La verità sulla potenza missilistica cinese
Nei piani del presidente Xi Jinping per portare le forze armate cinesi a un livello pari a quello delle maggiori potenze globali entro il 2050 (“world class”) è stata data particolare attenzione, oltre al settore navale che permetterà a Pechino di allungare il braccio della sua capacità di proiezione di forza, alle forze missilistiche, strategiche e tattiche.
La Cina dispone, oggi, di un grande numero di vettori missilistici di ogni tipo che vanno dai missili da crociera a quelli balistici intercontinentali (Icbm), passando per quelli a corto raggio (Srbm), e a raggio medio (Mrbm) e intermedio (Irbm). Buona parte di questi utilizza testate convenzionali, alcuni invece hanno la possibilità di utilizzare anche quelle nucleari, mentre una piccola parte usa esclusivamente queste ultime. Il numero delle testate Quantificare il numero di testate atomiche in possesso alla Plarf (People’s Liberation Army Rocket Forces) è quanto mai difficile, stante il pesante velo di segretezza imposto da Pechino. Negli ultimi anni prestigiosi istituti di ricerca e l’intelligence statunitense hanno più volte lanciato “allarmi” sui progressi cinesi nella fabbricazione di nuove testate: un documento pubblicato dal Bulletin of the Atomic Scientists lo scorso dicembre, ha stimato che la Cina ha attualmente circa 350 testate nucleari, significativamente più di quanto stabilito precedentemente dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. In particolare nel rapporto si legge che circa 280 delle 350 testate dell’Esercito Popolare di Liberazione sono operative, distribuite 72 lanciate da sottomarini, 20 bombe a caduta libera per bombardieri e le restanti terrestri. Già nel 2019 il centro di ricerca aveva avvisato che “la Cina sta continuando il suo programma di modernizzazione dell’arsenale atomico cominciato nel 1980 schierando un numero mai visto prima di armamenti nucleari di diverso tipo” e riteneva che la sua consistenza fosse di circa 290 testate suddivise tra 180/190 vettori balistici basati a terra, 48 Slbm (Submarine Launched Ballistic Missile) e le restanti per i bombardieri strategici. Il Pentagono, nel suo documento pubblicato tra agosto e settembre del 2020, stimava invece che la Cina potesse disporre di 180/190 vettori in grado di trasportare 220 testate anche del tipo Mirv, ovvero veicoli di rientro multipli indipendenti. La stima di 350 testate nucleari non include le molteplici testate indipendenti che saranno montate sull’Icbm (Intercontinental Ballistic Missile) DF-5C. Il Pentagono ritiene poi che Pechino potrebbe avere 700 testate entro il 2027 e forse 1000 entro il 2030. Quanto velocemente potrà aumentare la scorta di testate dipenderà dalle scorte cinesi di plutonio, uranio altamente arricchito e trizio. Gli attuali inventari possono facilmente sostenere un raddoppio delle scorte, ma un triplicazione – e certamente un quadruplicazione – richiederebbe probabilmente la produzione di materiale aggiuntivo. Attualmente, ci sono pochi vincoli alla capacità della Cina di sviluppare o acquisire uranio e trizio altamente arricchiti, ma la Cina potrebbe essere potenzialmente limitata dalle sue attuali scorte di plutonio. Secondo quanto riferito, la produzione di plutonio militare è cessata a metà degli anni ’80 e non ci sono notizie pubbliche che sia stata ripresa. È tecnicamente possibile, tuttavia, che acquisisca scorte significative di plutonio utilizzando i suoi reattori civili. Nel 2021 il Nonproliferation Education Policy Center ha stimato che attraverso questa metodologia, la Cina sarebbe in grado di sviluppare potenzialmente tra 990 e 1550 testate nucleari entro il 2030, tuttavia si sottolinea che non vi è alcuna indicazione “che Pechino intenda necessariamente deviare queste enormi quantità di plutonio in armi, ma che potrebbe farlo e potrebbe ancora scegliere di farlo”. Questo ingrandimento dell’arsenale sarebbe supportato dalle recenti informazioni che ci sono giunte dalla ricognizione satellitare, mostranti almeno tre nuovi campi di installazioni di lancio per missili