La Russia attende l’arrivo del 'generale inverno' per invadere l’Ucraina?
In ucraino è il “congelamento stagionale”. Con la stagione invernale che avanza inesorabile, il terreno delle pianure dell’Ucraina congela, compattando il fango formatosi nei mesi autunnali, ed è questo fenomeno naturale che potrebbero aspettare i russi per procedere ad un’eventuale invasione.
Il fango è infatti un nemico naturale di qualsiasi campagna di terra: lo sapeva Napoleone, trovatocisi in mezzo a Waterloo, e lo sapevano i tedeschi, che lo hanno incontrato durante l’invasione dell’Unione Sovietica nel secondo conflitto mondiale. I campi ucraini, che d’estate si imbiondiscono di grano, in autunno diventano un terribile pantano che blocca uomini e anche mezzi: impossibile avanzare rapidamente, anche nell’era delle operazioni “multidominio”, quindi il vantaggio tattico passa nelle mani di chi si sta difendendo. L’alleato più prezioso di Mosca Mosca, quindi, potrebbe attendere l’arrivo del suo alleato più prezioso per attaccare l’Ucraina: quel “generale inverno” che l’ha salvata molte volte nel corso della storia. Tra la metà di gennaio e quella di febbraio – ondate di caldo anomalo permettendo – si apre una finestra di gelo che trasformerà il fango delle pianure ucraine in un suolo duro e compatto, adatto a sostenere l’avanzata di Mbt (Main Battle Tank), mezzi corazzati e fanteria meccanizzata. La tempistica cade, forse non a caso, proprio con il termine delle trattative diplomatiche che si terranno il mese prossimo per cercare di arrivare a una soluzione della crisi: il 10 gennaio ci saranno i colloqui bilaterali tra Mosca e Washington, il 12 il summit tra Russia e Nato mentre il 13 quello con l’Osce (Organization for Security and Co-operation in Europe). La porta occidentale per la Russia La retorica di Mosca, nonostante il mantenimento dei canali diplomatici con l’Occidente, non è cambiata: il Cremlino avvisa che se l’Alleanza Atlantica e gli Stati Uniti continueranno nella loro linea, sarà costretta a prendere “misure tecnico-militari adeguate” e “reagirà con durezza”. Del resto la Russia ha sempre avuto un linguaggio politico “da fine ‘800” e non ci si può aspettare altro da una nazione che non fa molto affidamento sul soft power, soprattutto se confrontato con quello cinese, davanti al quale letteralmente svanisce. La Russia, a buon diritto, si sente accerchiata: il presidente Vladimir Putin ha detto, recentemente, che non ha più spazio in cui “ritirarsi”, e conseguentemente non può tollerare l’ingresso effettivo dell’Ucraina nella Nato. Più che una questione di missili (che ci sono già in Romania e presto ci saranno in Polonia) si tratta di una questione puramente strategica: Kiev, insieme a Minsk, rappresenta la porta di ingresso per il cuore pulsante del Paese. La Russia, e così l’Ucraina e la Bielorussia, non ha significative barriere geografiche per fermare o rallentare un’invasione, e nel Bassopiano Sarmatico sono situati i suoi centri industriali, culturali e demografici. L’unica possibilità che ha il Cremlino di “sentirsi sicura” è avere, ai suoi confini occidentali, Paesi amici che può in qualche modo controllare per aumentare la distanza tra sé e i suoi avversari. Per questo Alexander Lukashenko è un male necessario per il Cremlino, mentre un’Ucraina in orbita occidentale è inaccettabile, ancora più che vedere la Georgia finire nella Nato. I due schieramenti si studiano Mosca, a differenza della scorsa primavera, sembra fare sul serio: ai confini ucraini continua a esserci un grande numero di uomini e mezzi, nonostante il recente ritiro di circa 10mila uomini dalla parte più a sud del Distretto Meridionale. Si è trattato della classica maskirovka russa: spostare truppe in continuazione per creare confusione nell’avversario. La ricognizione satellitare ha mostrato che nei porti del Mar Nero sono ancora ormeggiate le unità da assalto anfibio fatte giungere dal Mar Caspio a metà dello scorso aprile per un’importante esercitazione. Tutto sembra sospeso, come se l’orso russo stesse trattenendo il fiato prima di compiere il grande balzo. Dall’altro lato della barricata la Nato sta prendendo provvedimenti più per cercare di rassicurare i suoi membri più orientali che per difendere l’Ucraina: la Vjtf (Very High Readiness Joint Task Force) ha ricevuto l’ordine di essere pronta a entrare in azione entro cinque giorni dall’inizio della mobilitazione invece dei sette normalmente richiesti, ma il nuovo grado di prontezza operativa riguarda specificamente le tempistiche in cui i servizi di emergenza devono essere pronti per l’evacuazione con aerei o elicotteri, quindi non si tratta di mobilitare truppe per portarle in teatro di crisi.
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