Il grande tradimento
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- La normalizzazione dei rapporti diplomatici tra Emirati Arabi Uniti e Bahrein da una parte e l'entita' sionista dall’altra, ratificata martedì alla Casa Bianca, è stata di fatto liquidata – e con un gesto di aperto tradimento – la questione palestinese come elemento centrale dell’approccio dei paesi arabi al regime di Tel Aviv.
(last modified 2024-11-17T02:54:12+00:00 )
Set 15, 2020 16:27 Europe/Rome
  • Il grande tradimento

- La normalizzazione dei rapporti diplomatici tra Emirati Arabi Uniti e Bahrein da una parte e l'entita' sionista dall’altra, ratificata martedì alla Casa Bianca, è stata di fatto liquidata – e con un gesto di aperto tradimento – la questione palestinese come elemento centrale dell’approccio dei paesi arabi al regime di Tel Aviv.

Il controverso accordo è il frutto degli sforzi dell’amministrazione del presidente americano Trump, che spera di raccoglierne i frutti nelle elezioni di novembre, ma risponde anche ai calcoli dei regimi coinvolti.

Che la clamorosa svolta possa portare i risultati sperati per questi ultimi, rimane tuttavia in forte dubbio.

A Washington, il primo ministro Netanyahu, sempre più in crisi sul fronte domestico, ha sottoscritto due intese separate con i rappresentanti di Emirati e Bahrein, cioè i rispettivi ministri degli Esteri, Sheikh Abdullah bin Zayed al-Nahyan e Abdullatif al-Zayani. Gli accordi fanno di questi due paesi il terzo e il quarto in assoluto nel mondo arabo ad avere stabilito piene relazioni diplomatiche con Israele, dopo l’Egitto (1979) e la Giordania (1994).

Sul piano concreto, soprattutto gli Emirati hanno da tempo relazioni informali con Tel Aviv, ad esempio per quanto riguarda la cooperazione nell’ambito della tecnologia applicata alla sorveglianza della popolazione.

La formalizzazione di questa realtà implica però un possibile riallineamento strategico nella regione mediorientale, in particolare se, come appare probabile, a Emirati e Bahrein faranno seguito altri paesi arabi, prima fra tutti l’Arabia Saudita.

Uno dei fattori di maggiore rilievo per leggere gli eventi di queste ore è l’offensiva anti-iraniana dell’amministrazione Trump. Il sostanziale fallimento dei tentativi di mettere in ginocchio la Repubblica Islamica con sanzioni e minacce ha determinato un’intensificazione degli sforzi per consolidare il fronte degli alleati di Washington nella regione dell'Asia Occidentale.

Lo stesso flop della cosiddetta “NATO araba”, altro miraggio della Casa Bianca, ha senza dubbio orientato l’entourage di Trump verso la normalizzazione tra i regimi sunniti e la molto presunta unica democrazia mediorientale.

Quella che Alberto Negri su Il Manifesto ha definito una “NATO araba a trazione israeliana” cerca così di coagulare le ossessioni anti-iraniane attorno al riconoscimento dello stato ebraico, nell’ottica della ormai proverbiale strategia di “massima pressione” nei confronti di Teheran.

Proprio questo elemento sostituisce, in maniera che è difficile non definire vergognosa, la questione palestinese in cima alla lista delle priorità arabe in cambio del riconoscimento di un paese che pratica quotidianamente l’apartheid e opera costantemente al di fuori del diritto internazionale.

La stretta di mano tra Netanyahu e i capi della diplomazia delle monarchie assolute di Emirati Arabi e Bahrein segna dunque la morte della cosiddetta “Iniziativa Araba di Pace”, promossa nel 2002 dall’Arabia Saudita e appoggiata dalla Lega Araba.

Con questo meccanismo, i paesi arabi offrivano a Israele il pieno riconoscimento in cambio del ritiro dai territori occupati, della risoluzione della questione dei profughi palestinesi e della creazione di uno stato palestinese con Gerusalemme Est come capitale.

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