Lula, il Brasile torna a respirare
RIO - Il giudice Edson Fachin, del Supremo Tribunale Federale del Brasile, ha dichiarato nulli gli atti che hanno portato alla persecuzione giudiziaria, alla carcerazione ed alla sospensione dei diritti civili e politici di Ignacio Lula Da Silva.
Potrebbe finire così l’agonia della giustizia brasiliana e quella personale di Lula, vittima di un complotto politico-giudiziario deciso a Washington e organizzato a Brasilia. Pur con altri procedimenti in corso, Lula è tornato soggetto di diritto, candidabile ed eleggibile, essendo venute meno le inibizioni ai diritti politici che le sentenze avevano prodotto.
Ignacio Lula Da Silva, per tutti “Lula”, ex operaio metallurgico e sindacalista, fondatore del Partito dei Lavoratori (PT) e presidente del Brasile per due mandati consecutivi, era stato infatti giudicato colpevole di corruzione sulla esclusiva base di un teorema politico camuffato da inchiesta giudiziaria. Accuse provate? No, basate su articoli di stampa privi persino di citazioni delle fonti. In trecento pagine di requisitoria non c’era nemmeno una prova.
Il complotto ordito dalle elites brasiliane e dal giudice Moro si innescò per evitare una sua nuova elezione al Planalto, dato che i sondaggi lo davano sicuro vincente. Le elites bianche intuirono la minaccia di un terzo mandato per Lula, visto che la sua amministrazione in otto anni sottrasse 36 milioni di persone alla miseria, creò 11 milioni di posti di lavoro, consentì a centinaia di migliaia di giovani poveri di accedere all’istruzione superiore e all’università e restituì al Brasile il rango di potenza internazionale.
Il Tribunale Supremo Federale ha ora riconosciuto come tutta l’inchiesta, guidata dal procuratore Moro, fedele servitore del Dipartimento di Stato USA e braccio giudiziario delle elites militari brasiliane, fosse viziata da una sostanziale mancanza di competenza nella formulazione dei capi d’accusa come delle relative sentenze. Dunque, un vizio di forma che non esclude la possibilità di ricorrere ad un nuovo tribunale, che fosse “competente”, il diritto ad iniziare un nuovo procedimento. Addirittura la stampa brasiliana prevede un più che probabile intervento del Procuratore generale del Brasile, Augusto Aras, molto vicino al presidente Bolsonaro, che starebbe già preparando un appello alla sentenza del giudice Fachin. Ma 580 giorni di carcere da innocente formano, competenza o meno dei magistrati, un debito che la giustizia brasiliana ha nei confronti di Lula e dell’intero Brasile.
“Lava Jato”, così si chiamava la montatura giudiziaria che ha avuto in Lula la vittima eccellente. Venne venduta al pubblico come operazione anticorruzione ma, in realtà, fu una gigantesca opera di manipolazione destinata al sovvertimento del quadro politico brasiliano. Fu fondamentalmente l’applicazione su scala brasiliana delle operazioni di Lawfare con la quale gli Stati Uniti gestiscono l’offensiva contro i leader e i partiti della sinistra latinoamericana, con l’obiettivo di sovvertire il quadro politico progressista e sostituirlo con uno gradito a Washington e ai poteri forti locali. In Brasile si procedette su tre fronti: abbattere il governo di Dijlma Roussef, colpire a fondo il PT e, infine, mettere Lula fuori dalla scena politica per un bel pezzo.
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