negli oblast di Donetsk e di Lugansk. Repubbliche autoproclamate e non riconosciute dalla comunità internazionale da quando i media appartenenti alla famiglia “beneducata della democrazia” si sono concentrati in blocco sulle prime rivolte di Piazza Maidan sposando in toto la narrativa del governo di Kiev che sin dalla primavera del 2014 ha qualificato come “terroristi” tutti quegli ucraini russofoni che hanno scelto di ritornare progressivamente dalla Grande Madre. Non si sa ancora se accadrà come in Crimea dove c’è stato un’ annessione plebiscitaria ma uno scenario simile non è da escludere nei prossimi anni. Per ora rimangono indipendenti sulla carta e esercitano autonomamente il proprio sistema di difesa. Se è vero che possono contare sugli aiuti umanitari, economici e militari che arrivano dal Cremlino è ancor più vero che non ci sono battaglioni russi sul terreno eccetto i volontari venuti da tutte le città  – da Mosca fino a Vladivostok – per arruolarsi negli eserciti regolari e difendere questo pezzetto di terra chiamato “Novorussia”. Gi americani, che hanno sin dall’inizio appoggiato la caduta di Janukovich, considerato un alleato di Mosca, con annessa offensiva bellica nella regione Sud-Est, possono dire lo stesso?

Siamo di fronte all’ennesima guerra per procura. E nonostante gli accordi di Minsk abbiano circoscritto e stabilizzato le linee di demarcazione militare, le trincee continuano ad infiammarsi quando meno te lo aspetti. Ecco che il Donbass è ancora oggi luogo di pellegrinaggio di corrispondenti di tutto il mondo. E’ consuetudine darsi appuntamento ad un “café” discreto nel centro di Donetsk dove si incontrano tutti i giornalisti, locali e stranieri, prima di dirigersi nelle zone calde del conflitto: il fronte militare che separa l’Ucraina da Donbass è a soli 8km. Qui le persone si conoscono, operatori, reporter, militari. Ci si scambia biglietti da visita ma soprattutto informazioni utili.

Di tanto in tanto, in lontananza, si sentono i colpi di artiglieria e di mortaio

È il richiamo della guerra che invita i giornalisti ad indossare giubbotto anti-proiettili ed elmetto. Un’auto di scorta fa da apripista, si passano i checkpoint militari, tra le case di campagna in cemento con i tetti in lamiera e le miniere di carbone, oro nero di questa terra contesa. Quello ucraino è un conflitto altamente strategico sul piano militare. Si fanno saltare acquedotti, strade, ponti, ferrovie, fabbriche.  Nel conflitto ucraino non ci sono attentato ma sabotatori. E’ una partita a scacchi in cui una mossa sbagliata può rovesciare il tavolo. Chi è maggiormente in pericolo sono quelle persone che prigioniere nei villaggi sulla linea del fronte, a pochi chilometri dalle postazioni ucraine. Non lontano dall’aeroporto dove si è combattuta una delle battaglie più significative dell’intera guerra, passando dal viale degli Stratonavti che costeggia la cittadina devastata di Oktjabr’skij, si incontra il piccolo centro abitato di Spartak. Prima della guerra c’erano 3mila persona ora sono ne rimaste solo 59.

Molte delle case sono crollate a causa dei colpi di mortaio e dei missili grad lanciati dall’esercito ucraino che staziona solo ad un paio di chilometro. Per terra, conficcati sull’asfalto, ci sono ancora ordigni inesplosi. “Qui sono sempre vissuto, qui c’è la nostra casa, perché dobbiamo andarcene?” racconta a Tempi Natasha, una donna sulla sessantina che vive nella Spartak assediata con la figlia, il marito e il padre. Ma “vivere” è un’iperbole. “Abbiamo lasciato i piani alti dell’abitazione, sono troppo pericolosi, guarda lì, è stato colpito già una volta il tetto, abbiamo trasferito la cucina all’esterno – mostra una casetta di legno – se no sono tre anni che dormiamo nello scantinato”. Il vecchio signore apre una grata di ferro e ci invita a scendere le scale del sottosuolo. E’ tutto buio. Qualche metro più avanti c’è una porta socchiusa dove si intravede una piccola stanza schiarita da un fascio di luce soffusa.

