Iraq: Naufragano i progetti di chi vuol smembrare il Paese
BAGHDAD- Mentre l’attenzione dei media è concentrata sulla tragedia in Siria, in Iraq, l’altro fronte della principale partita mediorientale, si alza la tensione sulla spartizione del potere, soprattutto economico.
Massud Barzani, il presidente della regione curda-irachena (Krg), passata l’emergenza, tenta di giocare le sue carte per conservare denaro e potere.
Non è un mistero che il leader del Pdk (Partito Democratico del Kurdistan) abbia puntato sulla disgregazione dell’Iraq; legandosi alla Turchia ed Israele, e col pieno appoggio di Washington, aveva cominciato a gestire in proprio le ingenti risorse petrolifere dei territori che controlla.
La creazione di un Kurdistan “indipendente” sotto l’ombrello Usa, era parte integrante del piano di frammentazione del Medio Oriente, e in particolare dell’Iraq, sostenuto dall’Amministrazione americana fin dal 2005-2006. Le politiche corrotte e settarie di Al Maliki, la frattura con i sunniti buttati in braccio prima ad Al Qaeda e poi all’Isis e l’appoggio scoperto a Barzani perché creasse uno stato curdo-iracheno, ne erano le logiche componenti.
La crisi del 2014, con la macchinazione che ha portato l’Iraq sull’orlo del collasso e l’Isis alle porte di Baghdad, stava per attuarlo, ma poi le cose sono sfuggite di mano agli ideatori: la reazione degli sciiti ha impedito il crollo e l’Isis, ingigantitosi e divenuto ricco e potente, ha cominciato a seguire un’agenda propria minacciando di spazzar via i curdi come birilli.
A dispetto delle favole dei media sugli aiuti Usa, sono dovuti intervenire gli iraniani per impedire che i sopravvalutati peshmerga fossero travolti. Si è giunti comunque ad uno stallo che ha permesso a Barzani, coccolato dalla comunità internazionale, di stringere ancor di più l’alleanza con la Turchia (ed Israele) e sotto la tutela di Washington provare a lasciare Baghdad ai suoi guai.
Ma le cose sono cambiate in fretta: in Iraq, Al-Abadi ha sostituito Al-Maliki, e la spinta delle milizie sciite, malgrado le manovre Usa per rallentarle, ha costretto i Daesh alla ritirata; in Siria, l’intervento della Russia, la massiccia scesa in campo dell’Iran e ancora i volontari sciiti, stanno sgretolando il “califfato”.
Barzani, facendosi forte delle conquiste territoriali strappate ai Daesh ormai indeboliti dalle vittorie altrui, ha compreso che la crisi s’avvia al suo epilogo e per tentare di mantenere il potere deve giocare le sue carte: di qui le sue recenti dichiarazioni su “confini del Medio Oriente ormai ridisegnati”, che rilanciano le aspirazioni indipendentiste ma sottolineano che il suo progetto è esclusivamente iracheno. E non può fare altrimenti perché il Pkk che agisce in Turchia e, attraverso il Pyd, nel Rojava siriano, è su posizioni ben diverse e con Barzani e le sue mire non intende avere a che spartire. Anzi.
Ankara e il Krg (l’entità curda irachena) hanno stretto accordi per sfruttare la situazione: la Turchia, per allentare la pesante dipendenza energetica con la Russia con cui si trova in rotta; il Krg, per vendere come che sia petrolio e gas e finanziare i propri disegni. Il fatto è che Mosca ha intensificato i suoi già buoni rapporti con il Pkk e incrementato notevolmente i propri aiuti; il risultato è un’alleanza strategica che sta rendendo assai difficile la realizzazione dei progetti di Ankara e Arbil.
Nel febbraio scorso, il giorno dopo la gara d’appalto per la costruzione di un gasdotto fra Kirkuk e Ceyhan, in Turchia, il Pkk ha aperto a Mosca la sua prima sede all’estero della sua filiale siriana, il Pyd; pochi giorni dopo ha fatto saltare l’oleodotto che porta il petrolio curdo-iracheno sulla stessa tratta, causando ad Arbil (e ad Ankara) un danno di 300 ml di dollari. E non è affatto il primo attentato: anche l’altro gasdotto iniziato l’anno scorso, il Tanap, che dovrebbe portare il gas dal Caspio verso l’Europa per sostituire quello russo, è stato più volte attaccato.
In questo scenario, che rende assai improbabile la realizzazione del gasdotto Kirkuk-Ceyhan di cui Ankara ed Arbil hanno un disperato bisogno, si è inserito l’Iran: è recente la notizia che Teheran si è detta disposta a far transitare il gas curdo fino al Golfo Persico.
La Repubblica Islamica è in ottimi rapporti con i curdi dei propri territori e col Pkk, anche per la convergenza di interessi che ha con esso nel conflitto siriano; la proposta, che il Krg sarebbe costretto a prendere in considerazione per non rimanere alla lunga strangolato economicamente, costringerebbe Barzani a scaricare Ankara ed allinearsi su posizioni assai più vicine a Baghdad, rinunciando a molte delle sue fantasie di potere.
In questo gioco, a rimanere isolata sarebbe ancora una volta la Turchia, che si troverebbe a dipendere per i rifornimenti energetici da Russia e Iran, gli stessi Paesi contro cui ha tramato in tutti i modi, e a cui non resterebbe che chiedere il conto.
Nell’immane partita che sta decidendo le sorti del Medio Oriente, stanno naufragando i progetti di quanti (leggi sciacalli) volevano ridisegnare la regione per impadronirsi delle ricchezze di quei Paesi.
di Salvo Ardizzone
Il Faro Sul Mondo