La Turchia alla conquista del continente nero
Gli ottomani hanno fatto nuovamente ingresso nel continente nero, dove hanno costruito e/o stanno costruendo avamposti dai porti arabi contermini al Mediterraneo al Sahel e dalle terre insanguinate del corno d’Africa al Capo di Buona Speranza, e ivi sono giunti con un obiettivo preciso: restare e, possibilmente, prosperare ed espandersi a spese altrui, o meglio a spese di potenze logore, sfibrate e senili come Italia e Portogallo.
Relativamente poche le nazioni dell’Africa subsahariana che non sono state interessate dal nuovo pivot geostrategico dell’agenda estera della presidenza Erdogan, che, studiata meticolosamente e implementata con altrettanta cura, ha permesso alla Turchia di fare ingresso in quell’area ad accesso limitato nota come Françafrique, di sbarcare nell’estremo capo meridionale del continente, cioè il Sudafrica, di allargarsi nello spazio ex coloniale portoghese, di subentrare all’Italia tra Libia e Somalia e di posare lo sguardo sull’Atlantico via Sahel e Africa occidentale. Nei mesi scorsi il capo dell’Eliseo, Emmanuel Macron, aveva fatto scalpore accusando la Turchia di essere dietro alla diffusione di sentimenti francofobi in una parte crescente di Sahel e Africa occidentale, che starebbe alimentando facendo leva sul “risentimento postcoloniale”. Moschee, centri culturali e informazione sarebbero i mezzi impiegati da Ankara per inculcare nelle popolazioni sahariane e subsahariane pregiudizi e sentimenti di odio strumentalizzabili a detrimento di Parigi, e il semplice fatto che ciò stia avvenendo, e che sia stato dato in pasto alla stampa da Macron, dovrebbe aiutare anche i meno esperti ad avere un’idea del cambio di paradigma in corso. La Françafrique non è mai stata così poco francese, e il merito, oltre dell’entrata in scena della Cina e del ritorno della Russia, è anche e soprattutto di quel giocatore sul quale nessuno aveva scommesso: la Turchia. I rischi di una turchizzazione di Sahel e Africa di ponente sono estremamente elevati: è da qui, invero, che parte la stragrande maggioranza delle carovane di migranti economici, profughi climatici e rifugiati che, attraversando il deserto del Sahara e giungendo in Libia, cercano infine di approdare in Europa. Ma è anche qui, inoltre, che negli anni recenti si è assistito ad un crescendo di instabilità e violenze dovuto all’espansione di islam radicale e terrorismo jihadista. Scritto e spiegato altrimenti, possedere le chiavi di Sahel e Africa occidentale equivale a controllare i flussi migratori in direzione dell’Europa, da qui i timori dell’Eliseo concernenti l’espansione di Ankara; timori che dovremmo fare nostri, proponendo ai cugini d’Oltralpe di formulare una strategia di contenimento antiturco da portare avanti congiuntamente, perché la storia recente ha dimostrato che il Bel Paese è la porta d’accesso all’Europa prediletta dai trafficanti di esseri umani.
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