Modalità di recitazione del Corano (2a parte)
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Alla fine del terzo e all’inizio del quarto secolo gli esperti delle scienze coraniche iniziarono a scrivere opere inerenti le modalità di recitazione più diffuse.
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Apr 07, 2019 02:59 Europe/Rome
  • Modalità di recitazione del Corano (2a parte)

Alla fine del terzo e all’inizio del quarto secolo gli esperti delle scienze coraniche iniziarono a scrivere opere inerenti le modalità di recitazione più diffuse.

Il più celebre di questi studi venne scritto da Abu Bakr Ahmad Ibn Mujahid (d. 324 H.) sulle sette modalità di recitazione più popolari. Questi scelse le sette modalità più in voga del suo tempo, che considerava le migliori, ed erano prevalenti a Mecca, Medina, Kufa, Basra e Damasco.[3

Una delle ragioni per cui si optò per sette recitazioni in particolare a discapito delle altre fu la rapida diffusione di molteplici versioni la cui preservazione di ognuna sarebbe stata assai difficile. Fu così vennero “canonizzate” le sette modalità.

Alcuni studiosi hanno considerato queste sette modalità di recitazione come mutawatir ossia aventi un elevato numero di catene di trasmissione. Zarkashi (d. 794 H.) però, nell’opera “al-Burhan fi Ulum al-Qur’an”, ripone l’attenzione sul fatto che in verità si tratterebbe di modalità aventi una sola catena di trasmissione (khabar al-wahid).

In definitiva è difficile limitare il numero delle modalità di recitazione a sette, e la presenza di altre modalità disponibili tutt’oggi ne porta testimonianza. Esistono inoltre versioni parziali di alcune modalità come quelle attribuite a Abdullah Ibn Ma’sud e Ubayy Ibn Ka’b. Suyuti cita le seguenti condizioni per la validità di una modalità di recitazione:

La recitazione deve avere una catena di trasmissione autentica risalente al Profeta.

La recitazione deve essere conforme alle regole grammaticali della lingua araba.

La recitazione deve essere conforme alla versione codificata da Uthman.[4]

I sette ahruf

Il termine “ahruf” è il plurale di “harf” e possiede vari significati. Letteralmente significa “limite, estremità” di un qualcosa. Nel Corano viene utilizzato in tre contesti differenti:

Nel senso di “margine, limite, lato” come nel passo: “E tra la gente c’è chi adora Allah a margine” (22:11).

Nel senso di “voltarsi” come nel passo: “E in quel giorno chi si tirerà indietro, eccetto chi si volgerà per combattere o raggiungere un gruppo, incorrerà nell’ira di Allah” (8:16).

Nel senso di “distorcere, alterare” come nel passo: “E un gruppo tra essi era solito ascoltare la parola di Allah e poi la ha alterata dopo averla appresa mentre ben sapevano” (2:75).

Nel contesto delle scienze coraniche per sette ahruf si intendono spesso le sette recitazioni che alcuni hanno identificato, o confuso (dipende dai punti di vita), con le sette qira’at. Come già spiegato le sette qira’at vennero introdotte da Abu Bakr Ibn Mujahid mentre le narrazioni concernenti i sette ahruf sono attribuite direttamente al Profeta quando ancora il concetto delle sette qira’at non era in uso.

Che il Corano sia stato rivelato in sette ahruf è oltretutto accettato soltanto da alcuni studiosi mentre altri hanno rigettato tale idea. I sostenitori della suddetta tesi si basano su alcune narrazioni secondo le quali l’arcangelo Gabriele avrebbe rivelato il Corano al Profeta recitandoglielo per sette volte, una diversa dall’altra.[5]

Le narrazioni sui sette ahruf sono numerose. Comunque versioni differenti inerenti allo stesso evento hanno indotto alcuni studiosi a dubitare dell’autenticità di questa idea e ad invalidarne la legittimità. Non c’è inoltre unanimità neanche sul significato stesso di ahruf in riferimento alle sette recitazioni di Gabriele:

Alcune narrazioni affermano che a volte i compagni del Profeta, onde facilitare la recitazione agli iniziati, sostituivano alcune parole di difficile pronuncia con relativi sinonimi. Questa opinione venne adottata da al-Tabari[6] e secondo al-Qurtubi si tratterebbe dell’opinione adottata dalla maggior parte dei sapienti.[7]

Secondo una narrazione riportata da Ibn Ma’sud il Corano sarebbe stato rivelato in sette ahruf ossia contenente comandi, proibizioni, permissibilità, atti proibitivi, passi chiari, passi ambigui e parabole.[8]

Secondo un’altra opinione riportata da al-Bayhaqi (d. 458) in “al-Qamus” per “sette ahruf” si intenderebbero le sette recitazioni basate sui sette dialetti arabi prevalenti del tempo: Quraysh, Hudhayl, Hawazan, al-Yaman Kinana, Tamim e Thaqif.

La posizione di chi non accetta la tesi che il Corano sia stato rivelato in sette ahruf viene riassunta in una narrazione attribuita a Ja’far al-Sadiq: “Il Corano è uno, rivelato dall’Uno. Le differenze sono state apportate dai narratori”.[9]

NOTE

[1] Ad essi alcuni studiosi ne hanno aggiunti tre per un totale di “dieci recitatori” includendo così tra le modalità di recitazione più diffuse anche quella di Ya’qub, Abu Ja’far e Khalaf.

 

[2] Al-Khu’i, al-Bayan, p. 94: al-Zanjani, Tarikh al-Qur’an, p. 81.

[3] Ibn Mujahid, Kitab al-Qira’at, p. 87.

[4] Suyuti, al-Itqan, vol. 1, p. 130.

[5] Bukhari, Sahih, vol. 6, p. 482 and vol. 3, p. 90; Muslim, Sahih, vol. 2, p. 202; Tirmidhi, Jami’, vol. 4, p. 263.

[6] Tabari, Tafsir, vol. 1, pp. 48-50.

 [7] Qurtubi, Tafsir, vol. 1, p. 42.

 [8] Tabari, Tafsir, vol. 1, p. 68.

 [9] Kulayni, al-Kafi, vol. 2, p. 64.

Fonte: http://islamshia.org/6179-2/