Un nuovo partito per l’Iraq (diviso) del futuro
di Ali Reza Jalali.
L’Iraq sembra non avere pace; dopo la liberazione di Mosul, operazione che in teoria doveva essere realizzata prima dell’inizio del Ramadan, ovvero circa due mesi fa, e che si è conclusa pochi giorni fa, una nuova grana sembra far tremare la Mesopotamia: l’indipendentismo curdo. Se l’Isis non è riuscito a dividere l’Iraq, i curdi sembrano sulla buona strada, visto anche il maggiore sostegno internazionale e mediatico alla loro causa rispetto ai fanatici del califfato.
Infatti sembra ormai certo che nel giro di pochissimi mesi le autorità del nord dell’Iraq vogliano far svolgere un referendum per ufficializzare l’addio da Baghdad, mettendo la parola fine a una diatriba che dura da anni per la creazione di un Kurdistan-nazione, completamente e legalmente autonomo dall’Iraq, un agglomerato che potrebbe anche allargarsi se i curdi in Siria dovessero consolidare le proprie postazioni.
In questo clima di incertezza e di secessionismo dilagante, i partiti iracheni più sensibili all’unità nazionale cercano in qualche modo di reagire per non disperdere la dote conquistata a fatica negli ultimi mesi a Mousul. Non è un caso quindi che di recente il chierico sciita Ammar Hakim abbia annunciato al mondo la nascita di un nuovo partito, mettendo alle spalle il settarismo e puntando tutto su un Iraq multiconfessionale e multietnico, federale, ma fedele alla capitale Baghdad.
In base a quanto riferisce il sito di Agenzia Nova, il presidente dell’Alleanza sciita irachena, Ammar Hakim, ha annunciato le dimissioni dalla guida del Consiglio supremo islamico, uno dei partiti sciiti storici del paese e grande oppositore di Saddam, e la creazione di un nuovo partito: il Movimento nazionale della saggezza.
“Abbiamo bisogno di un nuovo movimento per presentare progetti nazionali - ha dichiarato Hakim – per questa ragione abbiamo creato il Movimento nazionale della saggezza”. Il politico e leader religioso iracheno ha ringraziato i rappresentanti del suo ex partito, invitandoli ad aderire alla nuova formazione politica.
Una delle caratteristiche salienti del nuovo partito rispetto alla precedente esperienza sarebbe l’apertura totale verso le componenti sunnite e curde, sperando così di allentare le tensioni e di convincere i curdi a evitare un referendum storico e controverso, che se da un lato darebbe in caso di probabile voto favorevole della popolazione, il via libera allo Stato curdo, metterebbe la parola fine allo Stato iracheno così come lo abbiamo conosciuto negli ultimi 90 anni, ovvero da dopo la fine dell’esperienza ottomana e l’inizio del mandato britannico sul paese arabo.
Il Kurdistan autonomo sarebbe poi il primo passo per la creazione di un nuovo Medio Oriente su nuove linee etnico confessionali, un progetto molto desiderato da ambienti vicini a Tel Aviv, che almeno dagli anni ’80 in modo ufficiale stanno lavorando a tale ipotesi.
La mossa da Ammar Hakim per quanto da interpretare nell’alveo di uno sforzo, forse disperato, per mantenere intatta l’unità nazionale irachena, potrebbe di fatto non bastare: i curdi non solo sono abbastanza fermi sulle proprie posizioni, ma oltre a ciò l’appoggio implicito ed esplicito di importanti attori internazionali, come Israele e Arabia Saudita, potrebbe in poco tempo trasformare il Kurdistan iracheno in un focolare nazionale (e non uso a caso tale termine) che potrebbe nel giro di pochi anni inglobare anche alcune regioni siriane.
Dove ha fallito l’Isis, potrebbero avere successo i curdi, i quali, essendo “democratici” e “progressisti” avranno anche vita facile a giustificare il loro Stato autonomo dinanzi alla comunità internazionale.