Cosa farà la Polonia senza fondi europei?
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Il partito di governo polacco parla di impossibilità di abbandonare l’UE, ma il rischio è di perdere la fiducia degli elettori. Riuscirà Bruxelles a far ragionare i trasgressori della disciplina? A quale gioco sta giocando davvero Varsavia? Sputnik ha provato a rispondere per voi a queste domande.
(last modified 2024-11-17T02:54:12+00:00 )
Nov 01, 2021 17:43 Europe/Rome
  • Cosa farà la Polonia senza fondi europei?

Il partito di governo polacco parla di impossibilità di abbandonare l’UE, ma il rischio è di perdere la fiducia degli elettori. Riuscirà Bruxelles a far ragionare i trasgressori della disciplina? A quale gioco sta giocando davvero Varsavia? Sputnik ha provato a rispondere per voi a queste domande.

Le relazioni, da sempre complesse, tra Polonia e UE si sono tramutate in un vero e proprio duello. Il primo ministro polacco Mateusz Morawiecki ha persino parlato di conflitto armato vista la tensione creatasi. “Se la Commissione europea avvierà la terza guerra mondiale, ci difenderemo con qualsiasi arma”, promette Morawiecki in un’intervista al Financial Times. Il politico ha reagito così alla disposizione del Parlamento europeo del 21 ottobre: durante la plenaria a Strasburgo è stato consigliato di non erogare a Varsavia 55 miliardi di dollari. “Chiediamo che il denaro dei contribuenti non venga assegnato a governi che minano in maniera sistematica e intenzionale i valori europei”, si legge nella disposizione. Si tratta del denaro del fondo istituito per stimolare la ripresa economica dell’UE dopo la pandemia. Poi la Corte di giustizia dell’UE ha disposto di sanzionare la Polonia per 1 milione di euro al giorno. Tali pressioni finanziarie sono la reazione alla decisione della Corte costituzionale polacca che il 7 ottobre stabiliva la superiorità della legislazione nazionale su quella europea. Manfred Weber, leader del Partito Popolare Europeo, ammonisce: questa disputa con l’UE potrebbe portare a una uscita dall’UE. Ma Morawiecki sottolinea che l’88% dei polacchi non vuole questo. “Siamo fermamente convinti del fatto che la Polonia vuole rimanere. Ci difenderemo come parte dell’UE”, osserva. Non è comunque la prima volta che si parla di Polexit(su analogia con Brexit). Ad esempio quest’estate commentando la riforma polacca della giustizia, il ministro lussemburghese degli Esteri Jean Asselborn ammoniva che Varsavia “sta giocando col guoco”. E allora si era espresso sul tema anche l’eurocommissario alla giustizia Didier Reynders. A marzo Morawiecki ha presentato alla Corte costituzionale un documento in cui chiedeva di spiegare come disporre della legislazione europea nei casi in cui quest’ultima non corrisponde alla giurisprudenza nazionale. Le autorità hanno annunciato la necessità di una riforma. Bruxelles al tempo rispose evidenziando che Varsavia stava controllando politicamente i giudici privandoli della loro indipendenza. Nel mese di ottobre del 2020 in Polonia, nonostante le leggi europee sul tema, è stato di fatto vietato l’aborto: ora non è possibile interrompere la gravidanza anche nel caso in cui il bambino nasca con un grave difetto dello sviluppo o con una patologia incurabile. La popolazione polacca ha reagito indicendo scioperi e manifestazioni: migliaia di persone sono scese in piazza, ma la decisione non è stata presa in riesame. Quando la Commissione europea ha riposto, i politici di Diritto e Giustizia, il partito di governo, hanno comparato Bruxelles a un occupante alla stregua del politburo moscovita. “Rifuggo il linguaggio del ricatto”, ha dichiato Morawievcki. E ha chiesto che venissero rimosse le sanzioni economiche per provare a “raggiungere un compromesso”. Ma questo non ha scalfito i funzionari europei. Infatti, la Polonia non è di certo il primo Paese dell’ex blocco orientale a cui sono stati tolti fondi per via di una maggiore propensione a idee conservatrici. Anche all’Ungheria è stato limitato l’accesso al piano di ripresa economica: infatti, Budapest non vedrà i 7,2 miliardi di euro su cui tanto faceva affidamento. Bruxelles non ha apprezzato la legge che vieta di mostrare ai bambini contenuti riguardanti l’omosessualità.

 

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