L’Italia s’interroga sulle prospettive del conflitto in Libia
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Il Governo di Roma s’interroga sulle prospettive del conflitto in atto in Libia e sul modo migliore di tutelare i propri interessi.
(last modified 2024-11-17T02:54:12+00:00 )
Lug 31, 2019 18:53 Europe/Rome
  • L’Italia s’interroga sulle prospettive del conflitto in Libia

Il Governo di Roma s’interroga sulle prospettive del conflitto in atto in Libia e sul modo migliore di tutelare i propri interessi.

Non solo ne ha scritto recentemente sul mensile di geopolitica Limes Gianandrea Gaiani, Consigliere per la sicurezza del Ministro dell’Interno, ma sul punto si è pronunciato anche l’ambasciatore d’Italia a Tripoli, Giuseppe Buccino, intervistato dal Corriere della Sera. Il 30 luglio, inoltre, ha avuto luogo un importante scambio d’idee tra le maggiori autorità italiane competenti per materia, convocate per l’occasione a Palazzo Chigi dal Premier Giuseppe Conte. Le preoccupazioni sono in effetti palpabili. Ai timori che concernono la gestione dei flussi migratori si sono associati gli effetti della crescente aggressività dimostrata dal maresciallo Khalifa Haftar, al quale è stata ascritta la responsabilità di un attacco condotto contro la “città Stato” di Misurata, che ospita un ospedale militare da campo italiano con al seguito oltre 300 uomini. Il conflitto civile in atto in Libia si è da tempo internazionalizzato ed ormai coinvolge numerose potenze attive nel cosiddetto “Mediterraneo Allargato”. A Roma, si è finora creduto che il confronto in atto avesse una preponderante natura economica, come se in corso in Libia fosse soltanto un derby tra Eni e Total per il controllo dei giacimenti petroliferi libici. In realtà, non è così. La battaglia per la Libia, che oppone sul piano interno due schieramenti abbastanza nettamente definiti, rientra infatti nell’ambito di una competizione più ampia, che ha per posta in palio la determinazione delle sfere d’influenza in cui si strutturerà la regione mediterranea dopo il perfezionamento del ritiro americano. Sul terreno, pertanto, non combattono soltanto due blocchi maggiori di forze locali e una pletora di attori minori, ma schieramenti che abbracciano una quantità significativa di Stati più avvezzi dell’Italia attuale a misurarsi con le brutali realtà della politica di potenza. Con Tripoli si sono allineati i paesi che sostengono l’agenda dell’Islam politico: essenzialmente, la Turchia ed il Qatar, che assistono in vario modo il Governo di Accordo Nazionale sorto su impulso di Barack Obama dagli accordi di Skhirat e diretto da al-Serraj. Nella vecchia capitale libica e, per la verità anche a Misurata, sono giunte risorse economiche e armi. Dall’altro lato, dietro Haftar operano i francesi, pare addirittura con propri consiglieri militari, nonché gli emiratini, i sauditi, gli egiziani e milizie di natura mercenaria e varia estrazione geografica. Sulla carta, non dovrebbe esserci paragone. Invece, Haftar non è finora riuscito a sottomettere Tripoli, un po’ a causa dei propri errori, ma molto per effetto delle grandi dimensioni demografiche della vecchia capitale e della determinazione dimostrata dalle forze islamiste a difenderne l’indipendenza. Il vecchio maresciallo tuttavia non demorde, probabilmente perché pensa, non senza qualche ragione, che lo scorrere del tempo possa avvantaggiarlo. Sulla carta, la capacità dei suoi alleati di rigenerarne le forze supera in effetti di gran lunga quella vantata dai suoi avversari e può quindi dissipare ciò che possiede con maggior disinvoltura.