Assalto al Campidoglio
WASHINGTON - Dopo le ben note macchinazioni per ribaltare l’esito delle presidenziali e i ripetuti messaggi di incoraggiamento alle frange di estrema destra negli Usa, Donald Trump aveva lanciato ....
l’ultimo segnale di mobilitazione ai sui sostenitori proprio mercoledì in un comizio alla Casa Bianca, significativamente nell’immediata vigilia dell’apertura dei lavori al Congresso per la certificazione della vittoria di Biden.
Il presidente aveva parlato minacciosamente di questione di “sicurezza nazionale” e non più soltanto di “frode elettorale”, così che alla situazione venutasi a creare dovevano essere ormai “applicate regole diverse”. Questo dopo avere invitato il suo numero due, Mike Pence, a non certificare il successo di Biden, nonostante la Costituzione assegni al vice-presidente americano solo un ruolo cerimoniale nella proclamazione del vincitore.
Il complotto sfociato nel caos di mercoledì a Capitol Hill porta i segni distintivi dei membri della ristretta cerchia di consiglieri con inclinazioni indiscutibilmente neo-fasciste, a cominciare da Stephen Miller, ma un risultato così clamoroso e inquietante è stato reso possibile anche da quegli ambienti del Partito Repubblicano disposti ad assecondare e amplificare il mito delle elezioni “rubate” per il proprio tornaconto politico. Parecchie decine di deputati e una manciata di senatori repubblicani hanno infatti appoggiato, anche dopo l’assalto al Congresso, le risoluzioni che chiedevano l’annullamento dei risultati delle presidenziali in stati come Arizona e Pennsylvania, in modo da consegnare i rispettivi “voti elettorali” a Trump.
Vero è che alcuni repubblicani hanno finito per cambiare idea e ratificare il successo di Biden proprio in conseguenza delle violenze di mercoledì. In molti hanno anche denunciato apertamente Trump per avere incitato i suoi sostenitori a prendere d’assedio il Congresso.
È altrettanto innegabile, tuttavia, che non pochi repubblicani apparentemente più “moderati” hanno contribuito a creare il clima tossico post-elettorale. Primo fra tutti l’ormai ex leader di maggioranza al Senato, Mitch McConnell. Quest’ultimo ha denunciato la “fallita insurrezione” mercoledì, avvertendo che l’orda di sostenitori del presidente ha “provato a stravolgere il nostro sistema democratico”, ma per tutte le settimane seguite al voto del 3 novembre si era astenuto dal riconoscere la netta vittoria di Biden.
Ci sono pochi dubbi anche sul fatto che gli appelli di Trump abbiano trovato terreno fertile all’interno delle forze di sicurezza americane. I vertici militari sono chiaramente contrari alle spinte destabilizzanti del presidente uscente, ma ai livelli più bassi, soprattutto nelle forze di polizia, le tendenze autoritarie promosse dalla Casa Bianca sono tutt’altro che sgradite. Basti pensare alla scarsa resistenza opposta dalla polizia ai dimostranti che mercoledì hanno fatto irruzione nelle sale del Congresso.
Va ricordata a questo proposito la violenza con cui polizia e Guardia Nazionale repressero invece le manifestazioni, animate in larga misura da attivisti di sinistra, la scorsa estate, quando gli arresti furono centinaia e in buona parte tollerati gli interventi di milizie armate di estrema destra. Dopo i fatti di mercoledì, i fermati sono stati appena una cinquantina, anche se sarebbe ancora in corso l’identificazione di altri partecipanti all’assalto.
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