Nagorno-Karabach, il rischio di una guerra 'per procura'
Solidarizzerei col Nagorno-Karabach, se solo sapessi dov’è». Trent’anni fa, quando esplose la prima faida etnica nell’Urss agonizzante, la battuta faceva ridere e diceva una mezza verità: certi conflitti ci sembravano troppo lontani per preoccuparci davvero.
Perché il Caucaso era un mosaico incomprensibile, la Russia un rebus e la Turchia uno scatolone di giunte militari filoccidentali. A rassicurarci (o forse no) c’era un’America trionfante, solitaria guardiana del mondo. D’uguale ad allora è rimasta solo l’indifferenza globale per questa guerra prima feroce e poi a bassa tensione, che pure fece 30mila morti.
E la rabbia che azeri e armeni covano: nessuno sa veramente perché si odino tanto, disse una volta Ryszard Kapuściński, l’hanno succhiato col latte materno e forse non lo sanno più nemmeno loro. Intorno è cambiato tutto. Ed è per questo che i primi cinque giorni di nuove cannonate in Nagorno-Karabakh preoccupano.
A Mosca, oggi c’è uno Zar amico più della cristiana Armenia che del musulmano Azerbaijan, ma nella sostanza neutrale: non ha truppe sul terreno, lascerebbe come sono i confini, non vuole rispettare l’impegno d’aiuto militare firmato con Erevan, propone di negoziare con Baku... Ad Ankara, è il contrario: il Sultano minaccia i Paesi che sostengono la «furfante Armenia», rivendica le comuni radici con gli azeri, sorvola il campo di battaglia coi suoi F-16, per solidarietà islamica, invia a combattere i suoi mercenari siriani e libici...
E se gli Usa sono alle prese con le presidenziali, se l’Ue tanto per cambiare tentenna dopo aver gestito tre decenni d’inutili negoziati, è evidente il rischio d’un allargamento del conflitto. Putin, poco lieto che il tacchino turco venga a zampettare nel suo vecchio pollaio sovietico, ha sempre in canna un intervento stile Crimea: la stragrande maggioranza del Nagorno-Karabakh è pur sempre armena e ha diritto, perché no, d’attaccarsi alla madrepatria.
Erdogan invece si concede il sarcasmo: «Finora russi, francesi e americani se ne sono fregati del Nagorno-Karabakh, e cercano una tregua adesso?».
Comunque, anche per evitare che vi s’infili il vicino Iran, i soli che possano risolvere la crisi sono proprio quei due. Gli stessi che si sfidano in Siria e in Libia, ma vanno d’accordo quando c’è da martellare gli americani e tenere gli europei fuori dal gas caucasico. Qualcuno intravvede già una guerra (e una pace) per procura. Gli azeri sono pronti a una campagna militare di durata. Gli armeni sono meno ricchi, meno armati, meno forti. Ma dice un loro proverbio che al volatile cieco è Dio che fa il nido: e il loro dio ha tutti i Mig e i Sukhoi che servono.
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