Usa, i 'cattivi perdenti' della storia delle presidenziali
Donald Trump ha già messo in chiaro di non voler accettare senza battere ciglio un eventuale sconfitta alle presidenziali: la sua non è una primizia perché di cattivi perdenti la politica statunitense trabocca, ma è l’unico ad essersi lamentato prima ancora di perdere.
Il caso più celebre è quello di Aaron Burr, già vicepresidente che nel 1800 arrivò a un passo dal trasferirsi nell’appena costruita Casa Bianca; ci rimase talmente male da sfidare a duello quello che riteneva il responsabile della sua sconfitta, l’ex segretario alle Finanze Alexander Hamilton: lo uccise, rimettendoci per sempre la reputazione.Di norma però gli sconfitti hanno cercato di prenderla con una certa dose di humour, come Bob Dole che spiegò di aver dormito “come un neonato” durante tutta la notte della sconfitta eletorale: “Mi svegliavo piangendo ogni due ore”.Non è poi mancato chi ha cercato di dare la colpa, più meno velatamente, a un elettorato ingrato. Adlai Stevenson, sconfitto due volte nel 1952 e 1956, commentò che “la Coca Cola vende più dello champagne” e alla frase consolatoria che almeno “aveva educato l’opinione pubblica” ribatté: “Molti sono stati bocciati”.Un altro dei bersagli preferiti dei cattivi perdenti sono ovviamente i giornalisti, valga l’esemnpio di Richard Nixon che dopo aver perso in California si rivolse alla stampa dicendo: “Voglio che sappiate che cosa vi perdete, ora non averete un Nixon da prendere a calci”.L’avvento del telefono e della telecamera introdusse la tradizione della chiamata filmata al vincitore, in cui tutti cercavano di dimostrarsi quanto meno agli occhi del pubblico superiori a questi piccoli incidenti di percorso. Un esempio è quello di Walter Mondale, il quale dopo essersi congratulato con Ronald Reagan e una volta spenti i riflettori chiese a George McGovern (sconfitto dodici anni prima), quando secondo lui gli sarebbe passato il dolore per la sconfitta: “Ti avviserò quando succede”, fu la risposta.L’unico ad ammettere onestamnete di aver sbagliato fu Michel Dukakis, che i sondaggi davano con 13 punti di vantaggio su George Bush Sr e che finì col perdere le elezioni: “Ho fatto una campagna elettorale terribile, ho buttato via tutto”.Alla fine, la frase più ricordata in tutte le notti presidenziali risulta quella dello stratega elettorale del partito Democratico Dick Tuck: “Il popolo ha parlato… Quei bastardi”.
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