balistici per un totale di 300 silos. L'organizzazione della Plarf La Plraf, nota sino al 2016 come 2a Forza di Artiglieria del Pla, come abbiamo visto è responsabile della gestione e utilizzo delle forze missilistiche nucleari e convenzionali cinesi. Una forza che ha visto una costante e progressiva crescita a nel corso dei decenni, in particolare negli anni ’80 che hanno visto la nascita del Df-21, il primo missile balistico (di medio raggio – Mrbm) mobile oltre alla decisione di schierare sia sistemi convenzionali sia nucleari con l’introduzione dei Df-11 e dei Df-15 (entrambi Srbm), entrati in servizio nei primi anni ’90. La Cina ha intrapreso la strada della diversificazione dei vettori balistici, che hanno visto ampliare le loro capacità (gittata, precisione, carico bellico). In particolare, ad esempio, quattro nuove brigate missilistiche sono state attivate tra il 1980 e il 2000. La vera e propria accelerazione – quasi esponenziale – è avvenuta però a partire proprio dal 2000: tra quell’anno e il 2010 sono state ben 11 le nuove brigate messe in campo da Pechino, inclusa la prima operante con il primo missile da crociera basato a terra (il Cj-10) e la prima con un Icbm mobile (il Df-31). Nel decennio successivo la Plarf ha visto attivare altre 13 nuove brigate nonché l’introduzione di nuovi sistemi missilistici potenzialmente “dirompente” come il Df-21D (missile balistico antinave), l’Icbm mobile pesante Df-41, l’Irbm Df-26 a utilizzo duale (nucleare e convenzionale), ma soprattutto il Df-17, il primo dotato di testata planante ipersonica (Hgv – Hypersonic Glide Vehicle). In quella decade, incredibilmente, tra il 2017 e la fine del 2019, la Plarf ha aggiunto 10 nuove brigate missilistiche, passando da 29 a 39: un incremento netto del 33% in soli tre anni. La Plarf è direttamente subordinata alla Commissione Militare Centrale del Pcc (Partito Comunista Cinese), ma l’autorità che ne determina la gestione è complessa: a livello amministrativo le forze nucleari sono subordinate ai comandanti locali (delle basi), ma a livello operativo ricadono sotto il controllo della Cmc del Partito. Ci sono evidenze, però, che, per quanto riguarda i vettori convenzionali, sia in corso l’integrazione della loro gestione a livello locale, pertanto i comandanti delle basi avranno un certo grado di controllo. La Plarf gestisce, attualmente, nove basi (corrispondenti circa agli stormi missilistici statunitensi): sei di queste (dalla 61 alla 66) sono responsabili delle operazioni missilistiche, mentre le altre tre (dalla 67 alla 69) hanno la funzione di supporto con la Base 67 responsabile della gestione complessiva delle testate nucleari. La Base 68 sovrintende alla gestione delle infrastrutture (anche a livello ingegneristico) mentre la 69, l’ultima nata, ancora non è chiaro a cosa sia deputata sebbene si pensi che sia usata per l’addestramento del personale e per i test missilistici. L’organigramma di ciascuna base è pressoché standardizzato ed è composto da: sei o sette brigate missilistiche che si occupano dei lanci, un reggimento di addestramento, uno per le comunicazioni, uno di supporto per le operazioni e uno di supporto generale, un reggimento per ispezione equipaggiamento, e un ospedale . Solo le basi 61 e 63 differiscono leggermente, come già evidenziato, con la 61 che è responsabile anche di un gruppo operazioni Uav (Unmanned Air Vehicle). A loro volta ciascuna brigata missilistica è composta da sei battaglioni, tipicamente operanti con due compagnie, e da quattro a sei battaglioni di supporto. Il numero di lanciatori (silos) per ciascuna brigata varia a seconda dal tipo di vettore utilizzato: si ritiene che in caso di Icbm questi siano tra i 6 e 12, tra i 12 e i 24 per gli Mrbm,, tra i 18 e i 36 per gli Irbm e tra i 36 e i 48 per gli Srbm e per i missili da crociera. Inoltre ogni brigata dispone di almeno un battaglione tecnico (a volte due) deputato al caricamento dei silos, al montaggio della testata e al rifornimento dei missili (se a propellente liquido).
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