Inghilterra, il paese più corrotto del mondo
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- Si è sempre un po’ in difficoltà quando bisogna illustrare il carattere criminale del capitalismo, e in special modo della sua sfera finanziaria.
(last modified 2025-11-02T07:43:40+00:00 )
Set 16, 2020 11:03 Europe/Rome
  • Inghilterra, il paese più corrotto del mondo

- Si è sempre un po’ in difficoltà quando bisogna illustrare il carattere criminale del capitalismo, e in special modo della sua sfera finanziaria.

Le parole che viene da usare suonano infatti “scontate”, o “vecchie”, rimasugli di ideologie di altri tempi.

Il problema, purtroppo, è opposto: il capitalismo non è mai cambiato, nella sua sostanza criminale. Dunque si è quasi costretti a usare le stesse parole per descrivere gli identici meccanismi, appena riverniciati con una patina di “modernità”.

Viene dunque in soccorso questo articolo di George Monbiot, apprezzato analista di The Guardian, che elenca una serie di “stratagemmi legali” usati in Inghilterra e che ne fanno la principale lavanderia del capitale, comunque accumulato. Garantendo a chi lo porta la totale clandestinità.

Non c’è molta differenza con i meccanismi fantasiosi partoriti da una associazione mafiosa che governa un intero Paese. Solo che la Inghilterra, e soprattutto la venerata City – seconda o terza piazza finanziaria del pianeta – sono anche al centro dei flussi incontrollabili della finanza globale.

Muore qui ogni luogo comune sulla presunta – molto presunta – onorabilità british, quella per cui un dirigente aziendale o un politico preso con le mani nella marmellata, si dimette prima ancora che qualcuno glielo chieda.

Con grande sconcerto dello stesso Monbiot, che il quella cultura era nato e cresciuto, ora vige a Londra un regime comportamentale radicalmente diverso: qualsiasi merdata fai, aumenti la dose, arraffando più che puoi prima che la tua ora finisca, sotto la pressione di “concorrenti” peggiori di te.

La crisi sistemica è un gorgo che tutto inghiotte. La governance è possibile sono come violenza impunita nei confronti dei più deboli (siano i lavoratori del proprio Paese o intere nazioni), ma nulla e nessuno può “controllare” quel che avviene in aree del potere costitutivamente sottratte alla verifica pubblica. O addirittura “democratica”.

Una frase di Monbiot riassume forse meglio di tutto questa distorsione strutturale: “La City di Londra è un sorprendente esempio di come paradossalmente si possa sfruttare il concetto anglosassone di libertà di informazione per contribuire a creare una difesa, un cerchio per così dire ‘addizionale’, di estrema riservatezza.”

Non c’è bisogno di grandi spiegazioni. La proprietà dei media è di una serie di società, più o meno trasparenti. E il lavoro dei “professionisti dell’informazione” – senza che ci sia alcun articolo specifico nel “codice deontologico” – si svolge senza mai disturbare il manovratore. Tanto meno il proprietario.

 

 

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