Saranno si e no una decina di metri quadri. Ci sono quattro letti di cui due scavati dentro al muro ricoperti da giocattoli. E lì che la bambina si è costruita il suo mondo incantato. Sull’altro lato c’è una lunga mensola con medicinali e icone cristiano-ortodosse. Poi più in là ci sono una piccola stufa e un appendiabiti. Nessuna finestra. Spartak è solo uno delle tanti prigioni a cielo aperto sulla linea del fronte. Ciò che sorprende è la tenacia e il coraggio dei loro abitanti. Vedi anche a Pantelejmonovka, un villaggio di 7mila anime situato nel distretto di Gorlovka, sempre nella provincia di Donetsk. Per arrivarci si viaggia a tutta velocità lungo la strada statale per Avdeevka. “I sovietici hanno avuto la loro guerra contro l’invasore tedesco, questa invece è la nostra guerra patriottica”, esulta Daniil Bezsonov, portavoce dell’esercito della DPR. I segni dei combattimenti sono scolpiti sugli edifici ridotti in macerie ai lati della strada. Oltre le case si intravedono le postazioni militari ucraine. “Guarda laggiù, ci sono le trincee, distano a solo cinquanta metri l’una dall’altra – spiega Mikhail Andronik, corrispondente di guerra dell’esercito, mentre guida l’automobile a 200 chilometri orari – dobbiamo sbrigarci, siamo in un punto pericoloso, possono individuarci e colpirci”. Più che una strada si tratta di una vera e propria linea di demarcazione che viene costantemente bombardata perché collega la città di Donetsk a tutta una serie di villaggi russofoni, tra cui Pantelejmonovka appunto. Ad accoglierci insieme ai militari della DPR che trasportano aiuti umanitari è il sindaco Svetlana Reumova.

 “Siamo assediati da tre anni ma l’esercito è con noi e non ci ha mai lasciati soli – racconta a Tempi la funzionaria – anche i nostri abitanti sono stati valorosi, metà dei nostri giovani si sono arruolati come volontari per difendere il villaggio”.

Tra i soldati che svuotano il camion con il materiale c’è anche Eduard Bassurin, vice-comandante dell’esercito regolare della DPR, uomo carismatico, molto popolare da queste parti, volto rassicurante dei bollettini di guerra trasmessi dai canali televisivi russofoni. E’ venuto ad assistere la popolazione insieme ad un manipolo di uomini. “Questo villaggio per noi è vitale, non solo strategicamente ma perché ci vive la nostra gente, abbiamo dispiegato un numero di soldati abbastanza imponente da difendere questo pezzo di terra – afferma con un tono di voce baritonale, fermo, che ispira fiducia – nel 2014, quando è scoppiata la guerra eravamo impreparati, col passare dei mesi ci siamo formati e siamo pronti a qualsiasi pericolo, non temiamo le offensive ucraine”.

L’attenzione dei militari per i civili è sorprendente quanto il ricordo costante dei civili per i soldati caduti in guerra. A tavola dopo il rituale dei brindisi scatta il minuto di silenzio in piedi. Senza sbattere i bicchiere questa volta. I cimiteri sono riempiti di garofani rossi, ognuno porta con sé un nastro di San Giorgio a strisce nere e arancioni per mostrare il proprio sentimento di appartenenza alla causa. “Spasiba”, grazie, è la parola ricorrente utilizzata dalla gente del posto nei confronti di chi ha scelto di indossare un’uniforme e imbracciare un kalashnikov. Il coprifuoco ha cambiato la ritmica della quotidianità. Dall’inizio della guerra a partire dalle 23 è vietato aggirarsi per strada. Un po’ per solidarietà verso chi è stato mandato al fronte a combattere, un po’ per contenere le spese della sicurezza cittadina.

