Migranti, le colpe dell’Italia nella crisi
La crisi dei migranti, divenuta per l’Italia un problema scottante, è frutto di una serie di errori, superficialità e interessi particolari che hanno portato il Paese in una situazione al momento senza uscita, destinata ad aggravarsi.
La favola che la colpa sia tutta dell’Europa “matrigna”, è il miserabile tentativo di una politica cialtrona di mascherare le proprie colpe adesso che il fenomeno, al di là degli eccessi mediatici, sta realmente giungendo a pericolosi livelli di guardia, senza che se ne intraveda una seria soluzione.
Le principali colpe della classe politica italiana sono almeno tre: la prima è il non aver saputo o voluto comprendere la portata dirompente dello sciagurato intervento in Libia del 2011, che ha distrutto un Paese facendo poco o nulla per stabilizzarlo dopo. Gheddafi non era solo lo sgherro che dietro pagamento fermava i migranti; piaccia o no, grazie ai proventi di petrolio e gas il suo regime dava lavoro a masse di disperati che provenivano dall’Africa subsahariana, e che adesso hanno perso quell’opportunità.
Ma se la prima colpa è figlia di cecità politica ma ha la scusante dello scarso (per non dire nullo) peso internazionale dell’Italia, la seconda è tutta della dirigenza italiana: la totale mancanza di una politica dell’accoglienza.
Il problema dei migranti è antico, ma per pura ottusità e spicciolo opportunismo politico si è ritenuto di ignorarlo finché esso è tracimato, rendendo oggettivamente difficile governarlo; questa cecità dinanzi ad un problema vero, sul piano internazionale ha lasciato l’Italia in balia delle iniziative degli altri Stati che un’idea sui propri interessi l’avevano, e sul piano interno ha aperto la porta ad un regime di eterna emergenza, che ha fatto sorgere un groviglio di interessi particolari attorno al soccorso e all’accoglienza
È proliferato un sottobosco spesso opaco, fatto di Ong, cooperative d’ogni genere, fornitori di servizi e beni, che è stato visto troppo spesso (i fatti lo dimostrano) come semplice occasione d’arricchimento. Si tratta di un coacervo di convenienze che, in un modo o nell’altro, coinvolge enti pubblici e privati, formando un grumo d’interessi particolari che spingono al mantenimento dello status quo.
La terza colpa è conseguenza delle altre due; sotto la spinta di esse i Governi che si sono succeduti sono slittati verso l’accettazione di condizioni paradossali che adesso inchiodano l’Italia in una situazione divenuta insostenibile.
In estrema sintesi per non tediare, la convenzione di Amburgo che regola il soccorso in mare, sottoscritta anche dall’Italia, suddivide la responsabilità del soccorso fra i vari Stati in zone S.a.r. (Search and Rescue). Il fatto è che le S.a.r. di Malta, Libia e Tunisia (e ci fermiamo a queste) si tirano indietro regolarmente, lasciando ogni intervento all’Italia, che ha tacitamente accettato (ormai è prassi consolidata) d’intervenire ovunque nelle acque fra le coste africane e quelle proprie.
Ma non è finita: all’indomani dei naufragi dell’ottobre 2013, quando affogarono centinaia di migranti, dinanzi alla solita melina della Ue, l’Italia decise di muoversi autonomamente. Lodevole, certo, ma il fatto è che le missioni che ne seguirono (Mare Nostrum, Triton ed Eunavfor Med) portarono Roma a decisioni quantomeno estemporanee, nel nocciolo a sottoscrivere l’impegno di assumersi la responsabilità dei salvataggi, sbarcando i migranti nei propri porti.
Decisione presa quando già nel 2013, con il problema degli sbarchi già più che evidente (ma negato), il Governo italiano aveva ratificato il Regolamento Dublino III, con cui s’impegnava a farsi carico di tutti i migranti che fossero sbarcati sulle proprie coste. E per inciso, è un fatto che la decisione di accettare di sbarcare i migranti nei propri porti facendosene carico in esclusiva (sollevando così il resto dell’Europa dal problema), è stata presa dall’Italia in cambio di un occhio benevolo di Bruxelles verso i suoi conti eternamente disastrati.
Il risultato è stato apparecchiare una tempesta perfetta: fino a non molto tempo fa il traffico dei migranti era in mano a “passatori” che imbarcavano quella gente per portarla vicino alle coste italiane o sbarcarla su di esse; adesso, mutate le condizioni, l’affare è passato in mano ad organizzazioni criminali internazionali (nigeriane e sudanesi su tutte) che gestiscono i flussi, lasciando alle bande libiche il controllo sui migranti e il loro imbarco su gommoni scadenti da abbandonare sulla soglia delle acque internazionali se non prima, previa chiamata di soccorso. Ai soccorritori, divenuti autentici taxi del mare, il compito di andare a recuperare quei disgraziati per trasbordarli in Italia.
Nella sostanza, quella della tratta dei migranti è divenuta un’attività industriale che ha abbattuto i costi (i gommoni, sempre più scadenti ed importati all’ingrosso dalla Cina, il più delle volte vengono recuperati perché i soccorritori non hanno il mandato di distruggerli, il consumo di benzina viene ridotto al minimo e gli scafisti per lo più la fanno franca) e massimizzato gli utili.
In poche parole, è tutta la gestione della crisi come è adesso che, lasciata a se stessa e senza chiare strategie politiche, finisce per incentivare un business sempre più fiorente. E, piaccia o no, alla lunga impossibile da reggere per l’Italia per i costi economici e le implicazioni sociali crescenti.
Vista così, la crisi dei migranti sembra insolubile, con Governi italiani che firmando ciecamente trattati che li incatenano a condizioni capestro hanno cacciato il Paese in un vicolo cieco, e l’Europa, presa da altre beghe, che ben contenta che qualcuno si sia fatto carico per tutti del problema, critica Roma per il suo volersi tirare indietro dopo aver sottoscritto impegni.
Nella realtà molto potrebbe essere fatto, sia per smontare il groviglio d’interessi coagulatosi attorno ai migranti, sia per fare di essi un valore invece che un peso, sia per costringere altri Paesi a condividere l’accoglienza, sia per razionalizzare un sistema sfuggito di mano, sia infine per scoraggiare un mostruoso business criminale. Proposte non ne mancano, basterebbe approfondirle. E applicarle.
Ciò che manca è la volontà e la capacità, carenze che non fanno comprendere ad una classe politica inetta come il problema dei migranti e delle mutazioni che, piaccia o no, determineranno nelle società di tutta Europa, sia enorme e ineludibile. Ma figurarsi se chi è abituato a rincorrere facili consensi con slogan rozzi si porrà mai problemi seri. A non parlare di risolverli.
di Salvo Ardizzone
Fonte: Il Faro sul Mondo