Libia, ritorno al caos
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Il voto per l’elezione di un presidente fissato per il 24 dicembre si preannuncia sempre più problematico e minaccia di segnare il ritorno alle violenze e agli scontri.
(last modified 2024-11-17T02:54:12+00:00 )
Nov 29, 2021 20:08 Europe/Rome
  • Libia, ritorno al caos

Il voto per l’elezione di un presidente fissato per il 24 dicembre si preannuncia sempre più problematico e minaccia di segnare il ritorno alle violenze e agli scontri.

La cancellazione della candidatura del figlio di Gheddafi e la condanna a morte del candidato Haftar sono i segnali più evidenti del fallimento degli sforzi dell’Onu che puntava sulle urne per riportare alla normalità il paese. Una sconfitta confermata anche dalle impreviste dimissioni dell’inviato del Palazzo di Vetro Jan Kubis. Mano alle urne o ai kalashnikov? Difficile dirlo, ma una cosa è certa, le elezioni presidenziali libiche previste per il 24 dicembre, se mai si voterà, minacciano di riportare il paese al consueto disordine anziché alla desiderata stabilità. Ad innescare il caos ci ha pensato Saif Al Islam, 49enne figlio di Gheddafi, ricomparso in pubblico il 19 novembre scorso quando s’è presentato negli uffici della commissione elettorale di Sabha, nel sud del paese, per registrare la sua candidatura alle presidenziali. La riapparizione, annunciata da un’intervista al New York Times, ha immediatamente riacceso gli odi e le rivalità apparentemente sopiti dopo il cessate il fuoco tra le forze di Haftar e quelle Tripoli dell’ottobre 2020 e la nomina, grazie alla mediazione dell’Onu, del premier Abdul Hamid Dbeiba. Ma il ritorno sulla scena di un Saif Al Islam, già designato come suo erede politico dal Colonnello, ha avuto l’effetto di una bomba ad orologeria.Nel giro di pochi giorni l’Alta Commissione elettorale libica (Hnec) di Tripoli, ha decretato la cancellazione della candidatura del figlio del “rais” ritenuta inconciliabile con la condanna a morte emessa durante il processo farsa organizzato nel 2015 mentre la capitale era sotto il controllo delle milizie jihadiste. Da quel momento un susseguirsi di mosse e contromosse degna di una partita di domino ha propiziato il ritorno al caos.Per molti dietro la mossa della Commissione elettorale di Tripoli ci sarebbero la Turchia, e le forze islamiste sue alleate, decise a metter fuori gioco un candidato su cui puntano non soltanto i nostalgici del passato regime, ma tanti libici delusi e disgustati dalla “rivoluzione” del 2011. La decisione ha anche fatto divampare le contraddizioni che serpeggiavano nelle regioni orientali e meridionali feudi incontrastati, un tempo, del generale Haftar. In Cirenaica, e ancor più nel Fezzan, il ritorno di un Saif Al Islam, appoggiato dalle tribù gheddafiane, potrebbe sottrarre molti voti ad un generale che sogna di guidare il paese fin da quando, negli anni 80, fu protagonista di golpe anti-Gheddafi. Non appena la corte d’appello di Sabha si è riunita per esaminare il ricorso contro la sentenza di Tripoli presentato dagli avvocati di Saif Al Islam un commando armato della Brigata Tariq bin Ziyad, controllata da un figlio di Haftar, ha costretto giudici e delegati ad interrompere la sessione. Nel frattempo a mettere in dubbio la candidatura di Haftar ci ha pensato la corte marziale di Misurata, città chiave del campo filo turco, emettendo una condanna a morte contro il generale accusato di aver ordinato l’attacco aereo costato la vita, nel 2019, ad un cadetto all’Accademia Aeronautica. E a rendere il tutto più confuso s’è aggiunto il via libera alla candidatura del premier Abdul Hamid Dbeiba. Un scelta in aperta contraddizione con l’articolo 12 della legge elettorale secondo il quale i candidati devono dimettersi da ogni incarico, civile o militari, novanta giorni prima del voto. E in tutto questo, come se non bastasse, è arrivato l’abbandono di Jan Kubis, l’inviato dell’Onu per la Libia che il 23 novembre ha annunciato le proprie dimissioni. Una retromarcia quanto mai inopportuna a solo un mese da un voto presentato da Kubis e dai vertici dell’Onu come cruciale per il ritorno alla normalità del paese.

 

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