 

Dopo le sei di pomeriggio le città diventano deserta. Le persone tornano a casa per preparare la cena.

Dopo le 20 cala il sole ed è tutto buio. Ma le luci si accendono in qualche locale. Tra i più popolari c’è il Beerkoffe ed è gestito da un deputato della Repubblica di Lugansk che si chiama Denis Kolesnikov. Le ragazze, alte e bionde, di etnia russa, guardano i clienti entrare e uscire mentre fumano sigarette firmate “Don tabak”. Come tutti i fine settimana il posto è pieno e offre musica dal vivo rigorosamente in lingua russa. I camerieri, giovani in abito tradizionale, servono birra artigianale, vodka e kalian una versione locale dell’arguilé mediorientale. Sulla pista ci sono solo donne. Gli uomini dicono che ballare è roba da femmine per cui si limitano a guardare. Qui gli occhi, tutti blu, sono un’arma di seduzione potentissima. Al Beerkoffe c’è sempre chi arriva da solo e se ne va accompagnato. Ma il Beerkoffe rimane prima di tutto il luogo per eccellenza degli appuntamenti non organizzati. Si incontrano tutti: deputati, giornalisti, militari, uomini di affari e dei servizi, occidentali. Ci sono persino i rappresentanti dell’OSCE considerati nemici della Novarussia, “spie dell’Ucraina”, parassiti che girano col 4×4 alloggiando negli alberghi a 5 stelle con paghe altissime a raccontare una versione della guerra a senso unico, quella del governo di Kiev. E a vedere dai loro rapporti non hanno tutti i torti a pensarlo. Ma come nei più grandi teatri di guerra il locale “notturno” non è trincea e rimane luogo di tregua, anche se le pistole sono tutte ben salde sotto le giacche. Tutto è appeso ad un filo sottilissimo: l’alcool. Ma il Donbass non è un Far East, anzi. Le due Repubbliche sono strutturate, ci sono consigli rappresentativi, sindacati, televisioni, fabbriche. “Il nostro Parlamento è composto da 50 membri tutti eletti democraticamente” ci racconta con fierezza il deputato Oleg Kowel.

C’è un’educazione civica e patriottica mescolata ad una cultura del vivere insieme da fare invidia a molte nazioni europee. E’ il retaggio sovietico rafforzato da una Chiesa Ortodossa risorta nella fede. Cent’anni dopo la rivoluzione bolscevica, il popolo russo vive la profezia di Fatima. Fa impressione la religiosità dei russi di oggi, in particolare nella settimana santa che ha visto la Pasqua ortodossa coincidere con quella cattolica. La cerimonia iniziata a mezzanotte è andata avanti fino alle sei del mattino tra canti, preghiere, benedizioni delle uova per ritrovarsi a tavola con amici e parenti intorno ad un bicchiere di vodka. Così vuole la tradizione. “Cristo è risorto” dicono alcuni, “sì, Cristo è risorto davvero” rispondono gli altri. Anche tra sconosciuti, per strada. Tutta la grandezza dell’ortodossia russa viene però racchiusa nella devozione delle donne. Prima di entrare in chiesa tirano fuori dal borsello un fazzoletto, se lo mettono sul capo, pregano sulle icone, baciandole, accendono un cero, poi escono, riponendo il fazzoletto al proprio posto. In questa pratica si incontrano Oriente e Occidente, Elena dell’Iliade, la Santissima Maria, madre di Gesù e i versetti coranici che invitano ad indossare l’hijab. Il Donbass è tutto e il suo contrario. E’ sacro e profano, è ordine e folklore, è vita e morte, è guerra e pace, è Russia e Ucraina.

di Sebastiano Caputo

Intellettuale Dissidente