L'Arabia Saudita e la catastrofe economica
RIYADH (Pars Today Italian) - L’Arabia Saudita è in guai seri. Il Gruppo Binladin, la maggiore società di costruzioni del regno, ha licenziato cinquantamila lavoratori stranieri.
Hanno ricevuto i visti per andarsene, ma si sono rifiutati. I lavoratori non molleranno prima di essere pagati. Arrabbiati con il datore di lavoro, alcuni lavoratori hanno incendiato sette autobus della società. Le rivolte sono nel destino del regno. Ad aprile, re Salman ha licenziato il ministro dell’Acqua ed Elettricità Abdullah al-Hasin, oggetto di critiche per le tariffe elevate dell’acqua, le nuove regole sullo scavo dei pozzi e i tagli ai sussidi energetici. Il ministero della Ristrutturazione deve far risparmiare al regno 30 miliardi di preziosi dollari per un erario reso esanime dai bassi prezzi del petrolio. L’ottanta per cento dei sauditi vuole che i sussidi su acqua ed elettricità continuino. Non è disposto a lasciare che scompaiano, ritenendoli un diritto. Perché, dicono, un Paese ricco di energia non fornisce energia gratis ai sudditi? Quando re Salman salì al trono l’anno scorso, ereditò un regno in cattive acque. Il tesoro dell’Arabia Saudita si basa sulla vendita del petrolio per oltre il novanta per cento. La popolazione non paga imposte, quindi l’unico modo per raccogliere fondi è la vendita di petrolio. Mentre i prezzi del petrolio sono scesi da 100 dollari al barile a 30, i proventi del regno sono crollati. L’Arabia Saudita ha perso 390 miliardi di profitti petroliferi previsti lo scorso anno. Il deficit di bilancio è di 100 miliardi, molto più di quanto mai avuto prima. Per la prima volta dal 1991, l’Arabia Saudita si volge al mondo della finanza privata per raccogliere 10 miliardi di dollari per un prestito quinquennale. Il Paese, dal grande fondo sovrano, ha bisogno di denaro in prestito per pagare le bollette, dimostrando la propria fragilità. Cosa deve fare un Paese quando si entra in un periodo di crisi? Chiama la società di consulenza McKinsey. Ed è esattamente ciò che l’Arabia Saudita ha fatto. McKinsey ha inviato i suoi analisti nel regno da cui rientravano nel dicembre 2015, con ‘Arabia Saudita senza petrolio: trasformazione di investimenti e produttività’, un rapporto che avrebbe potuto essere scritto senza visitare il Paese, presentando tutti i luoghi comuni del neoliberismo: trasformare l’economia da interventista a liberista, tagliare sussidi e trasferimenti e vendere le attività del governo per finanziare il passaggio. Non c’è accenno all’economia politica peculiare e al contesto culturale dell’Arabia Saudita. La relazione chiede il taglio nel pubblico impiego dell’Arabia Saudita e dei tre milioni di lavoratori stranieri sottopagati. Ma l’intera economia politica dell’Arabia Saudita e la cultura dei sudditi sauditi sono legati all’impiego statale per i sudditi e alla sottomissione per i lavoratori ospiti sottopagati. Modificare tali pilastri mette in discussione la sopravvivenza della monarchia. Invece di Arabia Saudita senza petrolio, McKinsey avrebbe dovuto onestamente dire Arabia Saudita senza monarchia. Cosa produrrebbe il passaggio di McKinsey? “Il passaggio alla produttività“, scrivono tali analisti ansiosi, “potrebbe consentire all’Arabia Saudita di raddoppiare nuovamente il prodotto interno lordo e creare sei milioni di nuovi posti di lavoro entro il 2030“. Il figlio del re, Muhamad bin Salman (MbS), ha preso McKinsey in parola, copiaincollando il rapporto nella sua Visione saudita 2030. Basare il futuro di un Paese su un rapporto McKinsey sembra avventato. Ma poi il principe ha una sua vena d’incoscienza, guidando la guerra saudita allo Yemen, rivelatasi dannosa per tutti. I colloqui di pace sulla guerra che si tengono in Kuwait sono in stallo. L’Arabia Saudita non ha fatto quasi alcun progresso nello Yemen. L’uomo che ha guidato l’Arabia Saudita nel fallimento umiliante dello Yemen potra' mai essere responsabile della sua trasformazione economica?