I misteri che gettano ombre sul futuro della Libia
Due episodi a dir poco singolari sono avvenuti in Libia nelle ultime ore, suscitando preoccupanti interrogativi sulle reali prospettive di riconciliazione nell’ex Jamahiriya di Muammar Gheddafi.
L’aereo del primo ministro del Governo di unità nazionale della Libia, Abdul Hamid Dbeibah, è stato lasciato letteralmente al buio sulla pista dell’aeroporto di Tobruk, città della Libia orientale dove si riunisce la Camera dei rappresentanti, prima della partenza per Tripoli. Si è trattato, a quanto pare, di un atto volontario e deliberato di sabotaggio. Secondo l’Agenzia Nova, ignoti hanno staccato la corrente poco prima del decollo. Un gruppo di auto ha dovuto illuminare la pista per consentire al velivolo di lasciare la Cirenaica. Una versione, quest’ultima, confermata anche dal quotidiano online in lingua inglese Libya Observer. Uno smacco per il capo del governo che ha promesso a più riprese di risolvere i blackout cronici che affliggono il Paese nordafricano, così ricco di petrolio ma povero di servizi per la popolazione. Non solo. Il corteo di Dbeibah sarebbe stato fermato diverse volte lungo la strada per l’aeroporto da parte dei lealisti del generale Khalifa Haftar, il comandante dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna) che ha tentato di conquistare Tripoli “manu militari” nell’aprile 2019, salvo poi ritirarsi lungo la Linea Maginot Sirte-Jufrah dopo l’intervento militare della Turchia. Un’ennesima conferma che tra il capo del governo unitario, esponente della città-Stato di Misurata (la “Sparta” libica sede di agguerrite milizie islamiste), e il “feldmaresciallo” della Cirenaica non corre esattamente buon sangue. Il giallo dell’incendio Più o meno nelle stesse ore in cui il premier Dbeibah veniva sottoposto a spiacevoli situazioni a Tobruk, nella roccaforte di Haftar di Ar Rajma, poco fuori Bengasi, un misterioso incendio causato da un cortocircuito ha causato scompiglio tra i vertici dell’Lna. Il portavoce delle forze cirenaiche, il generale Ahmed al Mismari, ha bollato come “fake news” le informazioni sulle fiamme che sarebbero divampate all’interno del super-bunker di Haftar: “Dopo aver le verifiche dell’unità antincendio presso la sede del Comando generale nella zona di Ar Rajma, è stato riscontrato che non c’era alcun incendio e che le notizie circolate erano false”, ha scritto Al Mismari su Facebook, secondo quanto riferisce il sito web libico “Al Wasat”. É curioso che Al Mismari parli di falsità, dal momento che lui stesso ha alimentato queste voci pubblicando (e poi cancellando) un post che dava notizia di un incendio scoppiato all’interno della sede del Comando generale proprio a causa di un corto circuito elettrico. É difficile, anche se non impossibile date anche le alte temperature, che un incendio possa scoppiare in un compound di massima sicurezza come il bunker di Ar Rajma. Ma allora perché cancellare il post per poi dare la smentita? Sia l’episodio dell’aereo lasciato al buio a Tobruk, sia il presunto incendio a Bengasi segnalano una crescente tensione tra le fazioni libiche, certificata peraltro dalla mancata partenza dei mercenari stranieri e dai ritardi nell’apertura della strada costiera est-ovest. É un fatto che Dbeibah non sia il benvenuto in Cirenaica, come testimonia del resto lo schiaffo del “feldmaresciallo” al governo unitario lo scorso aprile, quando gli uomini dell’Lna avevano impedito a una delegazione del cerimoniale della sicurezza governativa proveniente da Tripoli di entrare a Bengasi. Dietro a queste scaramucce si cela una consistente fetta della voce di bilancio relativa agli stipendi rivendicata dalle milizie haftariane. Nella versione iniziale del budget presentato alla Camera dei rappresentanti di Tobruk, infatti, non era prevista alcuna spesa per l’Lna che – del resto – continua ad agire al di fuori del quadro istituzionali libico. Negli ambienti di Tripoli si vocifera che Dbeibah si sia recato a Tobruk proprio per trovare un accordo con gli emissari di Haftar su questo dossier. A giudicare da come sono andate le cose, tuttavia, non sembra che la negoziazione abbia avuto tanto grande successo.
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